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Immunodepressa non può fare l’Astrazeneca, prima convocata all’Unimol e dopo ore di attesa: “Torni a casa, per lei niente vaccino”

L'azienda sanitaria sapeva che era troppo vulnerabile per quel tipo di antidoto ma la comunicazione via mail la invita in via Gazzani dove la donna si è sentita dire, dopo diverso tempo di attesa, che c'era stato un errore. Alla Cittadella invece avevano terminato il Pfizer. Il calvario di una giovane mamma sotto chemioterapia

“Sono amareggiata. Non ho avuto voglia di piangere quando ho scoperto la malattia quanto quella che ho avuto oggi. Questo è il Paese di Pulcinella”. Inizia così lo sfogo di questa giovane mamma di 40 anni, campobassana, paziente oncologica e docente che chiameremo Chiara.

Lei, a differenza di tutte le sue colleghe, dopo Pasqua dovrà tornare a lavoro senza un vaccino anti-Covid.

Il motivo? “Non posso fare l’AstraZeneca, il vaccino destinato al mondo della scuola, perché sono un soggetto troppo vulnerabile, con terapia chemioterapica. Quando mi sono prenotata per essere sottoposta a vaccinazione dopo ore di attesa al numero verde sembrava tutto risolto perché la mia cartella clinica era stata valutata e dunque avrei dovuto fare il Pfizer. Quindi in attesa della mail di convocazione mi metto tranquilla ad aspettare”.

La convocazione arriva, e Chiara deve presentarsi all’Unimol. Sì, dove si vaccinano i docenti e dove si utilizza l’AstraZeneca.

Lei pensa in buona fede che forse per gli insegnanti con patologie importanti sia prevista anche al palazzetto la somministrazione degli antidoti idonei alla loro condizione di salute. E quindi rispetta l’appuntamento.

Quando arriva all’accettazione dell’Unimol, carte alla mano, fa presente che lei era stata convocata ma che però non può fare l’AstraZeneca per i motivi certificati dal medico e che dimostra, carte alla mano.

Invece la invitano ad aspettare, e con modi neanche troppo garbati. Chiara fa presente che in quel palazzetto c’è troppa gente. Che lei deve stare attenta purtroppo anche ad una febbre di stagione “figuriamoci se potevo rimanere lì con un centinaio di persone in giro e il rischio tangibile di potermi ammalare ulteriormente”. Dunque chiede alle signore dell’accettazione che le sia comunicato subito cosa deve fare perché aspettare significa correre rischi letali per le sue condizioni di invalidità.

Invece Chiara da quel momento aspetterà oltre un’ora, stretta in un angolo, il medico di turno che le dirà senza troppi complimenti “Lei l’AstraZeneca non può farlo”, “Ma io questo lo sapevo e lo sapeva anche l’Asrem e l’accettazione di questa struttura. Perché non mi avete destinata dove si inietta il Pfizer e invece mi avete fatto aspettare per ore? Senza alcun riguardo per chi non sta bene? Senza un minimo di umanità? Perché?”.

Un vero e proprio paradosso quello di Chiara. Tutti o quasi avrebbero dovuto sapere. E chi non sapeva non si è neanche posto il minimo problema davanti alla certificazione clinica dove chiaramente è scritto che si tratta di un “soggetto vulnerabile per l’Astrazeneca”.

Uscendo dall’Unimol, la donna si ferma alla Cittadella dell’Economia dove invece viene somministrato il Pfizer. Si mette in attesa fino a quando il medico di turno esce da uno degli ambulatori allestiti nella struttura di contrada Selvapiana e invita tutte le persone in attesa a tornarsene a casa perché “i vaccini sono finiti. Vi richiameremo noi”.

Chiara è incredula. Tutti i suoi colleghi sono già stati vaccinati e lei è a casa, a perdere ore ed ore di sonno e “spesso di vita”, alla ricerca di una risposta. Di mail, come ci mostra, ne ha mandate e ricevute. Sembrava tutto chiaro. E invece nulla lo è stato.

L’unica certezza è che lei dovrà ancora restare chiusa a casa. Senza uscire neanche per la spesa perché “ho paura di ammalarmi. Non posso permettermi il covid nelle mie condizioni. Ho due bambini piccoli, hanno bisogno della mamma e non ho intenzione di cedere il passo per colpa delle negligenze e della noncuranza di questa organizzazione sanitaria (anzi, disorganizzazione) che ho subito e che purtroppo continuo a subire”.