Montecilfone
|Chiude l’unico alimentari, anche la spesa diventa un viaggio. Il paese prova a salvare il suo ultimo negozio
Da alcune settimane ha chiuso il Punto Risparmio di via San Rocco, unico vero negozio di generi alimentari del paese. Per gli anziani e per chi non guida anche comprare latte, pasta o ciò che manca per cena significa affidarsi ai figli o spostarsi nei comuni vicini. Intanto un cittadino ha acquistato il locale e il sindaco Giorgio Manes sta lavorando perché una nuova gestione possa riaprire entro l’anno. Una storia quotidiana che racconta quanto la perdita dei servizi possa accelerare l’isolamento dei piccoli centri.
A Montecilfone la gente si incontra nell’area di passeggio cani o davanti al bar. In un normale e piacevole pomeriggio di fine settembre i tavolini all’aperto sono occupati, qualcuno resta in piedi a chiacchierare, per strada ci si saluta e davanti alle case c’è ancora chi approfitta delle ultime ore di luce per fermarsi sull’uscio. Il paese non è vuoto. Ma ogni volta che scompare un servizio diventa un po’ più difficile abitarlo.
Da alcune settimane, per esempio, per comprare il latte, la pasta, le farine, una confezione di biscotti o semplicemente quello che manca per la cena bisogna uscire da Montecilfone. La saracinesca del Punto Risparmio di via San Rocco, l’unico vero negozio di generi alimentari rimasto nel paese, si è abbassata e per circa 1.200 abitanti – forse meno, osservano quelli che qui vivono davvero tutto l’anno – la spesa quotidiana si è trasformata improvvisamente in un problema.
Via San Rocco non è nel cuore del centro storico, ma è una strada comoda, con parcheggi nelle vicinanze, e quel negozio era diventato negli anni un punto di riferimento molto più importante di quanto possa suggerire una semplice insegna commerciale. Dentro c’era un po’ di tutto, abbastanza almeno per consentire a chi vive in paese di non dover prendere la macchina per ogni necessità. Oggi resta una macelleria in via Roma che vende anche qualche altro prodotto di prima necessità, ma con una scelta inevitabilmente limitata. C’è il panificio, in questi giorni chiuso per ferie. La pescheria che esisteva fino a non molto tempo fa non c’è più. Restano due tabaccherie, una pizzeria, un’attività che fa catering, qualche struttura ricettiva che lavora soprattutto d’estate.
La misura del problema si capisce meglio fuori dai numeri, parlando con le persone. Due donne sono ferme davanti a casa, in un pomeriggio ancora caldo di fine settembre. “Come dobbiamo fare non lo sappiamo”, dice una. L’altra racconta che adesso deve chiedere ai figli: quando possono vanno a Termoli, fanno la spesa e gliela portano. “Ma non è la stessa cosa, perché non sanno bene i prodotti che uso io. E poi non voglio scocciarli”.
Dentro questa frase c’è molto più della semplice difficoltà di riempire il frigorifero. C’è la perdita di una parte di autonomia quotidiana. Per chi ha un’auto il problema significa organizzarsi, andare a Palata, a Guglionesi oppure a Termoli e mettere in conto qualche chilometro in più. Per chi non guida, soprattutto per molti anziani, significa invece dipendere da qualcun altro. Dai figli, quando ci sono e quando possono; da un parente, da un vicino, da qualcuno a cui chiedere un favore.
Al bar il discorso torna quasi sempre lì. La chiusura del negozio viene percepita come qualcosa di più di una saracinesca abbassata. C’è chi la definisce una “grave mancanza”, chi allarga subito il ragionamento e parla della “morte di un paese”, di una sorta di “condanna” che comincia quando uno dopo l’altro spariscono i luoghi necessari alla vita di tutti i giorni.
Sono parole forti, pronunciate da chi guarda Montecilfone da dentro, e acquistano senso soprattutto se messe accanto a ciò che è già successo. Da circa due anni non c’è più neppure un distributore di carburante: per fare benzina bisogna spostarsi a Palata, Guglionesi o Termoli. La guardia medica non c’è e per un’urgenza bisogna rivolgersi a Guglionesi oppure arrivare direttamente al pronto soccorso dell’ospedale di Termoli.
“Termoli è abbastanza vicina”, osserva un uomo. Ed è vero. Ma in un piccolo comune la distanza non si misura soltanto in chilometri. Cambia molto se per raggiungere ciò che serve bisogna avere sempre un’automobile, essere in grado di guidare e organizzare ogni commissione fuori dal paese.
Lo stesso residente ricorda una Montecilfone diversa. Vent’anni fa, racconta, c’erano più giovani, si organizzavano eventi e il paese partecipava. Oggi il quadro è cambiato, come è cambiato in tanti altri centri dell’entroterra molisano. Il problema non è soltanto quanti abitanti risultino ancora nelle statistiche, ma quanti vivano davvero qui ogni giorno e, soprattutto, quali condizioni trovino per continuare a farlo.
