Automobilisti confusi, attività in crisi e un territorio senza risposte: viaggio nel caos lasciato dal ponte crollato
Reportage tra Molise e Abruzzo: davanti agli sbarramenti c’è ancora chi scopre solo all’ultimo che non si passa. Le attività denunciano pesanti cali del fatturato, mentre Petacciato Marina e Costa Verde pagano il prezzo dell’isolamento
“Io devo andare al ristorante La Pineta di Petacciato Marina, adesso come faccio?”. L’automobilista arriva davanti allo sbarramento all’altezza della Costa Verde di Montenero Marina, guarda i new jersey sistemati all’imbocco del viadotto sul Trigno e resta perplesso. Pensava di poter proseguire lungo la Statale 16, attraversare il ponte e raggiungere in pochi minuti Petacciato Marina. Invece no. Tre mesi dopo il crollo del ponte sul Trigno, avvenuto il 2 aprile, quel collegamento resta interrotto. E chi non conosce bene la zona continua a scoprirlo spesso solo quando è ormai troppo tardi.
A quel punto non resta che fare marcia indietro, cercare una strada alternativa, affidarsi al navigatore o alle indicazioni di chi passa da lì ogni giorno. Per arrivare alla Pineta, alla marina di Petacciato o più in generale verso sud, bisogna rientrare nella viabilità interna, allungare il percorso, attraversare strade più tortuose e meno agevoli. Prima del crollo, il tratto tra Petacciato Marina e San Salvo Marina si percorreva in cinque minuti, anche meno. Oggi servono circa venti minuti, con una deviazione che può significare anche una ventina di chilometri in più. Ma non è solo una questione di tempo: la strada alternativa è più complicata, in alcuni tratti l’asfalto non è in buone condizioni e di notte non si percorre con la stessa sicurezza e semplicità della Statale 16.
Tre mesi dopo, il ponte non è più soltanto il luogo del crollo. È diventato il punto in cui si misurano ogni giorno disagi, perdite economiche, percorsi sbagliati, turisti disorientati, attività penalizzate e residenti costretti a cambiare abitudini. La ferita tra Molise e Abruzzo resta aperta.
Arrivando da sud, quindi da Termoli lungo la Statale 16, il primo sbarramento si incontra all’altezza dello svincolo per la provinciale comunemente detta ‘Querce Grosse’, la strada che sale verso Montenero di Bisaccia. Ci sono i new jersey e le indicazioni di strada interrotta. Eppure in molti continuano comunque a passare. Proseguono ancora per qualche centinaio di metri, fino al secondo blocco, quello vero, dove da qualche tempo è stato sistemato anche un gazebo con un vigilante.
“Da qui non si passa”, ripete il vigilante agli automobilisti che arrivano fino allo sbarramento. È un uomo straniero, non del posto, ha con sé uno zainetto e cerca riparo sotto un gazebo perché il sole picchia forte. Spiega di avere l’autorizzazione a far transitare soltanto alcuni mezzi. “Arrivare al ponte? Impossibile, serve un’autorizzazione spaciale” ribadisce. Possono passare i veicoli delle ditte impegnate nei lavori della Ciclovia parallela alla Statale 16, che stanno andando avanti nonostante il crollo, ben visibili sul lato mare della strada. Possono passare anche le forze dell’ordine quando devono effettuare sopralluoghi legati al cedimento del ponte e i lavoratori dell’area di servizio che corre parallela alla Statale 16 – lato interno – e consente l’accesso all’autostrada A14.
Tutti gli altri vengono mandati indietro. Secondo quanto riferisce chi presidia il blocco, sono numerose le auto che superano il primo sbarramento e arrivano fino al secondo, convinte di poter proseguire. Basta sostare con lui per pochi minuti e averne la conferma. Arriva un furgone di una ditta dell’area del Sangro, in Abruzzo. “Come faccio a prendere l’autostrada?” domanda l’uomo alla guida. E via di spiegazioni sulla viabilità alternativa, ancora sconosciuta ai più. L’unica possibilità resta tornare indietro, prendere la Mare Collina, immettersi sulla viabilità interna, raggiungere la provinciale 55 in direzione San Salvo e poi la Trignina, fino a rientrare sulla Statale 16.
