Concettina, la madre di Mariangela, ottiene giustizia. L’Inps le chiede scusa e le restituisce la pensione di invalidità

E’ durata 4 lunghi anni la battaglia di Concettina Acquilante contro i tentacoli di un mostro chiamato burocrazia. La sua storia, raccontata da Primonumero.it, aveva fatto rumore: per una omessa dichiarazione dei redditi della figlia, inchiodata a una sedia a rotelle dalla nascita e cieca, lo Stato si era ripresa l’assegno di invalidità del 2011. A lungo erano stati inutili ricorsi e diffide. “La legge non ammette ignoranza” le avevano detto. Fino a quando, a novembre scorso, il suo caso è finito all’attenzione diretta del presidente Tridico, e la vicenda finalmente si è sbloccata. Con sentenza del 12 febbraio scorso il Tribunale di Larino dichiara cessata la materia del contendere.

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Alle parole del presidente nazionale Inps Pasquale Tridico sono seguiti i fatti. E adesso, dopo oltre 4 anni di calvario, per Concettina arriva finalmente il momento di tirare un grande sospiro di sollievo e potersi anche emozionare davanti a un risultato di giustizia chiesto a lungo.

Giustizia: questo ha inseguito, senza rinunciare mai a lottare, la mamma di Mariangela, nata con una gravissima disabilità mentale e fisica, che si è vista umiliata nella sua dignità di genitore e di cittadina italiana quando l’Inps, per una omessa dichiarazione dei redditi della ragazza, che mai e poi mai avrebbe potuto lavorare e percepire redditi di sorta, si è ripreso l’assegno di invalidità del 2011. Anche se la situazione era stata sanata dal punto di vista formale. Anche se il cavillo procedurale era stato ammesso. Ma “la legge non ammette ignoranza”, si era sentita rispondere in tutte le salse Concettina Aquilante, che non si è data per vinta e ha portato avanti la sua battaglia contro i tentacoli della burocrazia.

A novembre scorso un articolo di Primonumero.it, seguito da un servizio Rai, aveva sbloccato la situazione. La storia di Concettina era finita sulla bacheca del senatore Gianluigi Paragone, aveva fatto il giro dei social. E la mattina successiva il presidente nazionale Inps aveva chiamato la casa di San Martino in Pensilis. “Avevo pensato a uno scherzo – ha confidato Concettina al direttore Monica Vignale che l’aveva intervistata – ma quando ho capito che era davvero lui e si stava interessando del caso di Mariangela mi sono sentita felice. Finalmente!”.

Ora che la vicenda è chiusa anche dal punto di vista giudiziario, con la rinuncia dell’Inps ad andare avanti nel ricorso, la madre di Mariangela Ramieri riesce a sorridere. “Era ora, posso dire che ho aspettato questo momento anche quando tutto si era messo contro e sembrava che fosse un labirinto dal quale uscire era impossibile”.

Una storia paradossale, la sua, che le ha tolto la pace e il sonno, ma non il coraggio di rivendicare giustizia. Per una banale svista sui moduli, una croce mancante su un foglio, l’Inps si era ripreso tutto l’assegno di invalidità della figlia, 32 anni, disabile dalla nascita, condannata a una sedia a rotelle. Mariangela non parla, non vede, deve essere imboccata, accudita ogni istante del giorno e della notte.

