Emergenze educative: i “no” per la salute

Stiamo evitando oltremisura ai nostri figli di vivere emozioni di tipo negativo; allo scopo di allontanare situazioni di disagio, scegliamo di non porre dei limiti per evitare reazioni negative. Eppure i “no” sono salutari sempre, così come le emozioni negative che li accompagnano.

Due settimane fa ho trattato per questa stessa rubrica il tema dell’emergenza droga in Molise, riscontrando tra i lettori un grande interesse. Molte Istituzioni (Procura, Scuola, Servizi pubblici, Forze dell’Ordine) e famiglie, in questo momento, stanno orientando l’attenzione verso questa problematica emergenziale; segnali di una pronta reattività arrivano da tutta la nostra comunità; sono a conoscenza di molte richieste di consulenza ai colleghi psicologi per problematiche legate all’uso o abuso di sostanze stupefacenti tra i giovani. Ho ampiamente illustrato il mio parere sul tema nell’articolo di Primonumero.it e diffuso attraverso un comunicato stampa dell’Ordine degli Psicologi; intendo però continuare, in collaborazione con le Istituzioni che ho sopra richiamato, quest’azione di sensibilizzazione e informazione con l’auspicio che possa essere ancora raccolto dalle famiglie e dai docenti soprattutto questo messaggio: siamo in emergenza, occorre ripensare i ruoli e le funzioni delle famiglie e della scuola in primis e implementare azioni a 360°  utili ad affrontare nei prossimi anni, sistematicamente e senza interruzioni, le problematiche connesse alle dipendenze giovanili da sostanze stupefacenti.

Malorni Nicola

 

Negli ultimi decenni, nelle famiglie, l’attenzione alle emozioni dei nostri figli e la condivisione dei loro vissuti – occorre riconoscerlo – è significativamente cresciuta. Indiscutibilmente si tratta di una trasformazione positiva della nostra cultura, promossa e alimentata soprattutto dalla psicologia, sempre più diffusa nelle nostre conversazioni quotidiane, nelle trattazioni dei media, nei programmi televisivi; finanche nelle fiction è quasi sempre presente la figura dello psicologo o dello psicoterapeuta/analista. Segnali, questi, non soltanto di un cambiamento culturale che riconosce a questa scienza finalmente l’importante funzione di promozione di benessere, ma anche di un fabbisogno diffuso di ascolto e di aiuto che riguarda un po’ tutti. Ne è una dimostrazione questa stessa rubrica che ha trattato argomenti di rilevanza psicologica per un anno intero, settimanalmente e senza interruzioni, con il riscontro di un numero molto elevato di visualizzazioni soprattutto quando la trattazione verteva su tematiche riguardanti i figli, la famiglia e le problematiche ad essi connesse.

 

La maggiore sensibilità degli adulti e della nostra cultura verso il mondo interiore dei nostri giovani, tuttavia, ha anche un suo lato Ombra. Utilizzo questo termine junghiano per riferirmi al lato oscuro della nostra mente o della nostra personalità, quella parte non accettata o misconosciuta che lasciamo – appunto – in ombra, di cui spesso ignoriamo l’influenza sui nostri comportamenti. È una dimensione che, soprattutto, nei periodi di crisi, richiama fortemente la nostra attenzione: ci guarda in faccia, ci tende la mano, ci afferra energicamente per un braccio, ci spinge a terra o ci attende funesta dietro un angolo, entra in casa come un ladro o semplicemente ne avvertiamo la presenza in casa dai rumori che ascoltiamo. E fa di tutto affinchè noi possiamo interrogarla. Cosa ci fai qui? Cosa vieni a dirmi? Perché richiami la mia attenzione? L’Ombra della nostra cultura “bambino-centrica” – che ripeto è pur sempre una grande conquista dell’umanità che non bisogna rinnegare – ci viene a dire, soprattutto oggi con questa temibile emergenza legata all’uso diffuso di sostanze stupefacenti, che stiamo evitando oltremisura ai nostri figli di vivere emozioni di tipo negativo; allo scopo di allontanare situazioni di disagio, scegliamo di non porre dei limiti per evitare reazioni negative. Non solo. Al primo rimprovero, alla prima alzata di voce di un insegnante a scuola, reagiamo immediatamente con richieste di confronti con il Dirigente o con il docente per controllare e neutralizzare il presunto rischio di “maltrattamenti” in ambito scolastico da parte degli insegnanti e a danno dei nostri figli e dei loro apprendimenti, che ci rappresentiamo sempre più come bambini e adolescenti “fragili”, incapaci di resistere allo stress dei “no”, dei limiti e delle frustrazioni. Reagiamo spaventati, come se in quella scuola si presentificasse improvvisamente un pericolo, un nemico, un persecutore, disconoscendo che a spaventarci è, in realtà, la nostra stessa Ombra, ossia la rabbia e la tristezza (nostra e dei nostri figli) che non vorremmo mai vedere, riconoscere, gestire o ascoltare.

