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Molise da sballo. L’emergenza droga tra i giovani e il “consumo della felicità”

La forte incidenza delle dipendenze patologiche da sostanze stupefacenti come un prodotto della nostra società “consumistica”, incentrata sull’ossessione diabolica del consumo

Qualcuno potrebbe trovare troppo ardito inquadrare l’emergenza droga tra i giovani molisani, della cui segnalazione ringraziamo il Procuratore Nicola D’Angelo, sullo sfondo delle teorizzazioni che fanno riferimento al costrutto di homo oeconomicus (John Stuart Mill, 1836). Io sono tra coloro che, invece, ritengono che la forte incidenza delle dipendenze patologiche da sostanze stupefacenti sia anch’essa un prodotto della nostra società “consumistica”, un monstrum creato nei nostri quotidiani laboratori educativi retti dalle stesse leggi di mercato individuate dall’“economia comportamentale” di Herbert Simon, Daniel Kahneman e  Richard Thaler (cui sono stati assegnati premi Nobel per l’economia); una mostruosità che abbiamo creato in laboratori legittimamente installati tra le nostre stesse mura domestiche, discendenza di una moderna ingegneria genetica creata ad hoc da tutti noi (commercianti, imprenditori, amministratori e genitori) nel perseguire gli interessi di una società (la nostra) incentrata sull’ossessione diabolica del consumo. È accaduto, quindi, che anche i nostri giovani dovessero essere indotti, a causa delle ferree leggi di mercato di questa “Grande Madre” che ci sovrasta (la società dei consumi), a divenire (già prima della maggiore età) “partner dello scambio” economico nel modo più razionale, pianificato, previsionale possibile. Non possiamo leggere adeguatamente i destini di questa ulteriore espressione della nostra ossessione collettiva per il consumo (il consumo di droghe stupefacenti) senza considerare i fattori psicodinamici collettivi con i quali è nata, si è sviluppata e agisce mietendo migliaia di giovani vite ogni anno, vittime sacrificali della divinità del consumo.

Malorni Nicola

L’emergenza droga – da cui il Procuratore D’Angelo ci ha messi in guardia di recente con dati allarmanti – è espressione di un processo identitario (che forma cioè l’identità) che interessa soprattutto i giovani e che manifesta una profonda connessione con i bisogni costitutivi dell’economia moderna e con le sue regole generali. Vi è una pervasiva frustrazione nella nostra società che inseguiamo nel corso della nostra esistenza e che sembra condannarci ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: quella della felicità. Un’ossessione di cui non riusciamo a liberarci, la cui prima manifestazione, non credo sia un caso, sembra sia rintracciabile nella Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per Legge. Potremmo ipotizzare che proprio dalla visione del nuovo mondo contenuta in quella dichiarazione sia nato il “sistema dei consumi” che, per lo più inconsapevolmente, abbiamo visto progressivamente ammalare la società ma soprattutto le nostre famiglie le quali – alla luce di quanto vado qui proponendo – ci appaiono davvero come possedute da un “complesso liberal-capitalista” rivelando, attraverso la rapida e illimitata espansione del loro potenziale di consumo, di aver bisogno – come l’homo oeconomicus in generale – di consumare incessantemente la cosiddetta felicità.

 

L’emergenza droga – ossia la ricerca spasmodica dei nostri figli di sostanze stupefacenti da consumare –  ci presentifica i nostri giovani come condannati ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento pervasivo di angosciosa mancanza di qualcosa. Il primo contatto con le droghe avviene sempre più presto. L’età media di chi ne fa uso si abbassa sempre di più. Dai report statistici che ho consultato, ricaviamo che l’Italia si trova al terzo posto in Europa per il consumo di cannabis (dopo Francia e Danimarca), e quarta per quello di cocaina, secondo le ultime stime dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze. Inoltre, dal report diffuso dalla Comunità di San Patrignano per i suoi 40 anni di attività emerge, con l’analisi dei dati riferiti ai nuovi ingressi in comunità del 2017, che la droga più utilizzata da 9 ragazzi su 10 è la cocaina. A seguire la cannabis, eroina, ecstasy, ketamina, anfetamina e allucinogeni. Allarmanti sono anche i dati riferiti all’età di insorgenza della patologia: l’età media di ingresso a San Patrignano è di 28 anni. Il primo contatto con le sostanze stupefacenti per 1 ragazzo su 2 è avvenuto entro i 14 anni. Sale a 18 anni di età il primo contatto con la cocaina (per 1 ragazzo su 2) e con l’eroina (per 1 su 4).

 

I nostri giovani nascono e crescono ormai in una società in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – e anche le relazioni familiari sono “drogate”: la conoscenza di sé che la psicoanalisi tenta di indicare come via regia per il benessere collettivo è ampiamente scomunicata dalla ricerca spasmodica di soluzioni rapide ai problemi come quelle promesse dai cosiddetti “mental coach” o dai “counselor” (non psicologi), figure professionali emergenti conformi alle leggi liberal-consumistiche, votate al rapido consumo e appagamento  di “felicità”.

