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Circa 7mila firme raccolte per la petizione ‘Voglio nascere a Termoli’. Domenica manifestazione in centro fotogallery

Politici, cittadini, turisti italiani e stranieri: hanno risposto tutti presente all'appello della comunità di Termoli per la riapertura del punto nascita. Al di là dei partiti politici, dell'età, del sesso: i cittadini si sono uniti sotto un unico, grande codice identificativo, L113.

Sarebbero circa 7mila, secondo le primissime stime visto che il dato definitivo si avrà solo nelle prossime ore, le firme raccolte in poco più di due settimane dal gruppo ‘Voglio nascere a Termoli’: adesioni che, di ora in ora, si sono fatte sempre più corpose e sono andate a completare i fogli consegnati a varie attività e comuni del territorio bassomolisano. Hanno firmato tutti. Politici, esercenti, cittadini, personale ospedaliero, donne incinta, mamme, papà e perfino nonni “perché non si può pensare di chiudere il punto nascita”, confermano alcune signore subito dopo aver apposto il proprio autografo sul modulo.

Voglio nascere a Termoli

Al banchetto di via Adriatica si sono recati tutti per l’obiettivo comune, trainati da quattro ‘cavalieri’ che hanno deciso di metterci la faccia e di organizzare qualcosa di fattivo che fosse in grado di fare rumore “seppure nel totale rispetto del cittadino”, precisano gli organizzatori, e di contrastare la decisione del Ministero della Salute. Alessandra Di Pasquale, Cinzia Ferrante, Giuseppe Pranzitelli e Debora Staniscia: sono loro che, a seguito della notizia del 27 giugno scorso, hanno deciso di far sentire la propria voce, opponendosi con determinazione ad un diritto negato e trascinando intere comunità.

E in meno di due settimane ci sono riusciti, raccogliendo circa 7mila firme e riuscendo a far leva sulle coscienze di tutti. Tra i firmatati non ci sono solo cittadini molisani o residenti in uno dei paesi del Basso Molise, ma tantissimi turisti, molti dei quali in visita a Termoli per la prima volta ed anche stranieri, in particolare due svedesi che hanno appoggiato la richiesta di riaprire il punto nascita in via definitiva. Una battaglia che ha coinvolto migliaia di persone che hanno deciso di manifestare la propria idea con magliette, manifesti, spillette e cartelli recanti tutti la stessa scritta “Voglio nascere a Termoli L113’.

Oltre alle firme che saranno allegate al modulo per il ricorso al Tar, il gruppo ha organizzato anche una manifestazione il prossimo 21 luglio che, a partire dalle 21.30 circa, coprirà l’intero centro cittadino: “Si partirà da Corso Umberto I, in prossimità delle ancore – conferma Debora ai microfoni di primonumero.it – Da lì si proseguirà lungo Corso Nazionale in direzione Borgo Antico. Termineremo in Piazza Duomo. Abbiamo chiesto l’appoggio dei commercianti del Corso che spegneranno le luci dei locali al nostro passaggio”. I dettagli relativi alla protesta pacifica, saranno resi noti nella conferenza stampa, aperta ad associazioni e cittadini, di oggi pomeriggio nella sala consiliare del Comune di Termoli alle 16.30.

Il tutto in attesa del 24 luglio, giorno in cui il Tar esprimerà il suo giudizio circa il mantenimento o meno del reparto. In caso di parere positivo il punto nascita resterà aperto per altri sei mesi, un lasso di tempo in cui dovrà adeguarsi ai criteri di sicurezza ed alle carenze riscontrate, tra cui il personale sotto numero. All’inverso, invece, le porte del punto nascita chiuderanno per sempre: non esisteranno più ‘bambini nati a Termoli’, niente più codice L113, nessun pianto tra i corridoi del San Timoteo, niente più fiori o palloncini. Del secondo piano dell’ospedale, dove ora ci sono il nido, la zona giochi ed il reparto di neonatologia, non resterà che un involucro sventrato, uno scheletro che pesa come un macigno sulle coscienze e che rappresenta il fallimento di un’intera società.

Proprio quest’ultima ipotesi, tanto lontana quanto pericolosa, spaventa le future neomamme che dovranno optare per altri ospedali vicini, sottoponendosi a viaggi infernali, per far nascere i propri figli: “Speriamo che il Tar dia esito positivo – ha concluso Debora – In caso contrario stiamo lavorando sul da farsi, magari confrontandoci con le varie associazioni e con le istituzioni”.