Il centro restituisce una fotografia fatta di contrasti. Da una parte il bar con i tavoli pieni e persone che continuano a incontrarsi, dall’altra le saracinesche abbassate, parecchi edifici con il cartello “vendesi”, strade che in alcuni momenti della giornata sembrano svuotarsi. Su un lungo muro si accumulano manifesti funebri. Poco più in là un piccolo spazio giochi resta silenzioso sotto gli alberi. Non è il ritratto di un paese fantasma, e sarebbe sbagliato raccontarlo così. È piuttosto quello di una comunità che esiste ancora ma nella quale i luoghi della quotidianità si stanno restringendo.
Ed è proprio per evitare che anche il negozio di via San Rocco si aggiunga definitivamente all’elenco delle attività perdute che a Montecilfone si sta tentando una strada diversa.
A raccontarla è il sindaco Giorgio Manes. Un cittadino del paese ha acquistato il locale che ospitava il Punto Risparmio, già attrezzato per un’attività di questo tipo, con l’obiettivo di poterlo affittare a chi voglia riaprire un negozio di generi alimentari.
“Qui può essere un investimento – spiega Manes – perché un negozio di alimentari serve. Parliamo di un locale molto grande, già attrezzato per questa attività, che potrebbe essere affittato a qualcuno che gestisce supermercati nella zona e che voglia investire anche a Montecilfone”.
La strada non è ancora definita e sarebbe prematuro parlare di un accordo concluso. Un’interlocuzione, però, è già partita. Ha manifestato interesse un imprenditore che opera nel settore e gestisce punti vendita nei comuni vicini. Il progetto è ancora da costruire, ma l’auspicio condiviso in paese è che entro la fine dell’anno quella saracinesca possa tornare ad alzarsi, magari con un’altra insegna e un altro nome, ma sempre con la stessa funzione: permettere a chi vive a Montecilfone di fare la spesa senza dover uscire dal paese.
Non sarebbe la prima volta, peraltro, che davanti alla mancanza di un servizio la comunità prova a organizzarsi. È successo questa estate quando, con il forno chiuso, Montecilfone è rimasta temporaneamente senza pane fresco. Il Comune ha ordinato decine di pagnotte da un forno di Palata e le ha fatte arrivare in paese, dove la distribuzione è stata gestita anche con il supporto della Protezione civile.
Un episodio circoscritto, nato per fronteggiare un’emergenza temporanea, ma che racconta bene il tema con cui molti piccoli comuni dovranno misurarsi sempre di più: come garantire i servizi essenziali quando il mercato da solo non riesce più a sostenerli. Reti di prossimità, consegne a domicilio, forme cooperative, servizi condivisi tra amministrazioni e volontariato sono ipotesi che possono diventare parte della risposta, soprattutto per chi è anziano o non può spostarsi autonomamente.
A Montecilfone qualche esperienza di questo tipo esiste già, anche attraverso la Protezione civile. Ma il negozio di alimentari resta un’altra cosa: è un servizio, certo, ma è anche un luogo in cui ci si incontra, si scambia una parola, si vede qualcuno. Nei piccoli paesi la differenza fra ciò che è commerciale e ciò che è sociale è spesso molto meno netta di quanto appaia.
Per questo la chiusura del Punto Risparmio pesa più del semplice conto delle attività rimaste aperte. Ogni servizio che scompare aumenta di qualche grado la dipendenza dall’esterno e rende più fragile la scelta di continuare a vivere qui. Non basta da solo a spiegare lo spopolamento, naturalmente, ma ne diventa uno degli ingranaggi: meno residenti significano meno clienti e meno attività; meno attività significano meno servizi; meno servizi rendono ancora meno semplice restare.
Per ora, in via San Rocco, la saracinesca è ancora abbassata. Chi può prende l’auto e fa la spesa altrove, chi non può telefona a un figlio o aspetta il giorno in cui qualcuno scenderà a Termoli o passerà per Guglionesi. La speranza è che sia soltanto una parentesi e che entro l’anno un nuovo gestore riporti dentro quel locale scaffali, frigoriferi e clienti.
Nel frattempo Montecilfone continua la sua vita quotidiana. Il bar resta uno dei luoghi in cui ci si incontra, le persone si fermano ancora a parlare per strada, ma per comprare quello che serve bisogna partire. Ed è forse proprio da questi piccoli spostamenti obbligati, ripetuti ogni giorno, che si misura quanto può diventare sottile il confine fra continuare ad abitare un paese e cominciare, poco alla volta, a dipendere da tutto ciò che si trova fuori.








