Giallo Pietracatella
|Non solo ricina e autopsie: cos’è la linguistica forense e cosa può raccontare un messaggio WhatsApp
Un esperto chiede di applicare la linguistica forense all’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Ma di cosa si occupa esattamente questa disciplina? Dalle testimonianze alle chat, fino ai messaggi e alle comunicazioni digitali: ecco cosa può fare e quali limiti ha.
Quando si parla del giallo di Pietracatella il pensiero corre inevitabilmente alla ricina, agli esami tossicologici, alle autopsie, alle analisi sui telefoni sequestrati e alle centinaia di ore di lavoro svolte da investigatori, medici legali e consulenti scientifici.
Eppure esiste un’altra disciplina investigativa, molto meno conosciuta dal grande pubblico, che in alcuni casi giudiziari viene utilizzata per analizzare non le sostanze, gli oggetti o le tracce biologiche, ma il linguaggio delle persone coinvolte.
Si chiama linguistica forense.
A riportarla al centro del dibattito è Antonello Fabio Caterino, direttore dell’Istituto Nazionale di Linguistica Forense, che ha suggerito la possibilità di applicare questa metodologia anche all’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso a seguito di un avvelenamento da ricina.
Ma cosa fa esattamente un linguista forense?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di una figura chiamata a stabilire chi dice la verità e chi mente. Il suo lavoro è molto più tecnico e riguarda l’analisi del linguaggio utilizzato nelle testimonianze, nelle conversazioni, nei messaggi scritti e nelle comunicazioni digitali.
In pratica il linguista forense studia il modo in cui una persona racconta un fatto, la scelta delle parole, la struttura dei discorsi, la presenza di eventuali contraddizioni, omissioni o cambiamenti significativi tra dichiarazioni rese in momenti diversi.
Può inoltre confrontare testi e messaggi per cercare di capire se siano stati scritti dalla stessa persona oppure analizzare comunicazioni anonime, lettere, email o post pubblicati online.
Una delle tecniche più note è la cosiddetta stilometria, una disciplina che esamina lessico, sintassi, punteggiatura, formule ricorrenti ed errori linguistici per individuare caratteristiche riconducibili a un determinato autore.
Si tratta di strumenti utilizzati da anni soprattutto nei Paesi anglosassoni e che negli ultimi tempi hanno trovato applicazione anche in Italia in alcune indagini particolarmente complesse.
Il motivo per cui Caterino richiama l’attenzione sul caso Pietracatella è legato alla grande quantità di materiale comunicativo raccolto dagli investigatori.
La Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso hanno infatti ascoltato oltre 120 persone, molte delle quali più volte. Parallelamente sono in corso le analisi dei telefoni cellulari, dei computer e degli altri dispositivi sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita.
È proprio su questo patrimonio di dati che il direttore dell’Istituto Nazionale di Linguistica Forense ritiene possa essere utile una lettura specialistica. “Sono stati sequestrati sette dispositivi elettronici. Sono state acquisite ore di dichiarazioni testimoniali. Esiste un corpus di comunicazioni digitali – messaggi, ricerche, cronologie – che attende di essere letto non soltanto sul piano informatico, ma sul piano linguistico, pragmatico, stilometrico”, osserva Caterino. Secondo il docente universitario, “la linguistica forense non è un optional. In un caso in cui le prove fisiche sono scarse e il quadro relazionale è complesso, l’analisi del linguaggio delle testimonianze, delle comunicazioni digitali e delle incongruenze enunciative può offrire agli inquirenti e alle difese elementi che nessun altro strumento è in grado di fornire“. Da qui l’appello rivolto alla Procura e ai legali delle parti affinché valutino l’utilizzo di questa disciplina già nella fase delle indagini preliminari, senza attendere l’eventuale apertura di un processo.
Secondo i sostenitori della linguistica forense, proprio in casi caratterizzati da una forte componente relazionale e comunicativa l’analisi del linguaggio potrebbe offrire ulteriori chiavi di lettura.
Questo non significa individuare automaticamente un responsabile o sostituire le prove scientifiche. Al contrario, la linguistica forense viene normalmente considerata uno strumento complementare che può aiutare a interpretare meglio informazioni già acquisite attraverso altri canali investigativi.
Nel caso di Pietracatella il cuore dell’inchiesta resta comunque saldamente ancorato agli accertamenti tossicologici e medico-legali.
Nei prossimi mesi la Procura attende infatti gli esiti definitivi delle autopsie e delle nuove consulenze affidate al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, e al chimico forense Daniele Merli. Parallelamente prosegue l’analisi del materiale informatico acquisito dai dispositivi sequestrati.
Non è noto se gli inquirenti valuteranno o meno il coinvolgimento di specialisti della linguistica forense. Quello che appare certo è che il dibattito aperto in questi giorni offre l’occasione per conoscere una disciplina poco nota ma sempre più presente nelle indagini moderne.
Perché oggi, accanto a DNA, tossicologia, medicina legale e informatica forense, anche le parole possono diventare oggetto di analisi scientifica. E in alcuni casi contribuire a ricostruire contesti, relazioni e dinamiche che da sole le prove materiali non riescono a raccontare.


