Inquinamento acustico - TERMOLI
|“Una moto rumorosa o truccata può farmi stare male per giorni”. Silvio comincia lo sciopero della fame
INTERVISTA – Affetto da ADHD, acufene e ipersensibilità ai rumori, il termolese Silvio Iammarino racconta una vita progressivamente confinata in casa. Da oggi digiunerà a intervalli sempre più lunghi: al Comune chiede un atto formale e controlli continuativi su auto e motociclette modificate. “Non voglio un risarcimento, voglio tornare libero”.
Per la maggior parte delle persone il rombo improvviso di una motocicletta dura pochi secondi. Arriva, disturba e si allontana. Per Silvio Iammarino, invece, quel rumore può restare per ore, qualche volta per giorni. Amplifica l’acufene con il quale convive da quando aveva sedici anni, gli provoca dolore, stordimento, cefalea e rende più difficile concentrarsi, lavorare o anche soltanto uscire di casa.
È da questa differenza, spesso invisibile agli altri, che comincia la sua battaglia contro l’inquinamento acustico a Termoli. Non contro il traffico in quanto tale, ma contro auto elaborate, motociclette con scarichi modificati, botti esplosi senza preavviso e comportamenti che, denuncia, sarebbero diventati quasi normali perché raramente contrastati in maniera continuativa.
Silvio è tornato a Termoli nell’estate del 2024, dopo aver vissuto a Bologna. Pensava di ritrovare i colori, gli affetti e la familiarità della sua città. Ha trovato anche una rumorosità che, nella sua condizione, ha progressivamente ristretto lo spazio della vita quotidiana. È affetto da ADHD ed è seguito dal professor Domenico Berardi dell’Università di Bologna. Alla sindrome si accompagnano un acufene persistente e una forte ipersensibilità ai rumori. Non chiede silenzio assoluto né pretende che la città si fermi. Chiede che vengano applicate le regole.
Oggi, 18 settembre, comincerà il suo secondo sciopero della fame. Questa volta il digiuno sarà cadenzato: tre giorni senza mangiare, poi una settimana di pausa; successivamente cinque giorni, ancora sette di pausa, quindi sette giorni di digiuno e così via, aumentando ogni volta la durata. Si fermerà soltanto, annuncia, quando dal Comune arriveranno atti e interventi concreti.
Perché hai deciso di cominciare uno sciopero della fame?
“Perché sento di non avere più spazio per chiedere il rispetto delle regole. Prima ho cercato altre strade. Ho inviato due esposti al Comune, attraverso l’ufficio protocollo, ma non ho ricevuto risposta. Soltanto in seguito mi è stato spiegato che, per un problema interno agli uffici, quegli esposti non erano arrivati a chi avrebbe dovuto occuparsene. Quando non riesci neppure a stabilire un’interlocuzione, sei costretto a trovare un altro modo per farti ascoltare.
Non lo faccio per ottenere un risarcimento. Mi è stato detto che una causa civile avrebbe potuto avere maggiori possibilità rispetto a un ricorso amministrativo, perché il problema è diffuso e non può essere circoscritto a una sola strada o a un singolo episodio. Ma io non voglio rimanere in prigione”.
In prigione?
“Vivere così è come stare in prigione, credimi. Uscire, socializzare, concentrami, lavorare, qualunque cosa diventa complicata, ma io dico anche: impossibile. Non è conciliabile. Voglio uscire dalla prigione, voglio tornare a essere libero. Quello che mi viene tolto non può essere tradotto in denaro”.
Che cosa ti succede quando senti un rumore molto forte?
“L’acufene è comparso quando avevo sedici anni. All’inizio era simile al rumore del vento. Con il tempo avevo imparato a conviverci: restava sullo sfondo e io riuscivo comunque a concentrarmi e a fare le mie cose. Negli ultimi anni, però, il problema è cambiato. Il rumore che sento non rimane più uguale, ma aumenta in seguito agli stimoli esterni”.
Mi fai un esempio?
“Il passaggio ravvicinato di una moto molto rumorosa, un botto o un martello pneumatico possono amplificare enormemente l’acufene. Avverto anche una sensazione di orecchio pieno, stordimento e cefalea. A volte è come se Tyson mi avesse dato due pugni sulle orecchie, uno in testa e uno dietro la nuca. E non passa necessariamente quando il veicolo si è allontanato: le conseguenze possono accompagnarmi a lungo”.
È un problema legato alla zona in cui abiti?
“No. Vivo nella zona di Colle Macchiuzzo, ma non sto facendo una battaglia per una strada o per un quartiere. Il problema riguarda, secondo me, tutto il territorio cittadino e soprattutto impedisce il movimento. Se rimango chiuso in casa, il rumore può infastidirmi, ma in genere non produce lo stesso danno. Il problema vero nasce quando esco.
Anche in una giornata nella quale mi sento abbastanza bene, mettermi in macchina o andare in bicicletta diventa una sfida. So che potrei essere sorpassato da una motocicletta che, all’improvviso, produce un rumore fortissimo a pochi metri da me. In quel momento aumentano l’acufene, il dolore e lo stordimento. Divento meno capace di fare qualunque cosa”.
