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Dove c’erano fanghi tossici e capannoni resta terra nuda: il sito contaminato Guglionesi II bonificato dopo 36 anni

Conclusi i lavori nel sito contaminato di contrada Macchie, sequestrato all’inizio degli anni Novanta dopo la scoperta di fanghi industriali carichi di cromo e mercurio. Rimossi suolo e sottosuolo inquinati, avviato il fitorimedio delle acque sotterranee.

Il cartello è ancora lì, piantato davanti a un paesaggio che non esiste più. Reca i simboli del Pnrr, i nomi dei progettisti, le cifre dell’appalto e le date del cantiere. Dietro, però, non ci sono più i capannoni sventrati, le lettiere abbandonate, le vasche nascoste dalla vegetazione e i barattoli di fango annerito che otto anni fa sembravano sottaceti dimenticati da qualcuno in una dispensa dell’orrore.

C’è terra nuda. Smossa, scavata, ricomposta. Le strutture sono scomparse, la vegetazione quasi tropicale che aveva inghiottito il sito non c’è più. Sul margine dell’area restano a terra alcuni elementi della recinzione di cantiere, una rete metallica, parti della delimitazione arancione. Il vecchio cancello, che nel 2018 si poteva attraversare con facilità, non introduce più a quella specie di Jurassic Park tossico cresciuto nel cuore della campagna di Guglionesi.

La bonifica materiale di Guglionesi II è terminata. Per la prima volta da quando quel luogo fu sequestrato, all’inizio degli anni Novanta, non è un annuncio, una promessa, un progetto da finanziare o l’ennesimo studio preliminare. I mezzi sono entrati davvero, hanno scavato e portato via il terreno contaminato. I lavori si sono conclusi e ora è cominciato l’iter tecnico che dovrà certificare formalmente l’avvenuta bonifica.

A confermarlo è il sindaco Leo Antonacci e il responsabile unico del progetto, l’architetto Antonio Notarelli del Comune di Guglionesi: “Nel sito Guglionesi II in contrada Macchie sono state bonificate le matrici ambientali del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee. Il suolo e il sottosuolo sono stati bonificati mediante la rimozione e lo smaltimento dei materiali, mentre per le acque sotterranee è stato utilizzato un sistema di fitorimedio”.

Parole che segnano la distanza più grande rispetto al passato. Fino a qualche anno fa si poteva perfino ancora camminare tra le tracce materiali del disastro. Oggi quelle tracce non ci sono più.

Nei capannoni del sito tossico: tra pericolo crollo, campioni di fango al veleno e piante “aliene”

Nella primavera del 2018 Primonumero entrò a Guglionesi II e documentò quello che restava dell’impianto. La rete posta vicino al cancello era rotta e facilmente attraversabile. I cartelli di pericolo erano scomparsi. Chiunque poteva raggiungere i capannoni, le vecchie lettiere per i lombrichi e le tre fosse di decantazione lasciate senza recinzioni né protezioni.

La natura aveva occupato ogni spazio. Erba alta, alberi cresciuti dentro le strutture, foglie enormi attorno ai pozzi di cemento pieni di acqua piovana. In uno dei fabbricati incompleti un fico era riuscito a crescere nell’ombra fino a schiacciarsi contro il solaio. Uno dei capannoni portava ancora la scritta “pericolo di crollo”; dell’altro rimaneva lo scheletro, privato della copertura in amianto, l’unico materiale nocivo che fino ad allora fosse stato effettivamente rimosso.

Su un bancale di legno c’erano ancora i campioni prelevati decenni prima: barattoli chiusi male, alcuni caduti sul pavimento, esposti alla pioggia e al sole. Dentro, i fanghi classificati prima come rifiuti speciali e poi come rifiuti tossici e nocivi. Poco più avanti, alcuni sacchi di humus si erano aperti e il terriccio era fuoriuscito, formando escrescenze scure e arancioni impossibili da identificare a occhio.

Era tutto ancora al suo posto: la prova fisica di un’attività durata pochissimo e di un avvelenamento sopravvissuto per decenni.

Quello che oggi appare come un grande spazio spoglio era nato alla fine degli anni Ottanta per produrre concime organico dai rifiuti solidi urbani attraverso l’allevamento dei lombrichi. L’autorizzazione regionale risale al 1988; l’attività iniziò nel 1989 e si fermò già nel 1990. Ma nelle lettiere, contrariamente a quanto previsto, non finirono soltanto sostanze organiche e letame. Finirono fanghi industriali provenienti da stabilimenti conciari e agroalimentari.

