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Caccia alla ricina, 131 campioni partiti per Berlino: la verità su madre e figlia morte passa ora dai laboratori tedeschi

Dopo il maxi sopralluogo nella casa di via Risorgimento, gli specialisti del Robert Koch-Institut analizzeranno i reperti prelevati in ogni ambiente dell’abitazione, nell’appartamento della madre di Gianni Di Vita e nell’ex granaio. L’inchiesta della Procura di Larino, ancora contro ignoti, prosegue su due binari: gli accertamenti scientifici e una lunga attività investigativa che ha già portato all’ascolto di circa 200 persone.

Sono partiti oggi per Berlino i 131 campioni prelevati durante il lungo incidente probatorio eseguito giovedì nella casa di via Risorgimento, a Pietracatella. È su quei reperti che si concentra ora una parte decisiva dell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Larino per fare luce sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno in seguito a un avvelenamento da ricina.

Nei laboratori del Robert Koch-Institut, l’istituto federale tedesco considerato il principale centro europeo per questo tipo di analisi, gli specialisti cercheranno eventuali tracce della ricina o di altre componenti del Ricinus communis sui campioni raccolti dopo oltre dieci ore di lavoro all’interno dell’abitazione. Il numero dei reperti, 131, è stato confermato dalla Procura di Larino. I campionamenti hanno interessato praticamente ogni ambiente della casa dove vivevano Gianni Di Vita, la moglie Antonella e le figlie Alice e Sara, ma anche l’appartamento al piano sottostante, abitato dalla madre di Di Vita, e i locali dell’ex granaio adibiti a deposito-magazzino. Tamponi e prelievi sono stati effettuati su superfici, arredi, suppellettili, indumenti e oggetti ritenuti potenzialmente utili alle indagini.

L’accertamento tecnico irripetibile si è concluso soltanto nella tarda serata di giovedì. Dopo le attività scientifiche sono state necessarie ancora diverse ore per catalogare, inventariare e verbalizzare ogni singolo reperto. Poco prima della mezzanotte gli specialisti del Robert Koch-Institut, i funzionari della Polizia criminale federale tedesca (Bundeskriminalamt), la Polizia Scientifica italiana e gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso hanno lasciato Pietracatella. Da oggi il baricentro dell’inchiesta si sposta nei laboratori di Berlino, dove saranno effettuati esami altamente specialistici. I risultati non saranno immediati e, al momento, non esistono stime sui tempi necessari per completare tutte le analisi.

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La vicenda che ha sconvolto il piccolo centro del Fortore ha avuto un lungo percorso prima di trasformarsi in un’indagine per omicidio. Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara, 15, morirono a distanza di poche ore l’una dall’altra, tra il 27 e il 28 dicembre 2025, all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo un improvviso e inspiegabile peggioramento delle loro condizioni. Il 31 dicembre furono eseguite le autopsie, primo passaggio fondamentale per cercare di individuare la causa dei due decessi.

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La svolta arrivò oltre due mesi dopo. Il 6 marzo 2026 la Procura ricevette dall’Istituto Maugeri di Pavia, attraverso il professor Carlo Locatelli, il primo alert che indicava nella ricina la possibile causa dell’avvelenamento. Pochi giorni più tardi, il 12 marzo, la Procura della Repubblica di Larino aprì un fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico, un’inchiesta che ancora oggi procede contro ignoti. Parallelamente resta aperto anche il procedimento per omicidio colposo nei confronti di cinque medici dell’ospedale Cardarelli.

In questi mesi la Procura ha lavorato su un doppio binario. Da una parte gli accertamenti scientifici, culminati con il sopralluogo di giovedì; dall’altra una meticolosa attività investigativa affidata alla Squadra Mobile di Campobasso. Sono state ascoltate circa 200 persone, quasi tutte residenti a Pietracatella, un paese che conta poco più di mille abitanti. Molti testimoni sono stati convocati più volte per chiarire dettagli, verificare dichiarazioni e approfondire nuovi elementi emersi nel corso dell’inchiesta.

Negli ultimi giorni la stessa procuratrice della Repubblica di Larino, Elvira Antonelli, ha voluto seguire personalmente una nuova serie di audizioni. Tra le persone riascoltate figura una coppia di insegnanti che lavora a Riccia e risiede a Pietracatella, già sentita nei mesi scorsi dagli investigatori. È stata inoltre convocata nuovamente un’amica di Antonella Di Ielsi e Gianni Di Vita, sulla cui posizione la Procura sta svolgendo approfondimenti nell’ipotesi di favoreggiamento, ritenendo che possa aver omesso informazioni considerate rilevanti sulla crisi coniugale attraversata dalla coppia. Più volte è stato ascoltato anche il parroco del paese, insieme ad altri residenti che, per ruolo o vicinanza alla famiglia, potrebbero contribuire a ricostruire gli ultimi mesi di vita di Antonella e Sara.

L’eventuale individuazione di tracce della ricina non sarà sufficiente, da sola, a risolvere il caso. Anche qualora gli esami confermassero la presenza della tossina o di altre componenti del Ricinus communis, resterebbe infatti da accertare chi l’abbia materialmente somministrata, quando e con quali modalità. È a queste domande che la Procura di Larino continua a cercare una risposta, mentre una parte decisiva dell’inchiesta si è ormai trasferita nei laboratori del Robert Koch-Institut di Berlino.