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Malati in attesa in ambulanza, medici e infermieri allo stremo. Anche i posti sono finiti, ma i trasferimenti sono impossibili

L'ospedale di Termoli crolla sotto il peso della variante inglese: pochissimi medici e una manciata di infermieri impegnati senza tregua per un numero di malati (alcuni gravi) in costante aumento e impegnativi dal visto di vista clinico. La situazione oggi mercoledì 3 marzo: 4 ambulanze in coda con pazienti in attesa di ricovero, 9 ricoverati in Medicina d'Urgenza e 11 covid in Urologia. Ma trasferire i malati a Campobasso non si può: non ci sono più letti nella sub-intensiva

Mercoledì 3 marzo, ore 13 e 30. Nel corridoio riservato ai mezzi davanti l’ingresso del Pronto soccorso di Termoli ci sono 4 ambulanze ferme. All’interno di ognuna c’è un malato covid, con tampone molecolare già positivo. Sono stati prelevati da Termoli, Santa Croce di Magliano e zone limitrofe. Sono in attesa di entrare ed essere visitati perché desaturano, termine che – lo abbiamo imparato nostro malgrado – nel linguaggio medico significa che non incamerano abbastanza ossigeno. E’ la dispnea da covid 19. “Succede anche all’improvviso e anche in assenza di altri sintomi come la febbre” spiega una delle operatrici della Misericordia di Termoli, in prima linea per il trasporto dei malati.

I sintomi sono cambiati, così come è cambiato il virus. Questa è la variante inglese, più trasmissibile, più contagiosa, che riguarda il 60% (ma probabilmente anche di più) dei casi. Per almeno 2 dei 4 pazienti “in coda” è urgente il ricovero, perché non possono essere trattati a casa. Troppo pericoloso, “inadeguato a questo stadio della malattia”.

Ma il posto all’ospedale San Timoteo non c’è. E anche se alla fine viene ricavato, con un gioco di prestigio e di coscienza al quale questi dottori non si sottraggono mai, con un allargamento oltre i limiti dell’area grigia (“perché è meglio un malato in barella in corridoio che un malato morto”), non ci sono medici. Nè infermieri.

Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza, reparto covid a tutti gli effetti. Ci sono 9 pazienti ricoverati con sintomi gravi e condizioni fragili, trattati con l’ossigeno. Tre piani sopra, in quello che fino a due settimane fa era il reparto di Urologia, sgomberato per fare spazio a una “area grigia più grande” come da definizione Asrem, ci sono altri 11 degenti. Anche loro col covid, ma in condizioni migliori. Hanno bisogno di cure “a bassa intensità” ma il personale è lo stesso. Sono gli stessi medici che si dividono fra Pronto Soccorso, Medicina d’Urgenza e area grigia. Sono i medici covid, diventati tali giocoforza e in considerazione dello scenario catastrofico andato via via peggiorando. E sono sempre loro, sempre gli stessi.

San Timoteo pronto soccorso covid ambulanze in attesa

Fino a quando è possibile dividersi e moltiplicarsi, fare in 10 il lavoro di 50? Fino a quando è possibile rinunciare al riposo settimanale, presentarsi alle 13 e 45 per il turno pomeridiano dopo aver fatto il turno di notte ed essere tornati a casa a dormire (forse) alle 9 del mattino, con l’adrenalina ancora alle stelle per una nottata di via-vai e ricoveri e consulenze? Fino a quando si può resistere così, mentre nessuno arriva a dare un mano e gli esperti di epidemia prevedono che questa è solo l’inizio della “terza ondata”, l’ondata “delle varianti”?

Chissà. Ma non c’è tempo per porsi queste domande, qui in reparto. “Non sappiamo nemmeno come sarà domani, figuriamoci”. I medici sono 6, gli infermieri non arrivano a 16. Ne sono appena andati via due, assunti con contratto in Campania. Le partite Iva che vanno di moda in Molise, sebbene compatibili con una regione in stato di commissariamento ormai da anni, non sono certo invoglianti: al primo spiraglio che si apre il personale che non è del posto veleggia verso lidi migliori, dove le garanzie sono più ampie e i contratti più solidi.

Il risultato è che il personale sul quale grava interamente l’emergenza del virus si assottiglia, mentre si ingrossano le fila dei malati. Pochi anziani, ormai. Tanti cinquantenni, sessantenni e anche quarantenni che si sono infettati prevalentemente in famiglia, come ricostruiscono i soccorritori che hanno imparato a fare le domande giuste per cercare di tamponare i ritardi nella ricostruzione epidemiologica che ormai, con le cifre del contagio in Basso Molise, non regge più.

A Termoli, a differenza di quanto è accaduto in altri ospedali ugualmente sotto assedio, il personale che lavora ai casi covid non è stato potenziato con rinforzi presi da altri reparti. Ci vorrebbe un ordine di servizio da parte dell’azienda sanitaria che “obblighi” dirigenti medici di altre specialistiche a partecipare all’emergenza covid, ma in questa situazione di buchi e fili fragili nessuno vuole mettersi contro i dottori. Qualcuno ha addirittura minacciato le dimissioni qualora dovesse essere spostato sul covid-19.

Il clima non è per niente sereno e quello che balza agli occhi guardando la frenesia senza sosta e le faticose operazioni di vestimento e svestimento sui percorsi di “sporco” e “pulito” è che i medici eroi esistono, come esistono medici che al contrario nemmeno si lasciano sfiorare da questa “guerra”. Ma d’altronde, non accade ovunque e non riguarda tutte le categorie?

I concorsi finora fatti dalla Asrem non ottengono il risultato sperato perché il Molise è un posto molto poco appetibile per chi oggi può scegliere dove andare a lavorare: quella del medico e dell’infermiere è attualmente la figura più richiesta al mondo. La pandemia non ha soltanto stravolto le vite dei singoli, ha anche drasticamente modificato il sistema sanitario nazionale e la sua organizzazione, anche dal punto di vista contrattuale. Del resto la mancanza di camici bianchi Termoli la condivide con Campobasso, così come la scarsità di posti letto.

Mercoledì 3 marzo, ore 14: quattro persone aspettano di poter essere visitate ed eventualmente ricoverate. Ma dove e come non si sa. I medici chiamano l’ospedale Cardarelli di Campobasso, unico centro covid in Molise, ma all’ospedale Cardarelli di Campobasso la risposta è sempre la stessa: “Siamo pieni, non possiamo più accogliere nessuno”. Ci provano col Neuromed, dove ci sono 4 posti letto su 5 disponibili impegnati. Niente anche da lì. Come si fa? Comincia la ricerca disperata di un posto in sub intensiva negli ospedali delle regioni limitrofe, ma è una speranza flebile perché anche gli ospedali della Puglia e dell’Abruzzo sono al collasso.

La sensazione è che il San Timoteo sia stato abbandonato a se stesso, trasformato – senza alcun atto né aziendale né della struttura commissariale, senza alcuna garanzia e senza alcun potenziamento – in un centro covid dove operano sempre le stesse persone, con modalità sempre più difficoltose man mano che la mole di lavoro (che in questo caso sono persone, vite umane) cresce. Il Molise è una regione commissariata, l’attuazione è in capo al generale della Guardia di Finanza (in pensione) Angelo Giustini, come è stato ribadito ieri sera dal sottosegretario Sileri nella trasmissione Cartabianca (Rai 3). Un infermiere, mentre corre alla velocità della luce da un corridoio all’altro, si lascia scappare una battuta che evoca la verità drammatica della sanità molisana: “Siamo in guerra, abbiamo il generale ma mancano i soldati. Che speranza abbiamo di vincere?”.