Gli accertamenti rilevarono concentrazioni elevatissime di cromo e mercurio. Nel 1991 furono scoperte anche tre vasche di decantazione realizzate in violazione della concessione edilizia. Il 10 aprile di quell’anno i vigili urbani sorpresero due autocisterne mentre scaricavano rifiuti tossico-nocivi nei pressi delle vasche. Arrivarono l’interdizione dell’attività, il sequestro della discarica, il processo e la condanna dei responsabili. Nel 1995 la proprietà venne acquistata all’asta giudiziaria.

Da allora cominciò un’attesa durata quasi 40 anni.

Il sito tossico Guglionesi II: 30 anni dopo aspettando una bonifica impossibile Il sito tossico Guglionesi II: 30 anni dopo aspettando una bonifica impossibile Il sito tossico Guglionesi II: 30 anni dopo aspettando una bonifica impossibile Il sito tossico Guglionesi II: 30 anni dopo aspettando una bonifica impossibile Il sito tossico Guglionesi II: 30 anni dopo aspettando una bonifica impossibile

 

Le immagini del sito contaminato prima della bonifica

Guglionesi II occupa circa otto ettari in contrada Macchie, vicino alla Provinciale 80 che collega Guglionesi a Larino e alla fondovalle del Biferno. L’impianto vero e proprio si estendeva per circa 6,7 ettari. Tutto intorno, allora come oggi, ci sono campi coltivati, vigneti e aziende agricole.

Nel 1994 la Regione fece predisporre uno studio per il piano operativo di bonifica. Nel 2001 il Ministero dell’Ambiente inserì Guglionesi II tra i siti di interesse nazionale. Seguirono campionamenti, carotaggi, piani di caratterizzazione, conferenze di servizi e finanziamenti. Nel 2004 Apat, Ispesl, Arpa Molise e Comune presentarono il Piano di caratterizzazione. Le indagini confermarono anche la presenza di cromo esavalente.

Tra il 2001 e il 2011 arrivarono circa 2,5 milioni di euro in tre diverse tranche, destinati soprattutto agli studi, alle indagini e alla messa in sicurezza. La bonifica vera, però, non partì. Dopo il trasferimento delle competenze alla Regione, Guglionesi II uscì dall’elenco dei siti di interesse nazionale, ma non per questo cessò di essere contaminato.

Fino a poco tempo fa il luogo era ancora quello dei fanghi lasciati nei capannoni e delle vasche divorate dalle piante. L’ultima caratterizzazione ambientale delle vasche di monte, di valle e delle fosse di decantazione risaliva a diversi anni prima. Si conosceva la presenza dei contaminanti, ma non si era riusciti a cancellarne la sorgente.

La svolta è arrivata con il Piano nazionale di ripresa e resilienza e con il programma dedicato ai “siti orfani”, le aree contaminate nelle quali il responsabile dell’inquinamento non provvede o non può essere chiamato a sostenere direttamente l’intervento. Il sito di Guglionesi è stato inserito nel Piano d’azione nazionale del 2022 con un finanziamento di 2 milioni e 525mila euro.

Sono seguiti l’aggiornamento del piano di caratterizzazione, nuove indagini, l’analisi del rischio e la progettazione. Il progetto esecutivo è stato approvato nel febbraio 2026.

Sul cartello rimasto davanti al sito si leggono anche i dati successivi. L’appalto, partito da una base di 1 milione e 850mila euro, è stato aggiudicato l’11 marzo 2026 per 1.695.754,32 euro, compresi 50mila euro di oneri per la sicurezza. A eseguire i lavori è stata la Cericola Srl di Lanciano; capo cantiere il geometra Marco Valenti. Progettazione e direzione dei lavori sono state affidate all’architetto Carlo Melfi, con l’ingegnere Roberto Melfi e il geologo Andrea Venosini. Sul cartello la finestra contrattuale indicata va dal 16 marzo al 14 maggio, per una durata di sessanta giorni.

Sito tossico Guglionesi 2 bonifica Sito tossico Guglionesi 2 bonifica Sito tossico Guglionesi 2 bonifica Sito tossico Guglionesi 2 bonifica

Ma la cifra, le date e i nomi raccontano soltanto il lato amministrativo. Quello che conta, entrando oggi, è la scomparsa fisica del vecchio sito.