Difficilissimo il “mestiere” dell’educatore: lo è perché ci espone continuamente all’egocentrismo dei nostri figli o alunni, una loro caratteristica naturale, ce l’hanno tutti, ognuno di loro vorrebbe vedere soddisfatti nell’immediato tutti i desideri. È una spinta naturale, geneticamente determinata, all’autoaffermazione (oggi – a dire il vero – esacerbata dall’influenze della nostra cultura notoriamente consumistica). Zygmunt Bauman, il sociologo che ci ha introdotti al costrutto di una “società liquida” (ossia senza confini definiti, contenitivi), ha parlato anche di un’evoluzione dell’Uomo moderno in Homo consumens. Ecco, giocando con queste nuove acquisizioni della nostra cultura, potremmo provare a declinare l’homo consumens in Puer o Puella consumens (i bambini consumatori: consumatori di desideri immediatamente appagati).

Dice Bauman: “Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato”. E i nostri figli sono costantemente alla ricerca di eccitazioni perché si annoiano, non sopportano la frustrazione, sono inabili a gestire le emozioni negative e utilizzano il “consumo” (di giocattoli, di merendine e snack vari a tutte le ore, di droghe e videogiochi) per sedare la noia, l’ansia, la tristezza, l’insicurezza, il sentimento di vuoto.

E noi, poiché siamo diventati tutti più sensibili, avvertiamo la funzionalità in termini evolutivi di quella spinta autoaffermativa che spinge i figli a resistere ai nostri limiti o a tentare di trasgredirli, intuiamo che non occorre reprimerla o bloccarla del tutto perché la loro ribellione è espressione di quella parte volitiva, vitale, espressione del desiderio che orienta lo sguardo verso le stelle.

 

Ricordiamoci però dell’Ombra, sforziamoci di riconoscere che un po’ ovunque c’è un gioco di opposti. Ricordiamoci che la soddisfazione del desiderio ci fa volare verso l’alto, ci rende più leggeri, a volte ci fa somigliare ad angeli benefattori e dimentichiamo che l’eccessiva accondiscendenza (ecco l’Ombra) può mettere a volte in grave pericolo la nostra vita o quella dei nostri “cuccioli”: perché il “volo” a volte diventa drammaticamente concreto come quello evidenziato dai dati relativi agli incidenti d’auto che coinvolgono i bambini con conseguenze spesso mortali, a causa del mancato utilizzo di seggiolini o cinture. Rimandiamo i divieti e i no a quando saranno più grandi e li esponiamo invece al rischio che grandi non diventino mai.

 

Eppure, la psicologia, questa importante interlocutrice cui ci capita sempre più spesso di riferirci, ci racconta che i “no” sono salutari sempre, così come le emozioni negative che li accompagnano. Abbiamo tutti osservato i nostri figli, intorno ad 1 anno circa di età, ripetere, di fronte al nostro intervento che li fermava mentre tentavano di portare in bocca un oggetto raccolto da terra, lo stesso gesto con il piccolo indice e con la parola “no” appena sussurrata. Una parola brevissima che però contiene in sé una storia lunga migliaia di anni di evoluzione della specie umana, perché quelle due lettere hanno creato un ponte evolutivo tra l’impulso primitivo ad agire e la rappresentazione simbolica: l’azione può essere così sostituita da una parola; nel piccolo termine è così contenuta la dimensione senza confini della simbolizzazione e della cultura. Dove l’animale o l’Uomo primitivo immettevano la fuga o la lotta, il bambino e l’adulto di oggi possono mettere la discussione.