Montecilfone - l'altra faccia della storia
|Ora tutti rivogliono il negozio di Alimentari, “ma quando eravamo aperti facevano la spesa altrove”
Dopo il reportage sul paese rimasto senza l’unico vero negozio di generi alimentari, parlano Giovanni e Maria Pizzarelli, che per quasi nove anni hanno gestito il Punto Risparmio di via San Rocco. Raccontano perché hanno deciso di chiudere, gli investimenti fatti, l’allagamento che ha aggravato le difficoltà e soprattutto un’abitudine che, secondo loro, ha pesato più di tutto: la spesa principale fuori paese e il negozio sotto casa utilizzato solo per le emergenze. “Eravamo la ruota di scorta di Montecilfone”.
Qualche giorno fa abbiamo raccontato Montecilfone dalla parte di chi oggi deve fare i conti con l’assenza dell’unico vero negozio di generi alimentari del paese. Anziani che chiedono ai figli di fare la spesa a Termoli, persone costrette a prendere l’auto anche per comprare poche cose, residenti che considerano quella saracinesca abbassata in via San Rocco un altro servizio perso in un piccolo centro che negli anni ne ha già visti scomparire diversi.
Ma per capire perché il Punto Risparmio abbia chiuso bisogna ascoltare anche chi per quasi nove anni è stato dall’altra parte del bancone.
Giovanni e Maria Pizzarelli hanno aperto il negozio nel giugno del 2017. Erano arrivati a Montecilfone da fuori, avevano comprato casa e deciso di investire nel paese. Prima l’affitto del locale, poi l’acquisto, l’arredamento, la merce, un mutuo che è ancora in corso. Oggi, mentre molti chiedono che un alimentari torni al più presto, loro raccontano una storia diversa: “Se la gente avesse fatto la spesa da noi, non avremmo chiuso”.
Giovanni, partiamo dall’inizio. Perché nel 2017 avete deciso di aprire un negozio di alimentari proprio a Montecilfone?
“Ci eravamo trasferiti qui da poco. Dopo aver lavorato a Milano siamo tornati nel paese di mia moglie, in Puglia, ma a entrambi piaceva il Molise. Cercavamo casa inizialmente nella zona di Termoli, poi abbiamo trovato quella di Montecilfone, ci è piaciuta e l’abbiamo comprata. Io questo lavoro lo conoscevo già e mi sono accorto che nel paese poteva esserci spazio per un negozio di alimentari. Così abbiamo deciso di provarci. Abbiamo aperto nel giugno del 2017, partendo praticamente da zero”.
Non avete rilevato l’alimentari da un precedente gestore?
“No. Il negozio l’abbiamo creato noi. All’inizio il locale era in affitto, poi dopo circa due anni abbiamo deciso di comprarlo. E il mutuo c’è ancora. Sono stati investimenti, sacrifici, arredamento, merce, tasse, tutto quello che comporta un’attività del genere”.
È importante chiarire anche un altro punto emerso dopo la chiusura: il sindaco aveva riferito che il locale era stato acquistato da un altro cittadino. Voi dite invece che la vendita non è ancora avvenuta.
“No, infatti non è così. Il negozio non è stato ancora venduto. Noi abbiamo cessato l’attività, ma il locale è ancora nostro. Se arriverà qualcuno interessato vedremo, ci sono state delle interlocuzioni, ma una vendita vera e propria non c’è stata”.
All’inizio l’attività funzionava?
Giovanni: “Sì, all’inizio andava bene. Poi piano piano le cose sono cambiate e siamo arrivati a una situazione in cui non era più possibile andare avanti”.
Che cosa è cambiato? I clienti sono diminuiti?
“Il problema principale è stato proprio quello. La gente andava a fare la spesa fuori, soprattutto a Termoli. Da noi magari tornava perché aveva dimenticato lo zucchero, un pacco di pasta, qualcosa che serviva in quel momento. Ma un negozio non può vivere con il pacco di zucchero dimenticato. Ci sono corrente, tasse, contributi, rifiuti, fornitori, merce da comprare. Se incassi cinquanta euro in una giornata non riesci a sostenere le spese”.
Eppure oggi molte persone dicono di sentire fortemente la mancanza dell’alimentari.
“Ed è proprio questo che ci lascia più amareggiati. Adesso tutti dicono che il negozio serve, che sono in difficoltà. Ma c’è gente che in nove anni non è mai entrata, neanche una volta, nemmeno per sbaglio o per curiosità. Se un servizio serve bisogna usarlo anche quando c’è, non soltanto accorgersi della sua importanza quando non c’è più”.
Maria interviene: “Noi eravamo sempre lì. Dalla mattina alla sera, tutti i giorni. Abbiamo provato in tutti i modi a offrire quello che poteva servire”.
Durante il Covid, però, la situazione era stata molto diversa.
Giovanni: “Durante il Covid avevamo la fila dalla mattina alla sera. In quel momento servivamo a tutti perché non ci si poteva spostare facilmente. E lo stesso succedeva quando c’erano problemi sulle strade o altre difficoltà: allora tornavano tutti”.
Insomma, vi siete sentiti come la ruota di scorta del paese.
“Esattamente questo. Eravamo la ruota di scorta. Quando non si poteva andare a Termoli, quando c’era un’emergenza, quando serviva qualcosa all’ultimo momento, allora il negozio diventava indispensabile. Poi, appena era possibile tornare a fare la spesa fuori, si ricominciava come prima”.
Perché secondo voi le persone preferivano andare fuori paese? Per una questione di prezzi e quindi di convenienza?
