La pineta, gioiello nell’incuria: “Basta una scintilla e addio, il disastro di Campomarino dovrebbe averci insegnato qualcosa”
65 ettari di pineta con alberi caduti, rami e vegetazione secca, raccontano una manutenzione che procede a strappi. Federico Tolomei conosce questo bosco da settant’anni e cura personalmente il piccolo tratto davanti alla sua attività: E la differenza si vede. Cinque anni dopo l’incendio che devastò Campomarino, con una ennesima ondata di calore in arrivo, il rischio fa paura. E una strada per cambiare gestione esiste già.
Federico Tolomei cammina spedito nella pineta che conosce come le sue tasche, e ogni tanto si ferma. Indica un albero, sposta lo sguardo qualche metro più avanti, mostra una piantina cresciuta sotto quelle molto più grandi. “Guardate la differenza tra questo pezzo e quello là. Vedete quelle piante? Quelle le ho salvate io”. La differenza effettivamente si vede. Nel tratto alle spalle del piccolo chiosco e del parcheggio custodito di Tolo Beach, sulla Statale 16, a gestione familiare, il terreno è più pulito, le giovani piante hanno spazio, gli alberi caduti sono stati rimossi. Basta però allontanarsi per ritrovare tronchi a terra, rami secchi, accumuli di materiale vegetale, alberi inclinati e una vegetazione che in alcuni punti cresce senza che sia evidente una manutenzione continuativa.
Eppure basta proseguire lungo il sentiero per ricordarsi immediatamente di dove ci si trova. Gli alberi lasciano filtrare la luce, poi la pineta si apre sulla fascia dunale e una passerella di legno porta fino alla spiaggia. Davanti c’è l’Adriatico. È uno dei luoghi naturalisticamente più belli della costa molisana.
La pineta marittima di Petacciato si estende su circa 65 ettari e ha una storia che risale agli anni Cinquanta, quando il Ministero dell’Agricoltura e il Corpo Forestale dello Stato avviarono la piantumazione delle aree umide e acquitrinose della costa molisana. Un’opera di bonifica naturale che negli anni ha costruito un ecosistema nel quale convivono pini domestici e marittimi, lecci, eucalipti e altre essenze.
Federico questo posto lo conosce da sempre. È praticamente nato qui, quando il paesaggio era diverso e molta della costa che conosciamo oggi ancora non esisteva nella sua forma attuale. Mentre cammina ricostruisce pezzi di quella trasformazione.
Indica l’acacia saligna, specie introdotta in passato anche con funzione di protezione e consolidamento e diventata nel tempo invasiva. È stata oggetto anche di specifici progetti di rimozione e rinaturalizzazione. Il problema, racconta Federico Tolomei, è ciò che talvolta rimane dopo gli interventi. “Vengono, tagliano e lasciano tutto per terra. A volte il materiale finisce persino sopra le piantine”.

“Queste cose fanno arrabbiare – gli fa eco Massimo, un affezionato del luogo che arriva dall’Abruzzo e che soggiorna in questo tratto di costa ogni agosto – perché dico, ma almeno lasciate pulito! Non si può lasciare una area strategica come questa così, col rischio che parte una scintilla e brucia tutto”.
Tolomei gestisce con i figli un’attività privata e un parcheggio a servizio di uno degli accessi pubblici al mare. Eppure negli anni ha finito inevitabilmente per occuparsi anche di ciò che ha intorno, e il suo sguardo sulla pineta è particolarmente attento per ragioni ‘affettive’ e per quell’occhio ormai allenato al quale non sfugge nulla. Si occupa di tagliare i tronchi e i rami caduti e toglierli di mezzo, “ma non posso neanche allargarmi – confida – perché la pineta è di competenza regionale ed è di fatto intoccabile. Io posso fare un po’ di attenzione all’accesso, ma finisce là”.
“Gli alberi grossi che sono caduti qui li ho tolti io. Queste piantine le sto salvando. Di più non posso fare”.
Ma è proprio questo piccolo pezzo di pineta, curata e ‘sicura’, a suggerire una domanda molto più grande: chi deve occuparsi quotidianamente di un patrimonio naturale di queste dimensioni? Tolomei ricorda un’altra organizzazione del lavoro forestale, con squadre maggiormente legate al territorio e una presenza che, a suo giudizio, garantiva anche un’attività ordinaria di prevenzione e cura. Oggi vede una situazione profondamente diversa.