Dal lato nord la situazione non cambia molto. All’imbocco del ponte è stata realizzata una piccola rotatoria con i new jersey, utile a consentire l’accesso alla Costa Verde di Montenero Marina o, in alternativa, alla zona di contrada Padula, al cementificio e all’area rurale vicina al fiume. Anche qui non si può andare oltre. Anche qui, però, c’è chi arriva senza sapere che il collegamento è ancora interrotto. E anche qui la scena si ripete: auto che rallentano, conducenti che chiedono informazioni, persone costrette a fare inversione.
Il problema non riguarda solo chi sbaglia strada. Riguarda soprattutto chi quella strada la usava ogni giorno. Il ponte sul Trigno era il collegamento costiero più immediato tra Abruzzo e Molise, l’alternativa naturale all’autostrada A14 per chi si muoveva su distanze brevi: da Termoli a Vasto, da Petacciato a San Salvo, dalla Costa Verde verso Petacciato Marina o Termoli, dai paesi dell’area Trignina verso la costa molisana. Era una strada di lavoro, di mare, di commercio, di turismo giornaliero. Un asse storico per due territori che vivono a cavallo del confine regionale.
La chiusura ha inciso meno sui monteneresi che già percorrevano abitualmente le strade interne. Ma pesa molto di più su Petacciato e sulla Costa Verde. I petacciatesi che devono raggiungere San Salvo o Vasto sono costretti a utilizzare la viabilità alternativa, e nelle ore di punta il traffico diventa un ulteriore fastidio. Chi vive o ha una seconda casa alla Costa Verde di Montenero Marina si sente invece tagliato fuori dai collegamenti verso sud. In alcuni casi il disagio è anche psicologico: sapere che il mare, i ristoranti, le attività e i paesi vicini sono ancora lì, a pochi chilometri in linea d’aria, ma che per raggiungerli bisogna compiere un giro molto più lungo.
Sul posto, lo scenario del crollo è cambiato poco rispetto a tre mesi fa. Vicino alla foce del Trigno, all’altezza del cementificio e a poca distanza dal mare, restano enormi cumuli di detriti ai lati del fiume. Ci sono tronchi, legname, materiali trascinati dalla piena e tonnellate di residui ancora da rimuovere. In caso di nuova alluvione, una presenza del genere potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di rischio, anche se l’estate rende meno probabile uno scenario simile nell’immediato.
In questi giorni non si vedono mezzi al lavoro sul viadotto. Continuano invece, a pochi metri di distanza, i lavori della Ciclovia sul lato mare, procedendo da Petacciato verso San Salvo. Sono fermi, invece, i lavori per il ponte ciclopedonale che era in fase di realizzazione proprio quando è crollato il ponte carrabile. L’ipotesi più accreditata è che, una volta dissequestrata l’area interessata dalle ricerche di Domenico Racanati, possano ripartire anche gli interventi legati al collegamento ciclopedonale.
Intanto le conseguenze economiche si sentono. Una delle realtà più colpite è il centro commerciale Costa Verde di Montenero Marina. Lo conferma il direttore Dario Valerii, che fotografa una situazione ancora lontana dalla normalità. “Nelle prime settimane abbiamo avuto un calo del 20% degli accessi e circa un calo del 25% del fatturato. Poi c’è stata una lieve ripresa, ma comunque non riusciamo ad arrivare alle cifre che facevamo prima del crollo del ponte”.
Una flessione che non riguarda solo i numeri complessivi del centro commerciale, ma anche la vita delle singole attività. “Questo si ripercuote anche nei negozi, perché chiaramente ci sono state meno assunzioni e gli stessi lavoratori non possono avere dei ristori se le attività commerciali non ce l’hanno”, spiega ancora Valerii. Il direttore sottolinea anche una carenza di comunicazione commerciale sul futuro e sugli eventuali interventi di sostegno alle attività colpite.
Proprio per provare a reagire, giovedì 9 luglio il centro commerciale Costa Verde presenterà insieme al Comune di Montenero di Bisaccia l’iniziativa “Costa Verde, vieni e riparti gratis”. Il progetto punta a incentivare gli arrivi al centro commerciale attraverso un meccanismo di rimborso legato alla spesa per il carburante. Non è pensato solo per i comuni direttamente penalizzati dal crollo del ponte, ma anche per quelli dell’area interna della Trignina, dove la viabilità resta complessa e, in alcuni casi, persino più difficile rispetto ai disagi generati dalla chiusura del viadotto.