Così, se agli inizi del secolo scorso la psicoanalisi proponeva tempi lunghi per un percorso che attraverso un confronto vis a vis  con la sofferenza prometteva non la felicità ma sicuramente un po’ più di serenità, oggi, dopo consulenze “usa e getta” dalle moderne sonorità americane, passiamo dai picchi di euforia (per aver “imparato” la strategia giusta per affrontare velocemente il mio problema ed essere felice in poco tempo) all’alienazione della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento.

Non dissimile è anche l’atteggiamento abituale del genitore moderno non normativo, il quale, ossessionato anch’egli dall’evitamento della sofferenza nei figli e in sé stesso, elargisce “da bravo genitore” doni, premi e concessioni che non stimolano affatto l’emergenza di un desiderio (da de-sidera) che “orienta verso le stelle lontane” – appunto – ma anzi ne anticipano la prefigurazione stessa e la conseguente rapidissima soddisfazione. Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità come assenza di frustrazione è diventata agitata, confusa e spasmodica. La legge che regola la nostra affiliazione alla “onorata società del consumo” recita, in altri termini, “tutto subito”.

 

A questo punto pongo a voi lettori una domanda: siamo proprio sicuri che i poteri politici ed economici forti, quelli che hanno bandito la prevenzione e la promozione del benessere dalle politiche sanitarie e sociali, che non investono in progettualità a lungo termine o nella stabilizzazione della psicologia, ad esempio, sul territorio, nei servizi sanitari, nelle scuole, quelli che favoriscono interventi in emergenza o protesici, spesso imbustati dietro le etichettature di “intervento di prevenzione secondaria o terziaria”,  non siano anch’essi attori della stessa economia drogata del consumo?C’è un problema per una famiglia con minorenni per una separazione conflittuale e non abbiamo psicologi sufficienti nel distretto? Beh, chiediamo a quelli che abbiamo da trent’anni, prossimi alla pensione, al SerD e facciamoli lavorare su quella famiglia!”: una rapidissima soluzione “usa e getta” di una strategia di health management moderna ed efficiente (sono ovviamente ironico) messa in atto di recente nei nostri “Servizi per la felicità”.

 

L’emergenza droga deve allarmarci perché l’incantesimo di cui siamo tutti vittime ci ha resi fisiologicamente mimetici a tutti i generi di psicopatologie ipermoderne (pensate anche alle patologie da gioco d’azzardo, alle dipendenze da Internet e dai giochi on line) le cui cifre ormai ci parlano di un funzionamento sociale pervasivo e non più e non solo di vulnerabilità marginali delle cosiddette “periferie esistenziali”. Oggi, da questo punto di vista, viviamo tutti nella “periferia della consapevolezza”. Per questo rispondo all’appello del Procuratore D’Angelo, di cui apprezzo l’impegno quotidiano e soprattutto l’aver posto l’attenzione su aspetti che vanno oltre il rispetto della Legge, che occorre investire maggiormente in psicologia in tutti i contesti dove si lavora sui processi identitari della famiglia e dei giovani, a partire almeno dalla scuola elementare.

È ingenuo, dopo i Nobel assegnati alla psicologia nell’ambito della ricerca di economia comportamentale, pensare ancora che le decisioni del consumatore (di droga, in questo caso) siano razionali e informate. La ricerca condotta dei teorici dell’economia comportamentale ha diviso il mondo in due categorie: gli Econs, ossia i superuomini in grado di scegliere il proprio consumo razionalmente secondo il modello perfetto della razionalità, e gli Humans, che sono il resto del genere umano, condizionati nelle loro scelte di consumo dalle emozioni, dall’affettività, dei conflitti, dalle psicopatologie, dalle dinamiche inconsce che riguardano anche il tessuto emozionale delle comunità e della società in cui vivono.

È per questo che i genitori humans, appunto, hanno assegnato anche alle relazioni educative un carattere “mercantile” (se tu figlio mi dai la felicità, ovvero allontani da me ogni forma di sofferenza, ti incentivo con concessioni di ogni genere poiché la ricerca della felicità – ovviamente – non conosce limiti) declinando la loro funzione nella società ipermoderna secondo le trame inconsce collettive di una matrice liberal-capitalista.

Cosa offre il mercato della droga alle nostre famiglie? Cosa troviamo sul banco del consumo di stupefacenti? Soprattutto l’illusoria cura dell’ansia e della depressione, dei sentimenti di alienazione e di solitudine, della conflittualità, della paura dei sentimenti profondi, della carenza di iniziativa e mancanza di progettualità. A tutto questo abbiamo il dovere di rispondere con proposte di interventi psicologici ed educativi in grado nel medio-lungo termine di generare trasformazioni profonde, provando a sopportare la frustrazione dell’attesa e la rinuncia al possesso delle stelle.