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L’incontro con agnello di Dio

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    di don Mario Colavita

     

    “Non importa sapere se Dio si è messo nelle vostre mani, ma quel che voi ne avete fatto”. Trovo interessante questa citazione di G. Bernandos perché ci invita a riflettere sul nostro stile di vita avendo come presupposto Cristo.

    Che ne abbiamo fatto di Lui? Siamo convinti che il Figlio di Dio, , incarnato nel seno della vergine Maria, nato morto e Risorto per noi e la nostra salvezza ci sia utile nella nostra vita?

    Perché se è inutile, se Cristo fosse equiparato ad uno dei tanti chiacchieroni del popolo o un condottiero dolce e gentile abbiamo completamente sbagliato a comprendere Gesù Cristo.

    Nel tempo della “esculturazione” dove la parola ha un significato preciso e pregnante: dittatura dell’individuo, marginalizzazione e folclorizzazione della dottrina della Chiesa, della liturgia e delle sue figure ministeriali che vengono sempre più percepite come estranee e strane, la persona di Cristo è messa tra le altre o peggio è stata straformata una immagine bella da incorniciare e appendere al muro.

    Penso che oggi più che mai Gesù possa e debba parlare ai cristiani di dono, amore, perdono, salvezza se così non fosse non preoccupiamoci, abbiamo semplicemente sbagliato persona…

    Nel vangelo è Giovanni il Battista che ci ricorda chi è Gesù, e lo fa perché crede che l’uomo Gesù è veramente capace di togliere il peccato.

    Giovanni Battista è l’icona dell’uomo autentico, il testimone, che conosce i propri limiti ed è aperto alla novità: vive di quel desiderio di Dio impresso in lui dalla Parola creatrice e dalla promessa fatta ad Israele. Per questo è uno che cerca e incontra, riconosce e accoglie Gesù come il Figlio di Dio, testimoniandolo agli altri: è il prototipo del discepolo.

    Nel Battista io vedrei bene i genitori cristiani  che si sforzano di educare e di far crescere i figli additando loro certezze e verità per una vita buona e serena. Del resto tutto ciò che una mamma e un papà scelgono per un figlio è sempre in vista del bene e del meglio a maggior ragione supponiamo per una scelta di vita spirituale e di fede.

    Giovanni non fa altro che darci testimonianza perché possiamo scoprire chi è l’agnello di Dio: è il Figlio che toglie il peccato del mondo.

    Nella cultura ebraica antica l’agnello evocava tante immagini: la mansuetudine, la mitezza, la debolezza, ma anche la vita nuova (gli agnelli nascono nel periodo primaverile), Gesù è accostato all’agnello, l’immagine della salvezza dei primogeniti in Egitto.

    Gesù-agnello è servo, si addossa il peccato, il servizio, il dono. Come agnello-servo ama e amando ci salva.

    Nella forza debole dell’agnello scopriamo la vera identità del Figlio di Dio, togliendo e prendendo su di sé il peccato ci apre i cieli e ci indica il cammino bello della vita dei figli di Dio.

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