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I trabucchi chiave per ‘leggere’ Termoli: il libro che mancava alla memoria marinara della città

Non una semplice storia delle antiche macchine da pesca, ma un viaggio dentro l’identità marinara di Termoli. Con “Trabucchi a Termoli (1879-2026)”, Giovanni De Fanis colma una lacuna nella storiografia cittadina e consegna alla comunità un’opera destinata a diventare un punto di riferimento per chi vuole capire da dove viene questa città e quale rapporto abbia avuto (e continua ad avere) con il suo mare.

Ci sono libri che raccontano un argomento e ce ne sono altri che, partendo da un argomento apparentemente circoscritto, finiscono per raccontare molto di più. Trabucchi a Termoli (1879-2026) appartiene decisamente alla seconda categoria.

A una prima lettura potrebbe sembrare un volume dedicato alle antiche macchine da pesca che per oltre un secolo hanno punteggiato la costa termolese. In realtà è qualcosa di molto diverso: un libro che usa i trabucchi come una lente attraverso cui osservare la storia di una comunità, il suo rapporto con il mare, le trasformazioni del paesaggio, il lavoro, la fatica, l’ingegno e la memoria.  La sua importanza risiede proprio in questo.

Per anni, parlando della marineria termolese, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle paranze, sulle flotte da pesca, sui grandi protagonisti della vita del porto. I trabucchi sono rimasti sullo sfondo, evocati nei racconti degli anziani o nelle fotografie d’epoca, ma mai realmente studiati nella loro interezza. Giovanni De Fanis colma questa assenza e lo fa con il rigore dello storico e la sensibilità di chi quella città l’ha vissuta e raccontata per una vita intera.

Presenti libro de fanisTrabucchi libro

Il risultato è il primo censimento completo dei trabucchi termolesi dal 1879 a oggi. Ma il dato numerico è forse l’aspetto meno interessante dell’opera. La vera forza del libro è la capacità di restituire un mondo.

Pagina dopo pagina riemerge una Termoli che molti cittadini non hanno mai conosciuto. Una città diversa da quella contemporanea, con un profilo costiero oggi in gran parte scomparso, con spiagge, scogliere e insenature che il tempo, le mareggiate e soprattutto l’intervento dell’uomo hanno modificato profondamente. I trabucchi diventano così punti di riferimento per orientarsi dentro un paesaggio perduto. Attraverso la loro storia si ricostruisce quella della costa stessa.

Trabucchi libro Trabucchi libro

Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del volume: non racconta soltanto ciò che c’era, ma permette di immaginare ciò che non c’è più. De Fanis compie un lavoro raro nella pubblicistica locale. Non si limita a raccogliere testimonianze e ricordi, pure preziosissimi in questo lavoro di ricostruzione. Li confronta con documenti d’archivio, fotografie, mappe, atti amministrativi e fonti storiche, costruendo una narrazione solida e documentata. È un metodo che restituisce credibilità e spessore al racconto e che distingue nettamente quest’opera da tante pubblicazioni nate esclusivamente dalla memoria orale.

Al centro della storia emerge – e sarebbe impossibile il contrario – la famiglia Marinucci. Felice Marinucci, nato nel 1824, è la figura da cui tutto prende avvio. È lui a introdurre a Termoli la pesca con il trabucco, dopo aver osservato e compreso il funzionamento di quelle straordinarie strutture diffuse lungo la costa abruzzese. Da quel momento prende forma una tradizione che attraverserà generazioni di marinai e contribuirà a plasmare una parte importante dell’identità cittadina.

Ma anche qui il libro evita la celebrazione e sposta il focus sulla storia, nella sua oggettività costruita con ‘fatti’, aneddoti, ricordi e documenti. I Marinucci diventano il filo conduttore di una vicenda collettiva che coinvolge decine di uomini, famiglie e lavoratori. Perché i trabucchi non sono mai stati semplicemente strutture di legno sospese sul mare. Erano luoghi di lavoro, di incontro, di trasmissione del sapere. Pezzi di comunità. Forse è proprio questo il messaggio più potente che emerge dalla lettura.

Oggi i trabucchi vengono perlopiù percepiti come elementi pittoreschi del paesaggio costiero. Belle fotografie per turisti, simboli romantici di un passato lontano. Questo libro spiega invece come proprio i trabucchi, prima di diventare patrimonio culturale, sono stati strumenti di sopravvivenza. Vere e proprie “macchine per vivere”, come le definisce l’autore.

