Il giallo del Molise
|Omicidi Pietracatella, la pista della ricina prodotta in laboratorio. I precedenti italiani
Da Bra al delitto di Laura Ziliani, i pochi casi italiani nei quali la ricina è comparsa all’interno di progetti omicidiari. Due vicende molto diverse che mostrano come la tossina possa essere studiata, prodotta e utilizzata anche al di fuori di contesti scientifici. Un tema che oggi interessa direttamente gli investigatori impegnati a ricostruire l’origine del veleno che ha ucciso Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
Chi ha avvelenato Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita? È la domanda alla quale da mesi cerca di rispondere la Procura di Larino attraverso una complessa indagine che passa sia da raccolta testimonianze e ricostruzioni tradizionali che dall’analisi di dati scientifici e informatici, affidata ai consulenti tossicologici e alla Squadra Mobile di Campobasso diretta da Marco Graziano.
Ma accanto al “chi” esiste un altro interrogativo che continua a rimanere senza risposta: da dove proveniva la ricina?
La sostanza che ha provocato la morte della madre cinquantenne e della figlia quindicenne non è infatti un veleno comune. Non si trova sugli scaffali di un negozio e non appartiene nemmeno alle sostanze che normalmente compaiono nelle cronache giudiziarie italiane. Eppure alcuni precedenti dimostrano che la ricina è già comparsa nel nostro Paese all’interno di progetti omicidiari concreti e documentati.
Tra questi ce n’è uno che, più di altri, offre spunti interessanti per comprendere il lavoro che oggi stanno svolgendo gli investigatori molisani.
Bisogna tornare alla fine del 2018. Tra Asti, Torino e il Cuneese prende forma un’inchiesta che coinvolge quattro giovani dell’area vicina a Casapound e ai Fascisti del Terzo Millennio. Secondo l’accusa avrebbero progettato di uccidere Ruggero Vallese, ritenuto responsabile di una vicenda sentimentale legata all’ex fidanzata di uno di loro.
L’indagine porta gli investigatori fino a un garage di Bra. È lì che viene trovato un barattolo contenente ricina insieme ad attrezzature utilizzate per lavorare i semi di ricino. Non si tratta quindi di una semplice ipotesi investigativa o di una sostanza evocata nelle chat: la ricina esiste fisicamente, viene sequestrata e diventa uno degli elementi centrali dell’inchiesta.
Secondo la ricostruzione dell’epoca, un primo tentativo di avvelenamento sarebbe avvenuto il 10 novembre 2018 durante una festa. La sostanza sarebbe stata versata in un cocktail destinato alla vittima. Il ragazzo non morì ma accusò nei giorni successivi forti dolori addominali e vomito. Un episodio che ancora oggi viene ricordato come uno dei rarissimi casi italiani nei quali la ricina compare concretamente all’interno di un progetto omicidiario.
L’aspetto forse più interessante emerge però anni dopo.
Nel gennaio 2021 uno dei protagonisti della vicenda, Rainer Hachenberg, rilascia una lunga intervista nella quale racconta la propria versione dei fatti. Non nega la produzione della sostanza. Anzi. Rivendica di averla realizzata, pur contestando parte dell’impianto accusatorio.
“Di ucciderlo no, ma di vendere la mia sostanza sì”, dichiara in una intervista rilasciata a primastampa.eu. Una frase che sposta l’attenzione su un aspetto particolare: secondo la sua ricostruzione l’obiettivo principale sarebbe stato quello di sviluppare un prodotto da commercializzare anche nel deep web.
Ancora più interessante è il passaggio nel quale distingue tra una prima preparazione e una seconda versione della sostanza. Hachenberg sostiene che la ricina realmente efficace sarebbe stata ottenuta solo in un secondo momento, dopo avere acquisito le attrezzature necessarie. Parla addirittura di “almeno cento dosi” prodotte.
Naturalmente si tratta della sua versione personale, successiva alla condanna e non coincidente necessariamente con la ricostruzione processuale. Tuttavia il racconto contiene un elemento prezioso anche per gli inquirenti al lavoro su Pietracatella: dimostra quanto la produzione di ricina non sia affatto un procedimento banale e quanto anche chi tenta di realizzarla possa incontrare difficoltà tecniche significative.
E’ lo stesso Hachenberg, l’avvelenatore, a raccontare che le informazioni necessarie sarebbero state reperite online e che parte del materiale utilizzato proveniva dall’acquisto di semi di ricino. Quando arrivò il blitz delle forze dell’ordine, nel garage furono sequestrate sostanze e attrezzature e intervennero perfino operatori specializzati nel rischio nucleare, biologico e chimico.
E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti dell’intera vicenda. Secondo quanto raccontato dallo stesso Hachenberg nell’intervista del 2021, la sostanza sarebbe stata ottenuta partendo da semi di ricino acquistati in rete e lavorati all’interno del garage trasformato in una sorta di laboratorio improvvisato. Nel locale gli investigatori trovarono attrezzature utilizzate per la lavorazione del materiale vegetale e per i successivi passaggi di preparazione della sostanza. Hachenberg ha sostenuto di non avere una formazione specialistica in chimica e ha attribuito il reperimento delle istruzioni a ricerche effettuate online e a materiale trovato sul web. Un racconto che, al di là delle responsabilità accertate dai giudici, mostra come la ricina possa essere oggetto di lavorazioni artigianali anche al di fuori di contesti scientifici strutturati.

Il secondo precedente significativo arriva invece dalla Lombardia e dall’omicidio di Laura Ziliani, l’ex vigilessa di Temù uccisa nel 2021 dalle figlie Silvia e Paola Zani insieme a Mirto Milani.
Anche in quel caso la ricina compare prima dell’omicidio. Secondo quanto emerso dalle confessioni, l’idea sarebbe nata dopo la visione della serie televisiva Breaking Bad. Da lì sarebbero iniziate ricerche online, consultazioni di documenti in lingua inglese e approfondimenti sulla tossina.
I tre avrebbero tentato di utilizzare la ricina contro la donna, somministrandola in piccole quantità. Laura Ziliani accusò alcuni disturbi gastrointestinali ma non morì. Quel risultato convinse il gruppo che il metodo non stava funzionando oppure che la preparazione non fosse sufficientemente efficace.
Il progetto omicidiario proseguì comunque. Nelle settimane successive furono utilizzati farmaci e benzodiazepine fino ad arrivare allo strangolamento che provocò la morte della donna.
Anche questo precedente contiene una sorta di ‘lezione’ investigativa. Non esisteva alcuna formazione specialistica particolare. Le informazioni erano state ricercate sul web e studiate autonomamente.
I due casi, certo, raccontano percorsi diversi. A Bra si arriva al sequestro di una sostanza effettivamente prodotta. Nel delitto Ziliani emerge invece una fase di studio e sperimentazione che non raggiunge il risultato sperato.
Entrambi però riportano al centro una domanda che oggi interessa direttamente anche l’inchiesta di Pietracatella.
La ricina che ha ucciso Antonella e Sara è stata acquistata? È stata prodotta? È stata ottenuta attraverso semi di ricino? Oppure è arrivata da qualcuno che possedeva già conoscenze e competenze specifiche?
Sono interrogativi ai quali gli investigatori stanno cercando di rispondere attraverso le oltre 160 testimonianze raccolte, l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati e le consulenze affidate al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli e al chimico forense Daniele Merli.
Perché individuare il responsabile dell’avvelenamento è fondamentale. Ma capire come quel veleno sia arrivato fino alla tavola di una famiglia di Pietracatella è altrettanto decisivo.


