Petacciato
|Scrivere per continuare a essere madre: Antonietta restituisce a Sonia Di Pinto la vita che le è stata tolta
Il 7 agosto, nel giorno del compleanno della figlia assassinata in Lussemburgo nel 2022, Petacciato ospita la prima presentazione di “Dal dolore che dà la vita al dolore che la toglie”. Non soltanto il racconto di un delitto e della battaglia giudiziaria, ma il tentativo ostinato di salvare Sonia dalla definizione di vittima e riconsegnarla alla sua storia.
Ci sono libri scritti per raccontare una storia e libri che diventano necessari per proseguire una storia e non permettere che una pietra tombale si depositi su un nome. Per Antonietta Aniello, mamma di Sonia Di Pinto, mettere in fila ricordi, date, luoghi e parole significa soprattutto continuare a esercitare una maternità che la violenza ha spezzato, ma non è certo riuscita a cancellare.
“Dal dolore che dà la vita al dolore che la toglie” sarà presentato per la prima volta venerdì 7 agosto a Petacciato. Non è una data casuale: quel giorno Sonia avrebbe compiuto 51 anni. Il paese nel quale è cresciuta e nel quale progettava di tornare diventa così il luogo da cui la sua storia riparte, affidata questa volta alla voce della madre.

Il titolo nasce dal confronto più doloroso che attraversa il libro. Antonietta ricorda il lungo travaglio affrontato per dare alla luce la sua primogenita, il 7 agosto 1975, e lo contrappone a un altro dolore, arrivato quasi quarantasette anni dopo. Il primo finisce nel momento in cui una madre stringe la figlia tra le braccia; il secondo non passa e non concede tregua. Antonietta lo definisce “un vestito cucito sulla pelle, impossibile da togliere”.
Sonia Di Pinto è stata assassinata nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2022, mentre concludeva il turno nel ristorante Vapiano del quartiere Kirchberg, in Lussemburgo. Due uomini entrarono nel locale per impossessarsi dell’incasso, poco meno di quattromila euro. La sorpresero mentre era sola, la picchiarono, la colpirono alla testa e la strangolarono. Il suo corpo fu ritrovato la mattina di Pasqua.
Questa è la cronaca, ricostruita dalle indagini, dalle immagini della videosorveglianza e da un processo concluso in appello il 24 marzo scorso con la conferma delle condanne a trent’anni per Abdou Seye e Lamine Mané. Ma il libro di Antonietta comincia molto prima e prova ad andare oltre. Prima del seminterrato del ristorante, prima dei filmati mostrati in aula, prima delle fotografie diventate il simbolo di una tragedia.
È qui che il racconto trova la sua ragione più profonda: impedire che l’ultimo giorno inghiotta tutti quelli precedenti.
Sonia torna bambina nella casa di famiglia in Svizzera, dove era nata e aveva trascorso i primi anni. È la sorella maggiore premurosa, ma anche la figlia che lascia i vestiti in disordine e protesta davanti a un piatto di spaghetti. È la quindicenne che affronta il trasferimento a Petacciato, le difficoltà con la lingua italiana e un sistema scolastico diverso. È la ragazza che lavora di giorno e frequenta le lezioni serali, che apre un piccolo negozio di dolci e poi trova il coraggio di chiuderlo quando capisce che no, non può funzionare.
C’è la giovane operaia alla quale viene negata un’assunzione per favorire una persona raccomandata. C’è la donna che nel 2012 parte per il Lussemburgo in cerca di un lavoro stabile, ripetendo in una forma nuova il viaggio compiuto tanti anni prima dai suoi genitori. E c’è Sonia innamorata, c’è la donna il cui cuore batte per Sauro Dionigi, con il quale aveva comprato casa e progettava un futuro.
Il matrimonio civile era fissato per il 14 maggio 2022. Ad agosto sarebbe seguita la festa in Molise: circa 140 invitati, un menù capace di unire le origini molisane e umbre delle due famiglie, i confetti già spediti e solo il gusto della torta ancora da scegliere. Sono questi dettagli, più di qualsiasi formula solenne, a restituire la misura di ciò che è stato cancellato quella notte.
Antonietta, in questo libro scritto con l’aiuto del giornalista Stefano Di Leonardo, racconta anche se stessa. L’infanzia nel Casertano, la scuola lasciata dopo la terza media perché mancavano i soldi per i libri e per l’autobus, la partenza per la Svizzera a diciassette anni, l’incontro con Nicolino Di Pinto, il matrimonio e la nascita dei tre figli. Poi il ritorno in Italia, la casa affacciata sulle colline e sul mare di Petacciato, il lavoro, il catechismo e un rapporto con il paese diventato appartenenza.
Nel marzo 2025 Antonietta ha perso anche il marito. Eppure, nelle pagine del libro, distingue con lucidità i due dolori: “Non sto vivendo la vedovanza, anche se mio marito è morto. Sto vivendo l’orfananza di mia figlia”. Non esiste una parola per indicare una madre o un padre sopravvissuti a un figlio. Antonietta ne cerca una perché anche il linguaggio comune sembra impreparato davanti a un rovesciamento così innaturale.
E poi c’è la fede. La sua fede cattolica attraversa ogni capitolo. È il modo con cui l’autrice legge la propria vita, interpreta le coincidenze, affronta l’assenza e prova a non soccombere. Non nasconde però la frattura più difficile. Antonietta non ha perdonato gli assassini di Sonia e non finge di averlo fatto per corrispondere all’immagine della donna credente e misericordiosa.
Ha partecipato alle udienze in Lussemburgo, ha guardato negli occhi gli imputati e ha scelto di rimanere in aula anche quando sono state mostrate le immagini dell’aggressione. Ha ascoltato le richieste di perdono, senza credervi. Continua a ritenere che chi ha tolto la vita a sua figlia non dovrebbe più uscire dal carcere. “Il mio ergastolo è vivere senza Sonia “, scrive.
È probabilmente questa la parte più autentica del suo percorso. La fede la sostiene, ma non le offre una pacificazione a buon mercato. Il perdono, se mai arriverà, non sarà una dichiarazione pubblica né una frase pronunciata per dovere. “Sarà solo tra me, Dio e mia figlia”.
Il valore di “Dal dolore che dà la vita al dolore che la toglie” non va cercato nell’ambizione letteraria. La scrittura è semplice, diretta, segnata dal linguaggio religioso e dalla necessità di tornare più volte sugli stessi pensieri. La sua forza è altrove: nell’ostinazione di una donna che, dopo aver perso la figlia e il marito, ha scelto di non rinchiudersi nel silenzio.
Antonietta scrive perché il nome di Sonia non resti legato soltanto a un omicidio, o a una sentenza, per quanto di condanna. Scrive per le madri che hanno conosciuto la stessa perdita, per gli amici della figlia, per i ragazzi incontrati in tanti anni di catechismo e per chi non ha mai conosciuto Sonia ma potrà incontrarla attraverso queste pagine.
A Petacciato la sua memoria è già custodita da una panchina e da un cuore affacciato sul mare, inaugurati nel giorno del suo compleanno. Ora c’è un libro. Non può restituire ad Antonietta la figlia che le è stata sottratta, ma può restituire a Sonia qualcosa che la cronaca rischia inevitabilmente di comprimere: la sua vita intera, tutto quello che è accaduto prima di quella notte e tutto ciò che, attraverso sua madre, continua a rimanere.