Trabucchi libro

Da quei pali conficcati tra gli scogli dipendeva il sostentamento di intere famiglie. Da quelle reti calate in mare passavano il pane quotidiano, la crescita dei figli, la possibilità stessa di costruire un futuro.

Questa pubblicazione arriva inoltre in un momento particolarmente significativo. Negli ultimi anni Termoli ha riscoperto il tema dei trabucchi. Si discute di ricostruzioni, valorizzazioni turistiche, percorsi culturali e nuove installazioni. Ma per valorizzare davvero qualcosa occorre prima conoscerlo. E questo libro offre finalmente la base storica necessaria per farlo.

Non a caso De Fanis dedica ampio spazio anche a una questione molto attuale: quale debba essere il futuro dei trabucchi termolesi. Nelle pagine finali del volume trova posto anche la sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge regionale che disciplina queste strutture, segno di quanto il tema sia oggi tutt’altro che marginale.

Giovanni de fanis

La riflessione dell’autore parte da un dato storico. I trabucchi tradizionali erano macchine leggere, essenziali, costruite con materiali elastici e perfettamente adattati all’ambiente costiero. Le loro piattaforme avevano dimensioni molto contenute, spesso comprese tra 20 e 25 metri quadrati, ben lontane dalle superfici oggi consentite dalla normativa. Proprio quella leggerezza, apparentemente fragile, costituiva invece la loro forza: per decenni i trabucchi storici hanno resistito alle mareggiate più violente perché assecondavano il mare anziché opporvisi.

Nel libro viene documentato come molte delle distruzioni avvenute negli ultimi decenni abbiano riguardato strutture trasformate, irrigidite o ampliate rispetto ai modelli originari. È una considerazione che De Fanis riprende anche nelle sue riflessioni pubbliche: se il trabucco perde le proporzioni, i materiali e la leggerezza che ne hanno garantito la sopravvivenza per oltre un secolo, rischia di perdere anche la propria identità.

Trabucchi de fanisTrabucchi de fanis

E da qui una lezione, consegnata anche questa – insieme alla memoria – a Termoli da un autore scrupoloso, che fa parlare la storia, e che manifesta – come già accaduto con le altre pubblicazioni come Paranze e Battelli e Bagni e Bagnanti – una grande generosità: conservare i trabucchi non significa moltiplicarli o trasformarli in attrazioni commerciali. Significa comprendere la logica con cui erano stati concepiti dai pescatori che li costruivano: opere ingegnose, economiche, reversibili, capaci di inserirsi nel paesaggio senza dominarlo. Una lezione che riguarda il mare, ma anche il rapporto tra memoria, territorio e sviluppo.

Per i cittadini questo libro rappresenta un’occasione per comprendere meglio le proprie radici. Per le scuole è uno strumento prezioso di educazione alla storia locale. Per gli amministratori dovrebbe diventare una lettura quasi obbligata. Perché aiuta a capire che cosa rappresentino davvero i trabucchi nel patrimonio culturale della città e perché il loro valore non possa essere ridotto a una semplice attrazione turistica.

Un contributo importante arriva anche dal saggio di Luigi Marino e Paola Barone dedicato alle tecniche costruttive e ai materiali utilizzati nei trabucchi storici della costa adriatica. Un lavoro di notevole valore scientifico che arricchisce il volume e ne amplia ulteriormente la portata.

Alla fine della lettura resta una sensazione precisa: non quella di aver imparato qualcosa sui trabucchi, ma quella di aver compreso un po’ meglio Termoli.

Perché le città non sono fatte soltanto di strade, edifici e piazze. Sono fatte di mestieri, di gesti quotidiani, di relazioni tra persone e luoghi. Sono fatte di memoria.

Ed è proprio la memoria che questo libro restituisce alla comunità. In un tempo che corre veloce e spesso dimentica, Trabucchi a Termoli (1879-2026) ha il merito raro di fermarsi, guardare indietro e ricomporre un pezzo fondamentale della storia cittadina. Non per nostalgia. Ma per capire meglio chi siamo diventati. È il libro che mancava. E che è destinato a restare.