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E la formica va in vacanza? Il parere dello psicologo

Siamo diventati un po’ tutti delle formiche anche quando potremmo non lavorare, esponendoci così allo stress negativo, uno dei fattori più pericolosi per il nostro benessere. Negare alla nostra mente una vacanza, anche dalla tecnologia, diminuisce inoltre la nostra abilità di pensare e agire creativamente.

Siamo in piena estate: è tempo di vacanza con la famiglia o con gli amici, occasione imperdibile per rallentare i ritmi logoranti della nostra vita quotidiana. Nessuno ignora, ormai, che dedicarsi del tempo lontano dal lavoro, dalla scuola, dai ritmi serrati di una vita molto impegnata è fondamentale per rivitalizzare la propria salute. Molto difficile per noi “formiche” mettere in pratica alcuni fondamentali accorgimenti per la promozione del benessere, dopo che per decenni siamo stati indottrinati da chissà cosa a non arrenderci mai, a guardare avanti, ad essere positivi e a fare tutto quello che possiamo, ad essere iperconnessi, sempre attenti e consapevoli di ciò che ci accade intorno e, se della vita reale o anche virtuale, poco importa. L’importante è avere tutto sotto controllo.

Malorni Nicola

 

Eppure, sappiamo tutti che il mare, la montagna, l’isola, il viaggio, sono un fondamentale antidoto contro uno dei fattori più pericolosi per il nostro benessere: lo stress.

La formica è saggia ed esperta, ma non abbastanza da prendersi una vacanza”, tuonava
Clarence Day contro una società borghese ossessionata dal lavoro e dalle performance. In ambito scientifico, il termine “stress” si riferisce, tuttavia, al livello di attivazione mentale e fisica di un individuo, per cui un certo grado di attivazione è fondamentale e utile alla vita (lo stress può anche essere positivo e si chiama, in questo caso, “Eu-stress”): in altri termini, senza stress non si esperirebbe neanche la percezione di un suono. Ovviamente la qualità dello stress varia notevolmente in base ai fattori responsabili (stressogeni) e soprattutto alle caratteristiche di personalità: l’impatto di un evento stressogeno sulla salute, cioè, dipende anche da come la persona lo percepisce. Così, anche eventi dal forte impatto traumatico quali un lutto, un divorzio o una malattia possono essere vissuti in modo molto diverso da persona a persona. In altri termini, il nostro stato di salute psico-fisica è significativamente condizionato dalla nostra personalità, dalle nostre rappresentazioni mentali, dai nostri atteggiamenti. L’eustress, a proposito, non è definito dal tipo di stress che lo genera, ma piuttosto da come si percepisce quest’ultimo (ad esempio la differenza tra un pericolo e una sfida positiva). La nostra risposta positiva può dipendere dai sentimenti attuali, dalla desiderabilità, dal luogo in cui ci si trova. Rispondere ad un fattore di stress con un senso di vitalità, speranza o vigore è un chiaro indicatore di eustress.

 

Il problema è che noi siamo invece diventati un po’ tutti delle “formiche”, anche quando potremmo non lavorare, esponendoci soprattutto allo stress negativo (il distress) e vi spiego perché. Ogni “formica” ha dei propri livelli di tolleranza allo stress e delle proprie tecniche di gestione di questo. Ma non bastano le strategie o le tecniche di gestione, occorre avere un atteggiamento mentale verso la nostra stessa mente che potremmo definire semplicemente come la “capacità di lasciarla andare al vuoto”.

Una recente ricerca americana mette in evidenza come tre lavoratori su quattro non siano in grado di sfruttare in toto il loro periodo di vacanza. L’impiegato medio usa solo la metà delle ferie che ha a disposizione, e anche chi ne utilizza l’intero ammontare tende spesso a rimanere in contatto con l’ufficio attraverso computer, tablet o cellulari. Addirittura, il 61% degli intervistati ha riportato di continuare a lavorare in vacanza. Le ragioni sono ancora una volta legate all’ansia e alle difficoltà nella sua gestione, in quanto riguardano generalmente la paura di rimanere indietro con le cose da fare, di perdere la promozione sperata, o addirittura il lavoro.

