Il giallo di Pietracatella
|Gianni Di Vita consegna pc e hard disk agli inquirenti: “Sono sereno”. Nessun risultato da Berlino, il giallo della ricina non ha ancora colpevoli
Ha consegnato spontaneamente agli investigatori la copia dell’hard disk del computer usato da Antonella e ha messo a disposizione altro materiale informatico. Poi le perquisizioni, la borsa sequestrata, la Questura, i cronisti. L’inchiesta continua a scavare nella vita della moglie, tra relazioni personali e rapporti professionali, ma il duplice omicidio resta contro ignoti. La domanda adesso sembra tornare sempre alla vittima: chi poteva volerle fare del male? Ed esiste qualche dubbio che fosse lei il bersaglio?
Ha consegnato spontaneamente agli investigatori la copia dell’hard disk del computer utilizzato da Antonella, ha messo a disposizione altro materiale informatico, ha seguito gli agenti durante le perquisizioni nei due studi professionali e nel pomeriggio è tornato in Questura per firmare i verbali ed essere ancora una volta ascoltato. Fuori, ad aspettarlo, c’erano i cronisti, le telecamere, i microfoni. Gianni Di Vita ha resistito all’assedio che ormai accompagna molti dei passaggi di questa inchiesta. Poche parole. Due, soprattutto: “Sono sereno”.
È difficile aggiungere altro senza entrare in una dimensione che non appartiene alla cronaca. Ma c’è un dato che nove mesi di indagini rendono ormai impossibile ignorare: Gianni Di Vita ha perso una moglie e una figlia e da allora vive anche dentro un’inchiesta che continua inevitabilmente a passargli accanto, senza che la sua posizione sia mai cambiata. Lo ha ribadito ancora oggi la procuratrice di Larino Elvira Antonelli: Di Vita non è indagato ma è persona offesa. Il fascicolo per duplice omicidio per la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita resta contro ignoti.
La giornata di oggi è stata frenetica anche per la Mobile diretta da Marco Graziano, per gli investigatori che provano a fare luce in un’indagine complessa, provando ostinatamente a cercare ciò che ancora manca.
La ricina c’è. Questa è la certezza scientifica conquistata dopo mesi di analisi. Antonella e Sara sono morte per un’intossicazione acuta da quella tossina. Ma quasi tutto ciò che dovrebbe venire dopo quella certezza resta ancora da dimostrare: da dove arrivava il veleno, attraverso cosa è stato assunto, chi lo ha procurato, chi eventualmente lo ha somministrato e soprattutto perché.
Sono state ascoltate circa 200 persone, alcune più volte. Sono stati sequestrati e analizzati telefoni, computer e supporti informatici. Settanta campioni alimentari sono entrati negli accertamenti. Il 30 luglio specialisti italiani e tedeschi hanno trascorso oltre dieci ore nella casa di via Risorgimento raccogliendo 131 campioni e reperti. A Berlino gli esami continuano e dalla Germania non sono ancora arrivate alla Procura conclusioni formali capaci di chiudere il cerchio.
E allora si continua con le persone, con le parole, con i ricordi: si torna sulle stesse testimonianze, si riascoltano familiari, amici e persone vicine alla coppia. Si cercano divergenze, omissioni, particolari dimenticati o apparentemente insignificanti che, confrontati con altri elementi, possano assumere un significato diverso. È un’indagine che da mesi procede anche così, tentando di far combaciare racconti e circostanze in una storia nella quale manca ancora il passaggio decisivo.
Il lavoro investigativo sembra concentrarsi soprattutto sulla vita di Antonella Di Ielsi. È successo anche oggi. Poco dopo le 8 Mobile e SCO sono entrati nello studio di Gianni Di Vita in via Risorgimento 18 a Pietracatella, proprio di fronte alla casa della famiglia. Poi la perquisizione si è spostata nello studio di via D’Amato a Campobasso, dove Gianni lavora insieme ad altri professionisti e dove Antonella svolgeva la sua attività di consulente del lavoro.
Gli investigatori cercavano carte, oggetti, documenti e materiale informatico che potessero contribuire a ricostruire la vita della donna, i suoi rapporti e la sua attività professionale. Hanno trovato e sequestrato la sua borsa da lavoro, rimasta lì dalla morte. Nessuno l’aveva portata via, nessuno l’aveva toccata da prima di Natale. Uno degli obiettivi era capire se potesse contenere anche qualche borraccia o residui di alimenti.
È un particolare apparentemente piccolo, ma racconta bene la fase in cui si trova l’inchiesta: a nove mesi dalla tragedia si torna ancora nei luoghi frequentati quotidianamente da Antonella, si recuperano i suoi oggetti, si cercano tracce della sua vita prima ancora che tracce del veleno.
Gianni Di Vita, commercialista 56enne vittima di una doppia tragedia, ha consegnato spontaneamente anche una copia dell’hard disk del computer utilizzato dalla moglie. Sono stati inoltre acquisiti, nel pomeriggio, due computer utilizzati per il lavoro nello studio di via D’Amato. L’ex sindaco di Pietracatella è tornato in Questura, dove è stato nuovamente sentito nell’ambito di sommarie informazioni testimoniali e ha completato gli adempimenti relativi ai verbali.
Il suo avvocato Vittorino Facciolla sintetizza così la posizione della famiglia: “Continuiamo, come abbiamo fatto sin dal primo momento, ad essere collaborativi con gli inquirenti, sia rispondendo esaustivamente ad ogni loro quesito, sia mettendo a disposizione degli stessi ogni nostro bene, a partire da quelli telematici in nostro possesso”.
Se oggi gli investigatori stanno tornando con tanta attenzione sulla vita di Antonella, le domande diventano inevitabili. Chi poteva volerle fare del male? C’era qualcosa nella sua vita personale o professionale che lei stessa aveva percepito come un pericolo?
La pista delle relazioni personali e di un possibile movente sentimentale continua a essere approfondita. Ma non è l’unica. Gli accertamenti guardano anche all’ambiente professionale, a eventuali contrasti, dissapori o rancori maturati nel lavoro, senza che allo stato sia possibile trasformare nessuna di queste direzioni investigative in una risposta.
E rimane persino una domanda precedente a tutte le altre: Antonella era davvero il bersaglio? Perché l’effetto finale lo conosciamo — sono morte lei e la figlia minore Sara — ma questo non significa automaticamente conoscere l’obiettivo di chi, nell’ipotesi sulla quale lavora la Procura, avrebbe utilizzato il veleno. Anche Gianni e Alice erano parte dello stesso nucleo familiare. Stabilire chi dovesse essere colpito, se esisteva un bersaglio preciso, significa avvicinarsi inevitabilmente al movente.
Dopo nove mesi, il caso continua a fermarsi in questo punto. La scienza ha dato agli investigatori il nome del veleno. Non ha ancora dato loro il nome di chi lo ha portato nella vita di Antonella e Sara.
Oggi sono entrati ancora una volta negli uffici, nei computer, nei documenti e negli oggetti di quella famiglia. Domani continueranno le audizioni, sarà ascoltato nuovamente il parroco. La procuratrice Antonelli ha precisato che le attività sono in corso e non c’è nessun nuovo indagato, nessun cambiamento nella posizione di Gianni Di Vita, nessuna svolta annunciata. Soltanto un’inchiesta che continua a cercare, nove mesi dopo, il punto dal quale tutto è cominciato.


