Quello che le statistiche non misurano
|La violenza che irrompe nei luoghi ‘normali’. Aggressioni e pestaggi, il Molise comincia ad avere paura
Tre aggressioni in pochi giorni tra Termoli, Vinchiaturo e Casalciprano, tutte in luoghi legati al tempo libero e alla socialità. Non ci sono ancora dati sufficienti per parlare di un’emergenza criminale, ma la successione dei casi alimenta una preoccupazione concreta: la violenza appare più improvvisa, sproporzionata e vicina alla vita quotidiana.
Un turista picchiato davanti a un albergo dopo una discussione sul volume della musica. Un poliziotto libero dal servizio colpito al volto mentre tenta di fermare una lite durante una Notte Bianca. Un trentenne aggredito con un tirapugni mentre dorme nella propria automobile dopo un motoraduno.
Tre episodi avvenuti nel giro di pochi giorni. Tre persone finite in ospedale. Tre luoghi pensati per l’accoglienza, il divertimento e la socialità trasformati improvvisamente nel teatro di aggressioni violente.
È questa concentrazione, prima ancora dei numeri complessivi sulla criminalità, ad avere modificato il modo in cui molti molisani guardano ciò che accade intorno a loro. La percezione di una violenza in aumento non nasce soltanto da paure astratte o dal racconto amplificato dei social. Si alimenta di episodi concreti, ravvicinati e spesso difficili da comprendere per la sproporzione tra ciò che li avrebbe provocati e le conseguenze.
L’ultimo caso raccontato da Primonumero è quello di Tommaso C., arrivato a Termoli con la moglie e la figlia di due anni per trascorrere un fine settimana tranquillo. Sabato sera, dopo aver deciso di lasciare il Lumia Hotel perché la musica proveniente dal Roof Garden rendeva impossibile riposare, sarebbe stato aggredito in due momenti da due uomini davanti all’ingresso della struttura. È finito al pronto soccorso con il volto tumefatto, il labbro spaccato, diverse escoriazioni e una prognosi di dieci giorni. Anche la moglie, secondo quanto denunciato, sarebbe stata spintonata mentre teneva la bambina in braccio. I carabinieri stanno ricostruendo l’episodio e acquisendo le immagini delle telecamere.
Pochi giorni prima, a Vinchiaturo, un poliziotto libero dal servizio era intervenuto durante la Notte Bianca per sedare una lite tra alcuni minorenni. Dopo essersi qualificato come agente, sarebbe stato afferrato alle spalle da un uomo di 44 anni e colpito ripetutamente al volto. La lesione riportata a un occhio ha reso necessario un delicato intervento chirurgico e una settimana di ricovero. Anche in questo caso sono state acquisite le immagini della videosorveglianza.
A Casalciprano, al termine del motoraduno dello scorso fine settimana, un trentenne di Bojano si era fermato a riposare in automobile prima di rimettersi alla guida. Secondo la prima ricostruzione, un coetaneo avrebbe aperto la portiera e lo avrebbe colpito al volto con un tirapugni. Il giovane ha riportato fratture al naso e alla mascella, con una prognosi di 45 giorni. Il movente non è stato ancora chiarito: tra le ipotesi investigative viene valutata anche una ragione sentimentale.
Non sono episodi perfettamente sovrapponibili. Hanno dinamiche, contesti e responsabilità che dovranno essere accertate caso per caso. Tuttavia hanno qualcosa in comune: la violenza arriva all’improvviso, esplode in situazioni ordinarie e assume una forza del tutto sproporzionata rispetto al motivo iniziale.
Non siamo davanti a rapine preparate, agguati della criminalità organizzata o regolamenti di conti. Si tratta, almeno secondo le ricostruzioni disponibili, di discussioni, interventi per fermare una lite o conflitti personali che si trasformano nel giro di pochi secondi in pugni, calci, ferite e ricoveri.
Ed è forse proprio questo a fare più paura. La possibilità di essere aggrediti non viene più associata soltanto a luoghi considerati pericolosi o a particolari ambienti criminali. Può accadere durante una festa di paese, davanti a un albergo, su un mezzo pubblico, in una piazza o mentre si svolge il proprio lavoro.
