Quando la realtà supera la fiction
|La ricina di The Mentalist è diventata realtà: così un telefilm anticipava il giallo di Pietracatella
L’incredibile trama dell’episodio 2×15 di The Mentalist – dove Patrick Jane scopre un delitto perfetto a base di ricina – sembra essersi trasferita in Molise. La Procura di Larino ha confermato che il giallo di Pietracatella è un duplice omicidio per avvelenamento da ricina: ora i campioni volano nei laboratori blindati di Berlino per una caccia al killer internazionale. Depositati in Procura i risultati delle autopsie in un fascicolo di 900 pagine.
C’è un’espressione tecnica che gli amanti dei polizieschi conoscono a memoria: “Red Herring”, l’aringa rossa. Nel gergo della giallistica indica la classica falsa pista, il dettaglio inserito dagli sceneggiatori per mandarvi fuori strada. Ed è proprio Red Herring (da noi tradotto con un più nostrano “Una gara rosso piccante”) il titolo dell’episodio 15 della seconda stagione di The Mentalist, serie tv americana che in Italia è stata mandata in onda dalla Mediaset dal 2009 al 2015, di quelle che intercettiamo continuamente facendo zapping nel pomeriggio. Una fiction accessibile, pop, entrata nelle case di milioni di italiani.
La ricina di The Mentalist è uscita dalla fiction: le inquietanti analogie con il giallo di Pietracatella
La trama di quell’episodio sembra un classico: durante una spietata competizione culinaria, un celebre chef crolla a terra battendo la testa. Il medico legale archivia subito il caso come un banale trauma cranico. Fine della storia? Nemmeno per idea, perché entra in scena il brillante consulente del CBI Patrick Jane che, con il suo solito sorriso beffardo, ci mette tre secondi a smontare la tesi dell’incidente: “Non è morto per la caduta. È stato avvelenato”. L’arma del delitto si rivela essere una tossina spietata e silenziosa di cui abbiamo sentito parlare ampiamente negli ultimi mesi: la ricina, estratta dai semi di ricino e nascosta tra i sapori forti della cucina.
Nello specifico, la sostanza letale viene isolata dagli investigatori all’interno di una bottiglia di gin occultata nella stanza della vittima e, successivamente, viene riutilizzata nel peperoncino piccante per eliminare un secondo chef – un testimone scomodo – direttamente nella sala interrogatori della polizia.
Un perfetto intrattenimento da prima serata TV, insomma. Di quelli che guardi sul divano pensando: “Dinamiche pazzesche, ma roba da Hollywood o da serie cult americane”. Un po’ come quando abbiamo visto Walter White in Breaking Bad manipolare la stessa identica sostanza in una sigaretta al ricino per eliminare i suoi nemici, consacrando questa molecola nell’olimpo dei “villain” televisivi. Eppure, la distanza tra il telecomando e la realtà a volte si azzera. La cronaca nera di questi mesi ha preso le sceneggiature cult della TV e le ha portate di peso nel cuore del Molise, a Pietracatella, dove il mistero sulla tragica morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita continua a sollevare interrogativi che vanno ben oltre la classica dinamica da telefilm.
Proprio come nella puntata di The Mentalist trasmessa sui nostri canali Mediaset, dove i primi soccorritori vengono tratti in inganno dai sintomi ambigui del veleno, anche nel giallo molisano la causa iniziale è rimasta avvolta nell’ombra per mesi. Ma la svolta è arrivata dalla scienza: la relazione medico-legale coordinata dalla dottoressa Benedetta Pia De Luca, depositata alla Procura di Larino, ha emesso un verdetto inscalfibile. Madre e figlia sono state uccise da avvelenamento da ricina.
Se nella finzione a Patrick Jane basta un bluff psicologico – speziare la cena del sospettato con del finto peperoncino piccante per far saltare i nervi al colpevole –, nella realtà la caccia all’assassino si è trasformata in una mobilitazione scientifica internazionale che supera i telefilm:
Nel frattempo, i campioni biologici delle vittime sono stati trasportati a meno venti gradi con ghiaccio secco, scortati dalla Squadra Mobile fino ai laboratori del Robert Koch-Institut di Berlino, il centro europeo più autorevole per lo studio delle tossine biologiche.
Per milioni di spettatori la ricina è sempre stata il veleno dei telefilm. Da Breaking Bad a The Mentalist, questa tossina è diventata negli anni uno degli strumenti preferiti degli sceneggiatori per costruire delitti quasi perfetti. Poi, all’improvviso, quella stessa sostanza è uscita dalla fiction ed è entrata nella cronaca italiana, al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita a Pietracatella.
Gli scienziati tedeschi stanno inoltre analizzando circa 70 reperti sequestrati nella casa di via Risorgimento. Esattamente come nella cucina di The Mentalist, si cercano tracce microscopiche tra i residui dei pasti di Natale, borracce e un contenitore con una misteriosa sostanza granulare scura.
Intanto nelle scorse ore è stata depositata alla Procura della Repubblica di Larino la relazione definitiva sulle autopsie eseguite su Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sulla figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025. La consulenza medico-legale, coordinata dalla dottoressa Benedetta Pia De Luca, conferma che entrambe sono decedute in seguito all’intossicazione provocata dalla ricina, consolidando il quadro investigativo dell’inchiesta aperta per duplice omicidio aggravato dall’uso del mezzo venefico, a carico di ignoti. Il lavoro, iniziato il 31 dicembre scorso con gli esami autoptici eseguiti all’ospedale Cardarelli di Campobasso, ha richiesto oltre sei mesi di approfondimenti e tre proroghe. La relazione, comprensiva degli allegati, si compone di un fascicolo di quasi 900 pagine. Parallelamente proseguono gli accertamenti affidati agli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino, incaricati dalla Procura di riesaminare i campioni biologici e alimentari sequestrati nell’ambito dell’inchiesta.
Mentre le indagini ormai si articolano nei laboratori di mezza Europa sotto il coordinamento della procuratrice di Larino Elvira Antonelli, e la Squadra Mobile analizza i tabulati telefonici, noi spettatori della realtà rimaniamo a guardare un’inchiesta dove non c’è un “Mentalista” a risolvere il caso in quaranta minuti, ma dove la chimica letale passata per i nostri schermi televisivi è diventata, improvvisamente, tragica cronaca locale.