“Non c’è più quel lavoro di prevenzione e di cura. Non hanno personale, questa è la verità”. È una valutazione personale, ma poggia su dati oggettivi e fotografa un problema che va ben oltre Petacciato: la pineta è patrimonio regionale e la gestione forestale fa capo alla Regione Molise, dentro un sistema che deve contemporaneamente rispettare vincoli ambientali molto rigorosi. La fascia costiera rientra infatti nella Zona Speciale di Conservazione “Foce Trigno-Marina di Petacciato”, parte della rete europea Natura 2000. Ed è giusto che sia così. Proteggere questo ambiente significa anche evitare interventi indiscriminati. Il paradosso nasce quando la tutela finisce per convivere con una capacità insufficiente di manutenzione ordinaria.
Anche perché questa storia non comincia oggi. Nell’estate del 2021, pochi giorni dopo il devastante incendio che aveva colpito la pineta di Campomarino, siamo stati proprio qui. Il reportage descriveva tronchi spezzati, alberi in cattive condizioni, cespugli e rovi e poneva già il problema della manutenzione. Da questa stessa attività arrivò allora un avvertimento che, riletto cinque anni dopo, suona quasi identico a quello di oggi: “Questa pineta è destinata come quella di Campomarino se non si fa nulla per tenerla pulita. Basta una fiammella e col vento, che sia garbino o maestrale, tutto verrà distrutto”.
Era il 2021. Oggi Federico torna a parlare soprattutto delle fasce spartifuoco: “Prima si pulivano, ora non si puliscono più”. E alla fine sintetizza il giudizio in poche parole: “Sembra che la pineta sia stata abbandonata”.
Non è questione di decoro, di dignità, stavolta. Questa volta c’è di mezzo la sicurezza dell’ambiente e di una barriera strategica in una fase di cambiamento climatico, dove ogni albero conta e diventa risorsa, e ogni piantina deve essere protetta dal rischio degli incendi. Il precedente di Campomarino rende difficile liquidare il problema come semplice questione di decoro. Un bosco costiero con vegetazione e materiale secco a terra durante estati sempre più calde richiede innanzitutto prevenzione, nel rispetto naturalmente delle modalità previste per un’area protetta.
L’estate 2026, peraltro, non è ancora finita e una nuova fase di caldo rende la questione tutt’altro che teorica. C’è poi un aspetto meno visibile degli alberi caduti e delle ramaglie, e forse ancora più interessante. Una possibile strada per cambiare questo sistema è già stata messa nero su bianco dal Comune di Petacciato.
Nel Documento unico di programmazione 2024-2026 l’amministrazione comunale indica tra i propri obiettivi quello di continuare il confronto con la Regione affinché la pineta sia concessa in uso al Comune. E prevede anche la possibilità di coinvolgere soggetti privati per contribuire alla pulizia, al decoro e alla valorizzazione dell’area. Non significherebbe privatizzare la pineta, né tantomeno trasformarla in qualcosa che non è. La tutela ambientale e i vincoli della Zona Speciale di Conservazione resterebbero, così come le autorizzazioni necessarie per gli interventi forestali.
Significherebbe piuttosto provare ad avvicinare la gestione al territorio: manutenzione dei percorsi, rifiuti, sorveglianza, interventi autorizzati sulla vegetazione, prevenzione degli incendi e coinvolgimento di chi in quel luogo lavora e vive ogni giorno.
Del resto una collaborazione con i soggetti locali non sarebbe estranea neppure alla storia recente della pineta. Gli interventi legati al progetto europeo Life Maestrale, che negli anni hanno riguardato anche la rimozione dell’acacia saligna e il ripristino della vegetazione autoctona della fascia retrodunale, contemplavano per il mantenimento delle opere anche il possibile supporto di operatori turistici, balneatori e residenti. Dalla documentazione disponibile, invece, non emerge dopo alcun nuovo intervento organico e continuativo sull’intera pineta paragonabile alla manutenzione straordinaria finanziata nel 2018 con 219mila euro. Questo non significa che nulla sia stato fatto: sono proseguiti progetti ambientali, attività di monitoraggio e interventi specifici. Ma il problema della manutenzione complessiva, cinque anni dopo, è ancora visibile.
E lo è camminando, seguendo i sentieri tra gli alberi, tra magnifici Pini piena e lecci. Federico fa da guida e conosce le specie, ricorda quelle che c’erano, quelle arrivate dopo, gli alberi cresciuti e quelli caduti. Poi si torna verso la parte che tiene pulita, mentre poco più avanti la passerella attraversa le dune e porta al mare. Sessantacinque ettari sono naturalmente un’altra cosa rispetto al piccolo fazzoletto di bosco che una persona può curare ogni giorno. Ma proprio quel fazzoletto mostra quanto possa cambiare un luogo quando qualcuno se ne occupa con continuità.
Cinque anni fa, dopo Campomarino, la domanda era come impedire che la stessa sorte toccasse a Petacciato. La pineta di Petacciato è ancora qui. E forse è proprio questo il momento di occuparsene, prima di essere costretti a raccontare un’altra storia.









