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Il festival di street art che abbraccia antico e moderno: Civitacampomarano è ormai un museo a cielo aperto fotogallery

Si è conclusa domenica 16 giugno la quarta edizione del Cvtà street fest, la manifestazione di arte urbana che ha dato nuova vita al borgo di Civitacampomarano, minacciato da anni da una frana. Il festival che coniuga perfettamente tradizione e modernità, abbandono e bellezza, mette a segno un nuovo successo.

Un progetto che abbraccia l’intero paese, cui partecipano tutti i suoi abitanti e che, anno dopo anno, si fa conoscere sempre più, ben oltre i confini regionali e nazionali. Quello che sono riusciti a fare a Civitacampomarano con il Cvtà street fest ha dell’incredibile.

Un’idea nata un po’ per caso, forse senza aspettarsi il successo che poi la manifestazione avrebbe avuto. Dal 2016, anno di esordio del festival di arte urbana, la manifestazione ha invece avuto sempre più risalto sui media e tra gli artisti e oggi (domenica 16 giugno si è conclusa la quarta edizione) convoglia moltissime presenze in quei quattro giorni che fanno di Civitacampomarano l’ombelico della street art mondiale.

Gli artisti dell’edizione 2019 – chiamati dalla direttrice artistica Alice Pasquini – che hanno lasciato sui muri del borgo la loro impronta e il loro personale estro sono arrivati da più parti d’Europa e non solo. C’era Martin Whatson, artista norvegese che lavora perlopiù con la tecnica dello stencil  e le cui opere hanno la particolarità di raffigurare soggetti in bianco e nero ma dalle quali fuoriesce un’esplosione di colori, come nel caso del grande graffito che campeggia sulla facciata di un palazzo poco fuori dal centro del paese.

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Ancora, Add Fuel, artista proveniente dal Portogallo e le cui origine lusitane ben si ravvisano nelle sue opere, come si può vedere nel grande graffito ispirato alle tradizionali mattonelle ‘azulejos’ che fa bella mostra di sé entrando in paese.

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C’era anche l’artista argentina Milu Correch, famosa in tutto il mondo per i suoi murales giganti che molto hanno a che vedere con il folklore popolare. Un artista che ha catalizzato molta attenzione è stato poi il tedesco Jan Vormann che ha regalato al paese a ai tanti visitatori le sue creazioni con i Lego. Girando per Civitacampomarano infatti quest’anno ci si è imbattuti nei pezzi dei famosi mattoncini colorati incastrati nelle fessure dei muri. Infine c’erano gli italiani dello Studio Aira che hanno realizzato una installazione con laser (foto sotto) all’interno del Castello Angioino, un’opera che ripropone stemmi e araldi in chiave moderna.

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Perché è proprio questa la cifra del Cvtà street fest: l’unire passato e presente, tradizione e modernità restituendo l’idea che queste si possano coniugare senza che l’una danneggi l’altra. I graffiti creati a (e per) Civitacampomarano non stridono bensì valorizzano quello che è un borgo dalle origini antiche (sannitiche secondo alcuni studiosi) e che fa i conti, oggi, con l’abbandono e lo spopolamento. Le sue vie e i suoi cittadini riprendono vita in occasione del fortunato festival e tutti partecipano attivamente alla riuscita di un evento che sembra essere diventato il ‘futuro’ di Civitacampomarano.

Dagli addetti al punto informazioni alle guide dei ‘tour dei muri’, dai singoli ristoratori ed esercenti agli addetti al traffico, senza dimenticare le tante donne che aprono le loro porte e preparano i tradizionali cibi locali, tutti con autentica gentilezza accolgono i visitatori. Scrippelle, pizz e fogl, ris cu latt, ceci e pan ‘nrat, cibi poveri ma ricchi di sapore che colpiscono anche i palati più fini e che vengono offerti (con un contributo irrisorio) in vari angoli del paese. Da rilevare come l’organizzazione del festival si è arricchita di una lodevole attenzione all’ambiente con stoviglie biodegradabili e bidoni per differenziare i rifiuti.

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Le opere realizzate dal 13 al 16 giugno sono andate ad aggiungersi alle tante degli anni scorsi che portano la firma di artisti quali Biancoshock, Hitnes Uno, Pablo S. Herrero, David De La Mano, Nespoon, Alex Senna, Bosoletti, Gola, MP5, 2501 oltre che del molisano Icks e di Alice Pasquini, l’artista romana di origini civitesi che da sempre è alla guida del festival.

Perdersi girando tra i vicoli lasciandosi stupire da opere, più o meno grandi, che trovano posto in angoli negletti e sopra porte abbandonate su cui pende l’incuria del tempo, è un viaggio esperienziale e un’immersione nell’arte a 360 gradi. Il festival negli anni si è arricchito infatti di nuovi contributi e nuovi linguaggi e oggi abbina magistralmente arte, musica, cinema, cucina, il tutto nella cornice fiabesca del borgo incastonato nel tufo e da cui lo sguardo si perde tra calanchi e paesaggi dell’Appennino.

La resilienza di un paese e una visione sostenibile di futuro sono andate in scena anche quest’anno a Civitacampomarano.