4 anni di carte, bolli, timbri, bollettini, diffide, atti giudiziari, richieste del patronato, lettere dell’Inps. L’origine risiede nella modifica di un codicillo della norma per l’acceso alla invalidità civile, cui Mariangela ha diritto insieme con altri assegni, vista la forma gravissima di disabilità da cui è affetta. La causa si chiama citomegalovirus, infezione contratta dalla madre al terzo mese di gravidanza, proprio quando cominciano a svilupparsi i centri nervosi del bambino. Nell’ottobre del 1987, quando la ragazza è venuta al mondo, era trascorso poco più di un anno dal disastro nucleare di Chernobyl e i reattivi che avrebbero potuto individuare l’infezione non erano disponibili in ospedale. Mariangela è nata con una gravissima malformazione neurologica, lesioni del midollo, insufficienza cerebrale, una tetraparesi spastica che la condanna a una sedia a rotelle. Ha bisogno 24 ore su 24 della presenza della madre: da sola non può fare nulla, figurarsi lavorare, percependo redditi non dichiarati. Quei redditi che l’Inps, nel 2015, ha richiesto alla famiglia, stabilendo che a causa della lacuna sui moduli Mariangela non aveva diritto alla pensione.

concettina e mariangela

 “Ho ricevuto direttamente la diffida per le annualità 2011 e 2012. E ho sanato subito la situazione tramite il Caf. Un ritardo dovuto alla morte del papà del commercialista è stato fatale. Per il 2012 la situazione è stata rimessa a posto, ma per il 2011 no. Mi hanno detto che ero fuori tempo massimo”: così Concettina aveva raccontato a Primonumero.it l’inizio di quel calvario, che malgrado ogni evidenza non si era risolto, consumandosi tra promesse tradite, rassicurazioni mai sfociate in atti concreti. Al di là delle parole, quello che ha contato è stato il prelievo forzoso sulla pensione di invalidità di 7.500 euro: lo Stato se l’è ripreso un po’ alla volta, e a ogni prelievo mensile la ferita morale è diventata più estesa, profonda. “Come se mi avessero tolto anche il diritto ad avere una figlia disabile al 100 per cento” aveva confidato lei, che pure non ha mai chiesto un euro a risarcimento degli errori commessi dai medici, che all’epoca sbagliarono la casella da barrare impedendo l’accesso all’assegno di accompagnamento. “Avrei potuto chiedere milioni, non l’ho fatto. Ho lasciato perdere, ero concentrata su altro, avevo altre priorità”.

La pensione di invalidità è arrivata ai 18 anni della ragazza, e nel 2015, prima che Mariangela spegnesse la ventottesima candelina, sono arrivate le cartelle. Ma l’annualità 2011 è rimasta fuori dal “condono” per sopraggiunta scadenza dei termini.

concettina e mariangela

Tanti gli appelli ai politici locali, tutti inutili. Tante le rassicurazioni tradite dall’immobilismo dei fatti, dopo infinite telefonate tra Campobasso e Roma. Tanta l’umiliazione, che tuttavia non le ha mai tolto la dignità, e nemmeno la forza per proseguire nella sua missione. Concettina Aquilante non si è mai data per vinta, e ha deciso di presentare ricorso tramite un legale conosciuto sui social, che si è offerto di assisterla a titolo gratuito. La decisione del Tribunale del Lavoro è arrivata pochi giorni fa, in seguito alla scelta dell’Inps – dopo l’interessamento del presidente nazionale Tridico- che ha dichiarato cessata la materia del contendere.

L’Inps – si apprende direttamente dalla sentenza firmata dal giudice Silvia Cucchiella – “riferiva, inoltre, di aver emesso tutti gli opportuni provvedimenti atti al ripristino integrale della posizione per l’anno 2012, con annullamento degli indebiti comunicati con le due note del 10/2/2016 e cessazione immediata (già disposta, ma con decorrenza gennaio 2020) delle trattenute per il recupero del credito già a suo tempo avviate. Domandava, quindi, dichiararsi cessata la materia del contendere, con compensazione integrale delle spese di lite”.

Quella dell’Inps suona come un atto di scuse, e per la madre di Mariangela è il più bel risultato che si potesse raggiungere. Nonché un segnale di speranza per chi si trova nella stessa situazione e deve aggiungere, alla fatica quotidiana di un figlio disabile, la beffa di uno Stato che talvolta arriva a essere brutalmente cieco e sordo.

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