Come spiegheresti questa sensazione a chi non la conosce?
“È come avere una ferita che non riesce a guarire. Hai imparato a conviverci e, se vivi in un ambiente nel quale quella ferita viene rispettata, puoi continuare a fare molte cose. Se invece c’è un fattore esterno che la colpisce continuamente, la ferita diventa ogni volta più grande e più dolorosa.
Il punto non è soltanto sopportare un rumore. È quello che quel rumore lascia dopo. Nei periodi peggiori diventa difficile studiare, lavorare, incontrare qualcuno o anche soltanto fare una passeggiata. Piano piano si finisce per rinunciare e ci si avvicina al ritiro sociale”.
Prima di decidere di tornare Termoli, nel 2024, hai vissuto a Bologna. Lì era diverso?
“Il problema esisteva già e stavo cercando di comprenderne le cause. Anche funzionando, diciamo, al cinquanta per cento, riuscivo però ad andare in bicicletta, frequentare la biblioteca, vedere gli amici. Avevo una vita condizionata dalla mia condizione, ma continuavo ad avere una vita.
Anche a Bologna può passare una moto rumorosa, naturalmente, ma succedeva di rado. A Termoli, invece, ho avuto la percezione che questo comportamento fosse molto più diffuso e normalizzato. Ci sono moto che, a mio avviso, circolano senza dispositivi per contenere il rumore o con scarichi modificati, e ci sono anche alcune automobili elaborate. Vent’anni fa chi truccava un motorino cercava di non farsi scoprire. Oggi sembra diventata quasi un’abitudine accettata”.
La tua condizione è seguita da specialisti?
“Sì. Sono seguito settimanalmente dal professor Domenico Berardi e assumo una terapia farmacologica. Non sto chiedendo all’ambiente esterno di sostituire le cure e non sto trascurando ciò che devo fare personalmente. Sono molto seguito, mi curo. Per anni avevo indagato soprattutto l’aspetto legato all’orecchio. Mi è stata diagnosticata anche la tuba beante, una condizione nella quale la tuba di Eustachio rimane aperta e determina un funzionamento particolare del timpano. Poi è emersa la relazione con l’ADHD e con l’ipersensibilità agli stimoli sonori. Nel mio caso non si tratta soltanto di provare fastidio: il rumore può avere conseguenze fisiche, psicologiche e sociali che durano nel tempo”.
Questa è la seconda volta che digiuni, è corretto?
“Il primo sciopero della fame è durato dal primo al 3 giugno. Il Comune ne venne a conoscenza grazie a mia madre. Io stavo cercando di stabilire un contatto attraverso un avvocato, ma lei mi precedette: andò direttamente in Comune per parlare con il sindaco. Da quel momento ebbi un’interlocuzione con l’assessore Enrico Miele, che si occupa anche di viabilità. Interruppi il digiuno perché ricevetti da lui un impegno formale e scritto. Se una persona che ricopre un incarico pubblico ti dà la propria parola per iscritto, devi riconoscerla come un impegno serio. Altrimenti qualsiasi trattativa diventa impossibile”.
Dopo quell’impegno la situazione migliorò?
“Inizialmente notai un cambiamento molto lieve, forse dovuto anche al fatto che si era sparsa la voce. Poi, per circa tre o quattro settimane nel mese di luglio, la differenza diventò evidente. Naturalmente parlo di ciò che ho percepito: non conosco il numero dei controlli o delle sanzioni, perché non mi trovo nella cabina di comando del Comune o della Polizia locale.
Ricordo però di aver pensato, un sabato: sembra di stare in un posto civile. Ho ricominciato gradualmente ad andare in bicicletta, a raggiungere Difesa Grande, a sedermi al bar e a vedere qualche persona. Non mi fidavo ancora ad attraversare tutta Termoli, ma stavo provando a riprendermi piccoli pezzi della mia vita. Da metà agosto, però, la situazione è tornata progressivamente come prima”.
E così hai deciso di ripetere il digiuno. Ma perché questa volta sarà diverso?
“Perché non voglio ottenere un altro intervento temporaneo. Questa volta lo sciopero sarà cadenzato, una specie di staffetta fatta da una sola persona. Comincerò con tre giorni di digiuno, poi tornerò a mangiare per sette giorni. Se le condizioni non saranno accolte, digiunerò per cinque giorni, farò un’altra settimana di pausa e poi passerò a sette giorni. Continuerò aumentando ogni volta di due giorni. Voglio che la protesta possa durare e che non venga neutralizzata con una promessa o con qualche controllo effettuato soltanto per poche settimane. Se il Comune accetterà le condizioni e poi smetterà di rispettarle, riprenderò lo sciopero da una durata maggiore”.
Non hai paura delle conseguenze fisiche?
“Vivo da solo, e so che non è una scelta priva di rischi. Ma anche vivere così ha conseguenze molto pesanti. Quando sei costretto per molto tempo a limitare ogni attività, cambia anche il tuo carattere e diventi più combattivo. Quello che mi fa più paura è continuare a vivere male”.
Che cosa chiedi esattamente al Comune?
