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“La ‘ndrangheta sa benissimo dove vivono i pentiti”. Il caso di Termoli sul Corriere della Sera

Appartamenti col cognome sul citofono e sempre gli stessi, vicini di casa che sono falsi pentiti e rivali di "famiglie" mafiose. Le falle del Programma messe in luce dal racconto di Luigi Bonanno, collaboratore di Giustizia ospite a Termoli con la famiglia per diversi anni, al quale di recente è stata revocata la protezione.

Il caso della Provincia di Campobasso, dove pentiti di ‘ndrangheta coinvolti da un programma di protezione possono incrociare per strada o avere addirittura come vicini di casa falsi pentiti di ndrine rivali, esponendosi a un altissimo pericolo per la loro incolumità e quella delle famiglie, arriva sul Corriere della Sera con una videoinchiesta firmata da Antonio Crispino, che intervista un collaboratore di giustizia fino a qualche anno fa ospite in una località “segreta” a Termoli. Segreta fra virgolette, appunto, perché come lo stesso Luigi Bonanno, ex boss di una cosca crotonese, aveva avuto modo di raccontare a Primonumero.it, “la ‘ndrangheta ci mette un attimo, in queste condizioni, a capire dove ti trovi”.

L’approfondimento prende spunto dall’ omicidio di Marcello Bruzzese, pentito di ‘ndrangheta freddato a Pesaro il pomeriggio di Natale sotto casa sua. Il killer sapeva perfettamente dove viveva e come viveva: sul citofono d’altronde c’era addirittura il nome. E’ stato scoperto che l’appartamento veniva utilizzato dal Nucleo Operativo di Protezione come rifugio per collaboratori di giustizia da almeno 20 anni.

Una situazione che ricorda quella della provincia di Campobasso, come racconta il collaboratore calabrese che da alcuni anni ha cambiato località e che da alcuni mesi è uscito dal programma protezione del quale ha denunciato le tante falle fino a chiedere di essere trasferito all’estero dopo aver subito minacce e intimidazioni e aver ricevuto, proprio mentre si trovava a Termoli, un proiettile via posta.

Bonanno ha riferito che i suoi “vicini di casa” erano Lea Garofalo, testimoni di giustizia uccisa barbaramente, Felice Ferrazzo, capo della ndrina Ferrazzo del cui nome abbondano le cronache locali (l’inchiesta Isola Felice prende spunto proprio da lui, di recente sfrattato da un appartamento popolare a San Giacomo degli Schiavoni) e “altri con cui ero stato in carcere, addirittura rivali della mia famiglia. Per non considerare – ha aggiunto rimarcando quanto aveva già denunciato al nostro giornale – che quando sono stato trasferito a Termoli mi sono trovato i messaggeri della mia famiglia sotto casa volevano che non facessi alcuni nomi”. Bonanno aveva messo in luce, nomi e prove alla mano, quanto la città di Termoli fosse pericolosa e come il segreto fosse stato violato immediatamente “perché tutti sapevano dove mi trovavo”.

“Lo Stato mi manda al macello. Io e la mia famiglia rischiamo la vita ogni giorno” per la mancanza di una adeguata protezione: questa la denuncia di Bonanno, che aveva anche scritto a Monti e al ministro dell’Interno e rilasciato testimonianze importanti sulle carenze del sistema di protezione attraverso interviste che gli sono costate care. Il Tar era intervenuto infatti qualche mese fa per revocargli il programma.

Il paradosso è che Luigi Bonanno, che partecipa anche al Comitato dei sostenitori dei collaboratori di giustizia per i quali sono stati fondati un sito web e una pagina Facebook, è un collaboratore a tutti gli effetti visto che continua a testimoniare ai processi, ma non gode più di alcuna protezione e sperimenta un rischio quotidiano.

Di recente ha portato all’attenzione delle Cronache nazionali la questione dei documenti di identità che vengono rilasciati senza una corrispondenza anagrafica. “Significa che se qualcuno ti controlla non troverà niente di aderente alla tua attuale situazione. Quando sono andato a iscrivere mio figlio alla scuola calcio – ha detto ancora – mi hanno chiesto il certificato di nascita. Ma nel Comune dove risiedevo sotto copertura non risultavo né sposato ne con figli. Evidente che gli impiegati comunali fanno una ricerca e scoprono chi sei realmente”.

“La migliore protezione alla fine – è la sintesi amara ma inattaccabile di Bonanno – è quella che ti fai da solo”. Parole che ammettono senza reticenza quanto sia difficile e pericoloso scegliere di schierarsi dalla parte della giustizia. Specialmente da uno che nei fatti e per tutte le Istituzioni risulta un pentito, con la singolare eccezione del Servizio Centrale di Protezione del Ministero, ma non beneficia più di nessuna protezione.