“Noi non pensiamo fosse quello. I prezzi erano competitivi e cercavamo di avere scelta, il più possibile. Chiaramente non possiamo parlare per ogni singolo prodotto, ma non è vero che da noi tutto costasse di più rispetto a Termoli, anzi. E poi per andare fuori bisogna anche mettere in conto la benzina”.
Avete provato ad ampliare l’offerta?
“Sì. Abbiamo provato con la frutta, con la carne, anche con la pizza al taglio. Ma se compri la frutta buona e poi il giorno dopo devi buttarla perché non viene venduta, non puoi continuare. È successo con diversi prodotti. Uno prova, insiste, continua a investire, ma a un certo punto deve fare i conti”.
A pesare sulla situazione è stato anche l’allagamento del locale nel 2023.
“Quello ci ha dato la botta finale. Una parte del negozio è diventata inutilizzabile e abbiamo dovuto sistemare quello che potevamo a nostre spese. Abbiamo ristretto gli spazi, ridotto anche l’assortimento e da lì le cose sono andate sempre peggio. Sulla vicenda c’è ancora un contenzioso in corso”.
Il Comune di Montecilfone e il sindaco Giorgio Manes conoscevano la situazione?
Giovanni: “Il sindaco conosceva la nostra situazione e conosceva quello che era successo con l’allagamento. Noi avremmo voluto vedere allora una vicinanza e una risposta più concreta. Oggi c’è molta attenzione per il fatto che il negozio è chiuso; in quel momento, quando noi eravamo in difficoltà, quella stessa attenzione non l’abbiamo percepita”.
Potrebbero avere inciso sulla vostra attività anche le divisioni politiche del paese, quelle contrapposizioni che in una piccola comunità finiscono talvolta per entrare anche nei rapporti personali?
“Non ci siamo mai schierati, abbiamo sempre salutato tutti, parlato con tutti, servito tutti. È vero che Montecilfone è un paese dove ci sono divisioni e gruppi contrapposti, questo lo sanno tutti, ma noi non abbiamo mai impostato il nostro lavoro sulla politica”.
Avete percepito mai dai cittadini di Montecilfone una certa diffidenza nei vostri confronti?
“Sì, l’abbiamo sentita. All’inizio siamo stati accolti bene, poi abbiamo cominciato a percepire discorsi, voci, gente che diceva che avevamo già chiuso, che non avevamo niente, quando invece eravamo lì tutti i giorni e i prodotti erano sugli scaffali”.
Pensate che abbia inciso anche il fatto di non essere originari di Montecilfone?
Giovanni: “Non lo so. All’inizio, come ho detto, ci hanno accolto bene. Forse in un piccolo paese entrano in gioco tante dinamiche. Noi possiamo raccontare quello che abbiamo vissuto, ma il dato concreto resta uno: se il negozio avesse lavorato, noi non avremmo chiuso”.
Se gli affari fossero andati bene, quindi, sareste ancora dietro quel bancone?
“Certo. Assolutamente sì. E oggi dico: coraggio a chi andrà ad aprire lì un’altra volta”.
Nel primo racconto su Montecilfone alcune persone spiegavano che adesso devono andare a Guglionesi, Palata o Termoli. Voi citate spesso Palata come esempio diverso. Perché?
“Perché a Palata, secondo noi, c’è una maggiore abitudine a far lavorare i negozi del paese. La gente compra lì e così le attività riescono a restare aperte. È semplice: se hai un negozio sotto casa ma tutti vanno sistematicamente altrove a fare la spesa, quel negozio prima o poi chiude”.
Quindi la difesa dei servizi nei piccoli centri non dipende soltanto dal pubblico?
“No, dipende anche dai cittadini. Se vuoi che un servizio resti devi sostenerlo. Non puoi utilizzarlo soltanto nelle emergenze e poi lamentarti quando non esiste più”.
Maria annuisce: “È questo che fa male. Oggi sentiamo dire che il negozio era indispensabile. Avremmo voluto che questa consapevolezza ci fosse stata anche prima”.
Nel precedente articolo si parlava anche di una difficoltà nel reperire pane fresco durante l’estate. Su questo volete fare una precisazione.
“Sì, perché non è andata così. Durante l’estate il forno era aperto e il pane c’era anche da noi. Anzi, spesso ci rimaneva invenduto. Il periodo di chiusura del forno per ferie è stato successivo. Quindi vogliamo chiarire anche questo aspetto”.
Dopo quasi nove anni, con quale sentimento avete abbassato definitivamente la saracinesca?
Giovanni resta molto netto: “Con amarezza. Noi abbiamo lavorato dalle sette del mattino fino alla sera, abbiamo investito e provato tante cose. Per questo quando oggi sento tutte queste lamentele dico che bisognava pensarci prima, ora non serve sentirsi vittime”.
Sono le parole di un commerciante che ha chiuso da poche settimane e che non nasconde l’amarezza. Ma dietro quelle parole resta il punto che Giovanni e Maria ripetono durante tutta la conversazione: se il negozio avesse avuto abbastanza clienti, loro avrebbero continuato a tenerlo aperto.
Ed è questo che il loro racconto aggiunge alla storia iniziata qualche giorno fa davanti alla saracinesca di via San Rocco. Montecilfone oggi ha realmente un problema: non avere più un alimentari rende la vita quotidiana più difficile soprattutto a chi non guida e agli anziani. Giovanni e Maria Pizzarelli, però, chiedono al paese di guardare anche a ciò che è accaduto prima.