Il 13 luglio, a Termoli, l’autista di un Sun Bus è finito in ospedale dopo essere stato aggredito da un passeggero al quale aveva chiesto di rispettare il numero massimo di persone consentite sulla navetta. Anche in quel caso sarebbe bastato il richiamo a una regola elementare per scatenare una reazione violenta.
Questa estate molisana sembra dunque avere reso più visibile un fenomeno che non comincia oggi e non riguarda soltanto il Molise. La cronaca nazionale racconta quasi quotidianamente risse, aggressioni per futili motivi, lavoratori dei trasporti colpiti durante il servizio, sanitari minacciati, giovani picchiati (talvolta accoltellati e uccisi) fuori dai locali e persone aggredite per una parola considerata sbagliata.
Il Molise non è diventato improvvisamente un territorio fuori controllo. E sarebbe scorretto sostenerlo senza statistiche aggiornate e confrontabili. I dati generali disponibili hanno continuato negli ultimi anni a collocare le province molisane tra quelle con un’incidenza relativamente bassa dei reati denunciati rispetto a molte altre aree italiane.
Ma le statistiche complessive non misurano tutto. Non descrivono fino in fondo l’effetto prodotto da una serie di aggressioni concentrate in pochi giorni, né la paura che nasce quando la violenza sembra potersi manifestare in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione.
Una comunità può continuare a essere statisticamente sicura e, nello stesso tempo, iniziare a sentirsi meno sicura.
Non è necessariamente una contraddizione. La percezione non coincide sempre con il dato, ma non per questo è falsa o irrazionale. Quando le persone vedono moltiplicarsi episodi nei luoghi che frequentano, quando riconoscono nelle vittime persone che stavano semplicemente lavorando, trascorrendo una serata o cercando di evitare un pericolo, il timore entra inevitabilmente nella vita quotidiana.
La risposta più semplice sarebbe invocare più pattuglie, più controlli e una presenza costante delle forze dell’ordine. È una richiesta comprensibile, e il presidio del territorio resta fondamentale. Ma non basta.
In diversi degli episodi raccontati la violenza si è consumata davanti ad altre persone. Qualcuno ha assistito, qualcuno ha filmato, qualcuno è rimasto immobile. In alcuni casi le forze dell’ordine erano già nelle vicinanze o sono intervenute subito dopo. Questo significa che il problema non riguarda soltanto la capacità di fermare chi aggredisce, ma il modo in cui una parte della società sembra avere perso la misura del conflitto.
Si passa troppo rapidamente dalla parola al pugno, dalla contrarietà alla punizione fisica, dal sentirsi offesi alla convinzione di potersi fare giustizia da soli. Anche un limite imposto, un richiamo, un’obiezione o una frase detta con il tono sbagliato possono diventare il pretesto per umiliare e colpire.
Accanto alla violenza degli aggressori c’è poi il comportamento di chi guarda. Non si può chiedere a un cittadino di mettere a rischio la propria incolumità intervenendo fisicamente, ma resta aperta una domanda sul silenzio, sull’indifferenza e sull’abitudine a trasformare tutto in un video. Chiamare subito aiuto, fornire una testimonianza, conservare un’immagine utile alle indagini sono azioni che possono fare la differenza.
Il tema non è quindi soltanto quante pattuglie ci siano nelle strade. Riguarda l’educazione al limite, la capacità di gestire la rabbia, il consumo di alcol e droga, i modelli aggressivi diventati sempre più normali, il rapporto con le regole e la responsabilità di chi organizza eventi o gestisce luoghi nei quali si concentrano molte persone.
Sarebbe sbagliato trasformare ogni fatto di cronaca in una prova del degrado generale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare questa sequenza come una semplice coincidenza estiva.
Occorre attendere gli accertamenti, distinguere le responsabilità e non anticipare le conclusioni degli investigatori. Ma occorre pure riconoscere che qualcosa, nella sensibilità collettiva, è già cambiato.
Quando una comunità tradizionalmente abituata a considerarsi tranquilla comincia a guardare con preoccupazione una festa, una piazza, un locale o perfino il proprio posto di lavoro, significa che la violenza ha già prodotto un effetto profondo. Un effetto che le statistiche, da sole, non riescono ancora a misurare.