Il punto più importante riguarda l’estensione dell’intervento. Nei primi atti preparatori si faceva riferimento anche alla bonifica di una parte dell’area e alla messa in sicurezza. Era quindi necessario capire se i 2,5 milioni fossero serviti soltanto a isolare i terreni contaminati oppure a rimuoverli e se alcune porzioni del sito fossero rimaste escluse.

L’architetto Notarelli chiarisce che il perimetro delle indagini è stato progressivamente ampliato: “A partire dal quadro conoscitivo delle contaminazioni acquisito mediante i precedenti studi, questo è stato verificato, integrato e quindi esteso a tutta l’area. L’intervento di bonifica ha riguardato l’intera area”.

Non si sarebbe trattato, dunque, soltanto di coprire o confinare i fanghi. Secondo quanto riferito dal RUP, il suolo e il sottosuolo contaminati sono stati rimossi e avviati allo smaltimento. Per le acque sotterranee è stata scelta invece la strada del fitorimedio, una tecnica che utilizza le capacità naturali delle piante e dei microrganismi associati alle radici per assorbire, immobilizzare o degradare gli inquinanti presenti nell’ambiente.

È un processo meno spettacolare di uno scavo e per sua natura richiede verifiche nel tempo. Sopra la superficie, però, il cambiamento è già netto. Non ci sono più i capannoni, le lettiere, i barattoli, i sacchi lacerati, le vasche aperte e la vegetazione cresciuta tra cemento e rifiuti. Il paesaggio è stato riportato a una condizione quasi elementare: terra, pietre, pendii e campi.

Sito tossico Guglionesi 2 bonifica

La conclusione dei lavori non coincide ancora con la chiusura formale della bonifica. “È stato avviato l’iter di certificazione dell’avvenuta bonifica della matrice ambientale suolo e sottosuolo – precisa Notarelli – al quale farà seguito l’iter di certificazione dell’avvenuta bonifica delle acque sotterranee”.

Occorreranno dunque le verifiche degli enti competenti e la certificazione dei risultati. Solo allora il procedimento potrà considerarsi definitivamente concluso. Ma la prospettiva, assicura il responsabile del progetto, è quella di restituire davvero l’area alla comunità: “Il sito tornerà nella disponibilità dell’ente e potrà essere destinato agli usi che riterrà più opportuni”.

Davanti ai barattoli di fango rimasti nel capannone la domanda era se Guglionesi II sarebbe mai stato bonificato. Sembrava quasi impossibile. Erano già trascorsi ventotto anni dal sequestro e ogni passaggio aveva prodotto nuove analisi, nuovi progetti, nuove promesse e altre attese.

Otto anni dopo, il confronto tra le immagini ha qualcosa di straniante. Il posto è lo stesso, ma non lo si riconosce più. Dove il fico cresceva dentro lo scheletro di cemento non c’è più alcun edificio. Dove le vasche emergevano tra foglie enormi e acqua stagnante c’è un terreno rimodellato. Dove erano conservati i campioni dei fanghi al cromo e al mercurio resta soltanto uno spazio aperto.

Il cartello Pnrr continua a presidiare l’ingresso, come l’ultima pagina rimasta in piedi di una storia cominciata nel 1988. Dietro, il vuoto non è più quello dell’abbandono. È il segno materiale di ciò che è stato tolto. Guglionesi II non è più la discarica tossica lasciata marcire tra campi di grano, vigneti e finocchi. Dopo trentasei anni, il luogo dei veleni è stato cancellato dal paesaggio. Ma una bonifica, per quanto importante, non può cancellare anche il tempo trascorso: oltre tre decenni durante i quali cromo, mercurio e altri contaminanti sono rimasti nel suolo e nel sottosuolo, raggiungendo anche le acque sotterranee, come dimostra la necessità di intervenire con il fitorimedio.

Non è un miracolo ambientale, dunque, né una ferita risanata senza conseguenze: è una riparazione necessaria e arrivata con enorme ritardo, dopo che quei veleni hanno avuto trentasei anni per insinuarsi nella terra. Ora resta da completare la certificazione, verificare nel tempo l’efficacia dell’intervento sulle falde e decidere che cosa potrà nascere al posto di tutto questo.