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“Sul trabucco erano tutti uguali”: quasi 500 firme per intitolare il viale a Felice Marinucci

La proposta è nata durante il lavoro di ricerca che ha portato alla pubblicazione del libro di Giovanni De Fanis. In meno di due settimane raccolte quasi 500 firme per dedicare il Viale dei Trabucchi a Felice Marinucci, il marinaio che introdusse questa tecnica di pesca a Termoli alla fine dell’Ottocento. Il racconto di Paolo Marinucci: “Quelle macchine hanno dato da vivere a intere generazioni”.

Sul trabucco non contavano il mestiere, il titolo di studio o la posizione sociale. C’erano il professore, il pescatore, il professionista, il pensionato, il ragazzo del Borgo e il bambino curioso che voleva vedere il mare da una prospettiva diversa. Tutti nello stesso spazio sospeso sugli scogli, a osservare l’acqua, le reti e il movimento dei pesci.

“Erano tutti uguali”, ha raccontato Paolo Marinucci durante la presentazione del libro “Trabucchi a Termoli (1879-2026)” di Giovanni De Fanis. E forse è proprio in questa immagine che si trova il senso più autentico della proposta lanciata nei giorni scorsi: intitolare l’attuale Viale dei Trabucchi a Felice Marinucci, il marinaio che per primo introdusse questa tecnica di pesca a Termoli.

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L’iniziativa ha già raccolto quasi 500 firme in meno di due settimane. Molto più delle 150 richieste dal regolamento comunale per avviare formalmente la procedura.

Ma i numeri, in questo caso, raccontano soltanto una parte della storia.

Per capire perché tanti cittadini abbiano aderito alla proposta bisogna tornare indietro di quasi centocinquant’anni, quando sulla costa termolese comparve il primo trabucco documentato. Secondo la ricostruzione contenuta nel libro di De Fanis, fu proprio Felice Marinucci, nato nel 1824 e morto nel 1891, a realizzare e gestire il primo impianto cittadino intorno al 1879.

Una figura che oggi pochi ricordano, ma che ha lasciato un segno profondo nella storia marinara locale.

“Se oggi siamo qui è perché quel trabucco ha dato da mangiare alla nostra famiglia”, ha spiegato Paolo Marinucci, discendente diretto di Felice.

Dietro quella frase c’è una storia che attraversa generazioni. Figli, nipoti e pronipoti cresciuti grazie a una macchina da pesca che consentiva di lavorare restando sulla costa, riducendo i rischi del mare aperto e garantendo una fonte di sostentamento stabile. Una storia condivisa da molte famiglie termolesi che per decenni hanno vissuto attorno ai trabucchi.

Nella relazione che accompagna la proposta di intitolazione emerge anche un dettaglio poco conosciuto. Il primo trabucco sorgeva sotto il Borgo antico, in prossimità dell’Orfanotrofio. Dalla casa di famiglia una scala e una passerella consentivano di raggiungere direttamente la piattaforma sul mare. Un’immagine che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, ma che restituisce bene il rapporto strettissimo tra la città e la sua costa.

Esiste persino un documento del 1895, conservato nell’Archivio Storico comunale, nel quale Giustina De Fanis, seconda moglie di Felice Marinucci, rivendica il possesso di un “ordigno da pesca, così detto trabucco”. Una testimonianza preziosa che conferma la presenza di quella struttura e il ruolo svolto dalla famiglia nella diffusione di questa forma di pesca.

Con il tempo i trabucchi diventarono molto più di semplici strumenti di lavoro. Erano luoghi di incontro, di osservazione e di socialità. Una sorta di piazza affacciata sul mare.

Chi li ha frequentati racconta che vi si poteva incontrare chiunque. I pescatori che controllavano le reti, gli anziani che trascorrevano il pomeriggio a osservare il mare, i ragazzi attratti da quel mondo sospeso tra cielo e acqua. Un piccolo universo che contribuiva a tenere insieme la comunità.

Per questo la proposta non viene presentata come un semplice omaggio familiare. L’obiettivo dichiarato è restituire un nome e una storia a una parte importante dell’identità cittadina.

Il Viale dei Trabucchi esiste già. Quello che si chiede ora è di completarne il significato, legandolo alla persona che più di ogni altra contribuì a introdurre a Termoli una tradizione destinata a segnarne il paesaggio, l’economia e la memoria collettiva.

Una memoria che oggi riaffiora attraverso un libro, una raccolta di firme e il desiderio di non lasciare che il tempo cancelli il nome di chi, per primo, piantò sul mare quelle lunghe antenne di legno che ancora oggi continuano a raccontare la storia di Termoli.