 

E invece, a proposito di lavoro, occorrerebbe riflettere sul dato di fatto che negare alla nostra mente una vacanza, anche quando si sta in vacanza, diminuisce la nostra abilità di pensare e agire creativamente. Non solo. Quando si è sotto stress cronico, il corpo rilascia l’ormone cortisolo, e livelli di cortisolo troppo elevati possono danneggiare l’ippocampo, area del cervello deputata alle funzioni di apprendimento e di memoria. Come di fronte allo spazio bianco di una tela, o un blocco di pietra ancora informe, è proprio nei momenti di “vuoto mentale”, di assenza di desideri e di memorie, che d’improvviso può balenare l’idea creativa o la soluzione a un problema difficile. Tra l’altro “vacantia” è il neutro plurale sostantivato di “vacans”, participio presente di “vacare”, essere vuoto, libero.

 

Lasciata libera di immaginare e di vagare come una barca a vela in mare aperto, la nostra mente si allontana momentaneamente dalla routine quotidiana e casualmente connette idee e le consolida a conoscenze precedenti, conducendo “il pensatore” a soluzioni creative, ottimali ai propri obiettivi.  Soluzioni inaspettate per delle formiche iper-organizzate, che sgorgano improvvisamente da immagini che dischiudono, in vacanza, il potere trasformativo dell’ozio, che – come ricordava Floyd Dell – “non è non fare nulla. L’ozio è essere liberi di fare qualsiasi cosa”. Ci si libera, innanzitutto, di quei pensieri tossici che ci incatenano alle nostre routine quotidiane, dispendiose dal punto di vista energetico ed estremamente dannose per la nostra creatività.

 

A questo proposito, anche Albert Einstein arrivò a denunciare una trasformazione involutiva della nostra società quando asserì che “La mente intuitivaè un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono”. E il grande fisico amava molto trascorrere le sue vacanze nel clima gradevole di Caputh, vicino a Berlino, dove aveva acquistato una casetta e dove poteva praticare il suo sport preferito, le gite in barca a vela: “l’unico sport che non richiede alcuno sforzo fisico”, diceva ironicamente.

Oggi conosciamo anche i risultati di uno studio svolto dal Servizio di Psicofisiologia Clinica del San Camillo-Forlanini di Roma, in collaborazione con la Cattedra di Psicofisiologia Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, che ha coinvolto 30 pazienti che avevano avuto un attacco di cuore, dimostrando che la tensione muscolare, causata nel 61% dei casi da problemi socio-economici e isolamento sociale e nel 34% da difficoltà lavorative e familiari, aumenta del 30% il rischio di depressione e, a sua volta, accresce del 20% la probabilità di malattie cardiovascolari come infarti e ictus.

 

È  importantissimo, quindi, creare le condizioni perché tutti possiamo alternare momenti di lavoro a momenti di riposo, anche da quella assordante e snervante attività di pensiero sollecitata dalla moderna tecnologia e legata all’ossessivo utilizzo di telefonini e tablet che sostituiscono interamente la ricerca del “vuoto”, dell’ozio creativo, dell’attesa meditativa, o anche quella “percezione del bianco” poeticamente celebrata da Marcela Serrano in Il tempo di Blanca”: “Bianco, mi ha detto, il colore dell’origine e della fine. Il colore di chi sta per cambiare condizione. Bianco, mi ha detto, il colore del silenzio assoluto; non il silenzio della morte, ma quello del preludio a tutte le metamorfosi possibili.”

Le nostre “abbuffate” di tecnologia (rispondere ad una mail, scrivere in chat, scorrere i post di facebook) sono attività molto dispendiose in quanto la nostra mente non ama fare più cose contemporaneamente. La psicofisiologia ha dimostrato come forzare la mente a passare velocemente da un compito all’altro sovraccarica il lobo frontale del cervello, riducendone la produttività e l’efficienza. Infine, secondo alcune recenti ricerche, troppo tempo online porta le persone a sentirsi in media più sole, ansiose e depresse.

 

E a proposito di rapporti tra iper-connessioni tecnologiche, mente razionale e distress (tipici tratti di personalità delle formiche) da una parte, e vacanze, mente intuitiva ed eustress dall’altra (atti tipici del vacanziero ozioso medio), saluto tutti i lettori di Primonumero.it con questa metafora ripresa da Edward O. Wilson: “Si può sostenere che siano le formiche gli animali più aggressivi e bellicosi: esse superano di gran lunga gli esseri umani quanto a cattiveria organizzata. Al confronto la nostra specie è gentile e mite. Il programma di politica estera delle formiche può essere riassunto così: aggressione ininterrotta, conquista territoriale e genocidio fino all’annientamento delle colonie limitrofe.” Buone vacanze a tutte le formiche ma soprattutto agli oziosi vacanzieri, miti e gentili.