“Chiedo innanzitutto un atto formale: una delibera della Giunta oppure una direttiva del sindaco rivolta al comandante della Polizia locale, affinché venga predisposto un piano operativo per contrastare la rumorosità dei veicoli a motore. Non spetta a me stabilire tecnicamente come debba essere organizzato. Quello è il lavoro di chi comanda la Polizia locale. Ma deve esserci un impegno preciso, riconoscibile e verificabile.
La seconda richiesta è che il Comune parli pubblicamente dell’inquinamento acustico attraverso il proprio sito e i canali social, spiegando che non è soltanto una seccatura. È una forma di inquinamento che incide sul benessere di tutti e può avere conseguenze molto serie su chi convive con determinate condizioni.
La terza richiesta, quella sostanziale, è un’attività costante sul territorio. Non una settimana di controlli per rispondere a una protesta e poi tutto come prima. Servono interventi ordinari e continuativi, anche in collaborazione con le altre forze di polizia”.
Quanto è importante, in un caso come il tuo e nel contesto della tua battaglia, la comunicazione pubblica?
“Moltissimo. Perché le persone devono capire che non stiamo parlando di una semplice intemperanza o di qualcuno che vuole il silenzio assoluto. All’inizio dell’estate il Comune ha dato grande risalto, per esempio, all’obbligo, per i proprietari dei cani, di portare una bottiglietta d’acqua per pulire la pipì degli animali. Una misura che può anche avere senso per il decoro urbano.
Ma mi ha colpito la solennità con la quale è stata presentata come una grande battaglia di civiltà, mentre un problema capace di compromettere la salute e la vita sociale delle persone non riceve la stessa attenzione. Chiedo che alla lotta contro l’inquinamento acustico venga data almeno la medesima importanza”.
La tua protesta riguarda soltanto l’ADHD?
“No. Io parto dalla mia esperienza, ma ci sono molte persone con vulnerabilità diverse. Penso a chi ha patologie dell’udito, a chi rientra nello spettro autistico o a chi soffre di iperacusia. Una famiglia può decidere di far uscire un ragazzo autistico per una passeggiata e trovarsi improvvisamente accanto a una moto molto rumorosa o a una batteria di botti. Quel ragazzo può agitarsi, stare male e magari la volta successiva la famiglia rinuncerà a uscire.
È questo il punto: certe condizioni spingono già verso il ritiro sociale. Se anche l’ambiente diventa ostile, la libertà delle persone si restringe ancora di più. Per questo non è soltanto un problema mio”.
Nella relazione redatta su richiesta di Silvio Iammarino, il professor Domenico Berardi chiarisce che il rumore ambientale non può essere indicato come causa diretta dell’ADHD. Può però rappresentare un fattore di rischio nei soggetti predisposti e, negli adulti che convivono con il disturbo, aggravare l’ipersensibilità, la difficoltà di concentrazione e altre manifestazioni. È su questa distinzione che Silvio insiste: non ogni rumore provoca la stessa conseguenza e non tutte le persone reagiscono allo stesso modo, ma proprio per questo la questione non può essere liquidata come una lamentela individuale.
C’è stato un momento nel quale hai deciso che non potevi più tacere?
“Sì, la sera del 3 maggio, quando l’Inter vinse lo scudetto. Era quasi mezzanotte e pensavo che, essendo finito il fine settimana, avrei potuto finalmente uscire per qualche minuto. Andai verso piazza Sant’Antonio con il mio cane, che mi accompagna quando riesco a uscire. All’inizio c’era una grande tranquillità. Poi arrivò il carosello dei festeggiamenti e la strada venne occupata da motociclette con scarichi molto rumorosi. Rimasi bloccato. A un certo punto arrivò una persona con una batteria di fuochi d’artificio. Vide che cercavo di allontanarmi e che con me c’era anche il cane, ma li accese ugualmente.
Il cane rimase terrorizzato. Vedendolo respirare in quel modo, temetti che potesse morire. Anche le mie condizioni peggiorarono. In quel momento capii che non avevo più terreno sul quale arretrare e che dovevo cominciare a combattere”.
Che cosa ti aspetti adesso?
“Voglio credere che questo che faccio ottenga un riscontro concreto. Non sono scoraggiato. Per me essere scoraggiato non è più possibile, perché così non è vita. Voglio che le regole vengano applicate e che determinati comportamenti smettano di essere considerati normali. Sono nato a Termoli e sono tornato conservando un’ottima idea della mia città. Non penso che Termoli sia fatta soltanto di persone incivili. Parliamo di una minoranza alla quale, però, viene lasciato troppo spazio. Se chi viola le regole non viene individuato e sanzionato, quel comportamento finisce per sembrare autorizzato”.
Non stai chiedendo certo privilegi, ma un diritto basilare…
“Appunto. Non chiedo privilegi. Chiedo di poter uscire, andare in bicicletta, studiare, lavorare e incontrare qualcuno senza sapere che, da un momento all’altro, un rumore evitabile potrà farmi stare male per giorni. Chiedo una libertà che per gli altri è normale e che, per me, oggi non lo è più”.


