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Il grano duro non copre più i costi: “Per produrre un quintale servono 31,80 euro, il mercato ne paga 26”

Sala partecipata a Guglionesi per l’incontro con Saverio De Bonis di GranoSalus. Al centro il crollo della redditività per gli agricoltori, le importazioni dall’estero, il sistema di formazione dei prezzi e il ricorso contro la Commissione Unica Nazionale del grano duro.

Per produrre un quintale di grano duro servono almeno 31,80 euro. Il mercato, però, oggi ne riconosce spesso 26, 27 o 28. In alcune zone del Sud si scende addirittura a 21 euro. È questo il dato da cui è partita la serata organizzata a Guglionesi da Progetto Comune per Guglionesi, che ha portato nella sala della Casa del Fanciullo Saverio De Bonis, fondatore di GranoSalus ed ex senatore, da anni tra le voci più critiche nei confronti dei meccanismi che regolano il mercato cerealicolo italiano.

Incontro grano guglionesi

La sala era gremita di agricoltori, produttori e operatori del settore. Un segnale che racconta bene la preoccupazione che attraversa il comparto in una fase in cui i costi continuano a crescere mentre i ricavi restano fermi o diminuiscono.

“Ismea ha stimato che un quintale di grano debba essere pagato non meno di 31,80 euro”, ha spiegato De Bonis. “Il mercato viaggia sui 26, 27, 28 euro, in Sicilia anche 21. Questo significa lavorare in perdita. Molti agricoltori chiudono, rinunciano o smettono di coltivare e così aumentano le importazioni”.

Incontro grano guglionesi

Secondo l’esponente di GranoSalus, la crisi del frumento duro non dipende da una mancanza di domanda. Al contrario. Il grano duro è alla base della produzione di pasta, uno dei simboli dell’agroalimentare italiano. Durante il convegno sono stati mostrati dati che evidenziano come l’Italia resti il principale produttore mondiale di pasta, con un comparto che vale miliardi di euro e una forte vocazione all’export. Eppure, sostiene De Bonis, la ricchezza prodotta lungo la filiera non si distribuisce in modo equilibrato.

Incontro grano guglionesi

Una delle slide proiettate durante l’incontro ha colpito particolarmente il pubblico. Negli anni Sessanta, ha ricordato De Bonis, un agricoltore che vendeva 131,6 chilogrammi di grano, equivalenti a 100 chilogrammi di farina, riceveva un corrispettivo pari a 100 chilogrammi di pane. Oggi, vendendo la stessa quantità di grano, otterrebbe un valore equivalente a circa 6,8 chilogrammi di pane. Un confronto simbolico ma efficace per rappresentare la perdita di potere economico degli agricoltori rispetto agli altri anelli della filiera.

Incontro grano guglionesi

Il cuore della battaglia di GranoSalus riguarda il sistema con cui vengono determinati i prezzi. De Bonis sostiene che l’attuale meccanismo sia ancora influenzato da regole nate oltre un secolo fa.

“Abbiamo un riferimento normativo che risale al 1913”, ha spiegato. “L’unico settore in cui il produttore non riesce a determinare il prezzo sulla base dei costi di produzione è l’agricoltura. Qualunque imprenditore calcola costi, margini e prezzo finale. Nel nostro settore questo spesso non accade”.

Secondo la ricostruzione illustrata durante l’incontro, le criticità del sistema sarebbero state evidenziate negli anni anche dall’Autorità Antitrust, che avrebbe invitato Governo e Parlamento a introdurre strumenti più trasparenti. Da qui la nascita della Commissione Unica Nazionale del grano duro, la cosiddetta CUN, pensata per superare la frammentazione delle quotazioni territoriali.

Proprio contro l’attuale assetto della CUN si concentra oggi la nuova battaglia di GranoSalus. L’associazione ha promosso un ricorso al Consiglio di Stato sostenendo che il sistema attuato non abbia rispettato lo spirito della riforma.

“La legge era buona”, ha affermato De Bonis. “Doveva garantire più trasparenza, più informazioni e più equilibrio tra le parti. Ma nella fase attuativa, almeno per il grano duro, si è finito per riprodurre molti dei difetti del vecchio sistema”.

Altro tema centrale della serata è stato quello delle importazioni. Una slide mostrata durante il convegno evidenziava il forte incremento degli acquisti di grano duro dall’estero registrato negli ultimi anni, con una crescita significativa delle forniture provenienti da Paesi come Canada, Russia, Turchia e Kazakistan. Parallelamente, secondo i dati illustrati, sarebbe diminuito il livello di autosufficienza nazionale.

Per De Bonis il problema non è l’importazione in sé, ma il ruolo che essa svolgerebbe nel mercato.

“Non è vero che dobbiamo approvvigionarci necessariamente all’estero”, ha sostenuto. “Noi produciamo abbastanza grano per soddisfare gran parte dei fabbisogni italiani. Se gli agricoltori vengono messi nelle condizioni di lavorare e di essere remunerati correttamente, il sistema può reggere. Il problema è che il grano estero viene spesso utilizzato come leva per condizionare il mercato interno”.

L’ex senatore ha poi rilanciato uno dei temi storici di GranoSalus: la differenza tra il grano italiano e quello importato. L’associazione da anni promuove analisi sui derivati del grano e sostiene che il consumatore debba ricevere informazioni più complete sull’origine delle materie prime e sulla presenza di eventuali contaminanti.

Durante l’intervento non sono mancate critiche ai contratti di filiera, che secondo De Bonis in molti casi limiterebbero ulteriormente il potere contrattuale degli agricoltori, e una riflessione sul cambiamento climatico. Proprio il grano duro, ha osservato, rappresenta una coltura particolarmente adatta ai territori del Mezzogiorno e meno dipendente dall’acqua rispetto ad altre produzioni agricole.

“Abbiamo un patrimonio straordinario”, ha concluso. “Se abbiamo la Ferrari la valorizziamo come marchio. Se abbiamo uno dei migliori grani del mondo dovremmo fare lo stesso. Invece spesso accade il contrario”.

La serata promossa dall’associazione politico-culturale “progetto Comune per Guglionesi” e introdotta da Riccardo Vaccaro e Vincenzo Lorito, ha riportato al centro una questione concreta: la crescente difficoltà economica di molte aziende cerealicole. E la domanda che resta sul tavolo è quella che più preoccupa gli agricoltori presenti in sala. Se il prezzo del grano continua a restare sotto i costi di produzione, chi continuerà a seminarlo nei prossimi anni?