Ponte Trigno, la figlia del disperso torna a chiedere verità: “Chi doveva controllare?”
Chi avrebbe dovuto controllare che il ponte sul Trigno restasse chiuso e le auto – non solo quella di Domenico Racanati – transitassero in quel tratto apparentemente chiuso al traffico della Statale 16? Lo chiede oggi Angelica Racanati, la figlia del disperso.
È passato più di un mese dal crollo del ponte sulla statale 16 alla foce del Trigno, avvenuto la mattina del 2 aprile, e mentre le ricerche del 53enne Domenico Racanati, di Bisceglie, non hanno ancora restituito il suo corpo, la famiglia torna a chiedere risposte. A farlo è la figlia Angelica, che sui social continua a denunciare il silenzio e l’assenza di chiarimenti su quanto accaduto.
“È passato più di un mese dal 2 aprile 2026. Per molti è ‘il crollo del ponte’. Per me no. Per me è il giorno in cui ho perso mio padre”, scrive, riportando la vicenda su un piano personale che si intreccia con interrogativi ancora aperti sulle responsabilità e sulla gestione del rischio. Il riferimento è al viadotto crollato alla foce del fiume Trigno, tra Molise e Abruzzo, dopo giorni di maltempo e con il corso d’acqua fortemente ingrossato.
Nel suo intervento, Angelica richiama anche le condizioni della struttura: “Non era un ponte qualunque. Era una struttura che nel tempo aveva mostrato problemi, con segnalazioni, controlli e perfino limitazioni al traffico”. Un passaggio che introduce le domande più dirette, rivolte a chi avrebbe dovuto vigilare e intervenire: “Quel ponte era stato anche chiuso in via precauzionale. Questo significa che il rischio esisteva. Significa che qualcuno sapeva”. Ufficialmente la chiusura riguardava la Statale 16 a ridosso della foce del fiume che era esondato seppure lievemente la sera prima, invadendo la carreggiata. Ma pochi minuti prima del crollo si stava lavorando a una sua riapertura.
Ancora Angelica Racanati chiede: “Cosa è stato fatto davvero per evitare tutto questo? Chi doveva controllare? Chi doveva intervenire prima? Perché non è stato fatto abbastanza?”. Domande che arrivano mentre le indagini della Procura di Larino per crollo colposo e omicidio colposo sono ancora in corso e non è stato chiarito il quadro delle eventuali responsabilità.
La giovane insiste anche sul bisogno di risposte concrete: “Non voglio parole vuote. Non voglio silenzi. Voglio risposte”. E aggiunge: “Io non chiedo pietà. Chiedo rispetto. Rispetto per mio padre”. Parole che riportano l’attenzione su una vicenda ancora aperta, segnata da un disperso e da un’infrastruttura crollata in un contesto di emergenza meteo.
“Non smetterò di parlare. Non smetterò di chiedere. Perché la verità non è un favore. È un diritto. E io la voglio. Adesso”, conclude Angelica, rilanciando una richiesta che, a distanza di settimane, resta senza risposta definitiva.