Le difficoltà però non si fermano alla Costa Verde. A Petacciato Marina il crollo del ponte si traduce in meno passaggio, soprattutto durante la settimana. Il ristorante La Pineta è tra le attività più esposte, perché per anni ha beneficiato del traffico lungo la Statale 16, in particolare dei mezzi pesanti e dei camionisti. Oggi, con il transito gratuito sull’autostrada A14 nel tratto tra Vasto Sud e Termoli, molti camionisti bypassano il tratto petacciatese della Statale 16 e non passano più davanti al ristorante.
Lo stesso vale per la stazione di servizio Eni lungo la Statale 16 a Petacciato Marina e per il Paco Cafè, attività che vivono anche della clientela di passaggio. Ma non va diversamente negli stabilimenti balneari e nei ristoranti. “Durante la settimana si vede molto meno movimento e sono diminuiti soprattutto i turisti occasionali, quelli che magari si fermavano perché erano di passaggio sulla Statale 16”, racconta un esercente della zona. “Chi ha prenotato per più giorni arriva comunque, ma chi deve scegliere dove andare per una giornata spesso preferisce fermarsi prima, a San Salvo o a Vasto, invece di affrontare la deviazione”. Nella sfortuna, anche un elemento positivo: “C’è anche qualcuno che dopo aver visto la frana di Petacciato in tv, sceglie di trascorrere le vacanze qui. Sono incuriositi”.
È questo uno degli effetti meno visibili ma più pesanti del crollo: la perdita del turismo giornaliero. Chi arriva per una settimana da Roma, dal Napoletano o dal nord Italia affronta comunque il viaggio e raggiunge Petacciato o Termoli senza particolari problemi. Diverso è il comportamento di chi decide all’ultimo momento dove trascorrere una giornata di mare. Se la strada diventa più lunga, tortuosa e poco chiara, la scelta può cambiare. E così Petacciato Marina, Termoli nord e altre attività della costa molisana rischiano di perdere proprio quella fascia di visitatori che alimenta bar, ristoranti, lidi, distributori e piccoli servizi.
C’è poi un paradosso che riguarda il cicloturismo. Negli ultimi anni il collegamento tra la Via Verde della provincia di Chieti e il Molise aveva aperto nuove possibilità per cicloamatori e turisti in bicicletta. Non è raro che chi percorre la costa abruzzese arrivi fino alla ciclabile della Costa Verde pensando di poter proseguire verso sud. Ma davanti al Trigno si trova l’interruzione. Alcuni, non conoscendo il territorio, immaginano perfino di poter passare sulla spiaggia. Ma lì c’è un fiume, e il Trigno non si attraversa con una bicicletta in spalla.
Il futuro resta il grande punto interrogativo. Il 15 luglio è previsto il tavolo tecnico convocato dalla Procura di Larino, dal quale si attendono novità importanti sia sulle ricerche del disperso Domenico Racanati sia sulle prospettive dell’area. Solo dopo passaggi giudiziari e tecnici sarà possibile capire quando si potrà procedere con la demolizione di ciò che resta del viadotto e, soprattutto, con la ricostruzione del ponte.
Nel frattempo proseguono le indagini. La Procura di Larino procede per omicidio colposo e crollo colposo. Resta infatti da chiarire perché il ponte abbia ceduto durante la piena del Trigno. Saranno le consulenze tecniche a stabilire se vi siano state eventuali responsabilità nella progettazione, nella realizzazione, nella manutenzione o in altri aspetti dell’infrastruttura. La piena del fiume è stata certamente l’evento che ha preceduto il cedimento, ma la domanda che resta sullo sfondo è inevitabile: perché uno dei pilastri ha ceduto?
A tre mesi esatti dal crollo, il ponte sul Trigno continua dunque a dividere. Divide fisicamente Abruzzo e Molise lungo la costa. Divide le abitudini di chi prima si muoveva in pochi minuti. Divide le attività che riescono ad adattarsi da quelle che vedono diminuire accessi e incassi. Divide anche chi conosce la viabilità alternativa da chi arriva ancora davanti ai new jersey chiedendo come fare.
E mentre i navigatori indicano percorsi corretti ma non sempre sufficienti a orientare tutti, sul territorio resta la sensazione di un’emergenza diventata quotidianità. Tre mesi dopo il crollo, il ponte non è più soltanto un’infrastruttura spezzata. È una ferita ancora aperta fra Abruzzo e Molise: ogni giorno produce deviazioni, disagi, minori incassi e incertezze. E mentre cittadini e imprese continuano ad adattarsi, la domanda resta la stessa: quando finirà tutto questo?



