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Hantavirus, i clienti in farmacia preoccupati. Il dottor Giampaolo: “Non è una nuova pandemia, ma prestiamo attenzione”

“Non sottovalutiamo il virus, ma non stiamo vivendo una nuova emergenza globale. La lezione del COVID deve servire per essere preparati, non per vivere nella paura.”

“Dottore, dobbiamo preoccuparci?”.

E’ questa la domanda più frequenta posta da giorni a Nicolangelo Giampaolo, titolare dell’omonima farmacia di Piazza Pepe, a Campobasso e ‘divulgatore scientifico’ per Primonumero al quale ha rilasciato questa intervista in cui il “farmacista per passione”, come ama definirsi, rassicura senza minimizzare il caso sanitario che si è registrato sulla nave MV Hondius.

Si tratta, come è noto, di un problema molto serio per le persone coinvolte (ci sono ricoveri e decessi) ma non elementi tali da indurci a parlare di nuovo Covid o di rischio pandemico diffuso.

Eppure, la frequenza delle richieste di chiarimento giunte in farmacia (e confermate dallo stesso Giampaolo che qualche giorno fa ha pubblicato un post su facebook) restituiscono bene il senso di una memoria traumatica del Covid che non deve diventare allarmismo. E’ importante evitare che si generi una equazione per cui “nuovo focolaio + nave + morti” si traduca in “nuova pandemia”, dev’essere chiaro che il problema non è l’eventuale panico ma abbassare la guardia.
Mantenere sistemi di sorveglianza efficienti; non tagliare su prevenzione e controlli; comunicare in maniera chiara, imparare dal Covid sono tutte strategie efficaci per affrontare preparati il futuro.

Nicolangelo Giampaolo farmacia

Dottore, partiamo dall’inizio: che cos’è questo virus?
“In parole semplici, è un virus portato soprattutto da alcuni roditori selvatici. Nel caso della MV Hondius parliamo di Andes virus, un hantavirus già noto in Sud America, non di un virus comparso dal nulla. Di solito l’uomo si infetta respirando polveri contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti. In termini medici, è un virus della famiglia degli hantavirus: può colpire soprattutto polmoni e cuore, causando nei casi gravi una malattia respiratoria importante”.

Quali conseguenze ha il contagio sul nostro organismo?
“All’inizio può sembrare una forte influenza: febbre, dolori, debolezza, nausea o disturbi intestinali. In alcuni casi però può peggiorare rapidamente, con difficoltà respiratoria, polmonite, calo della pressione e shock. Nei casi più gravi, il virus può rendere i vasi sanguigni più ‘permeabili’: una parte dei liquidi passa dove non dovrebbe, soprattutto nei polmoni. Per questo il paziente può fare fatica a respirare e può avere bisogno di cure intensive”.

Che cosa è successo sulla MV Hondius?
“È stato identificato un focolaio tra passeggeri ed equipaggio di una nave da spedizione partita da Ushuaia, in Argentina. Secondo ECDC, al 12 maggio 2026 i casi erano 11: 9 confermati, 2 probabili, con 3 decessi. Le persone coinvolte provenivano da diversi Paesi. In pratica, i casi sono stati riconosciuti mettendo insieme tre elementi: i sintomi, i contatti avuti durante il viaggio e gli esami di laboratorio che hanno trovato il virus nei campioni analizzati”.

Chi sono i contagiati e dove sono adesso?
“I nomi non sono pubblici, per privacy. Sappiamo che sono persone collegate alla stessa traversata: alcuni ricoverati in diversi Paesi, altri rimpatriati e monitorati in quarantena o sorveglianza sanitaria. Tre sono deceduti (l’intervista è stata rilasciata il 13 maggio, ndr). Questi controlli servono proprio a evitare che il problema sfugga di mano: chi è stato esposto viene seguito per alcune settimane, perché i sintomi possono comparire anche dopo giorni. Questo ci rassicura, perché non si lascia il virus libero di circolare: si tengono sotto osservazione le persone a rischio, non tutta la popolazione”.

La nave che fine ha fatto?
“La nave è arrivata a Tenerife il 10 maggio e lo sbarco con rimpatrio dei passeggeri è stato completato l’11 maggio. Secondo fonti stampa e operatore, la MV Hondius è diretta a Rotterdam per pulizia e disinfezione. La pulizia della nave serve a rendere sicuro l’ambiente a bordo. Però, da quello che sappiamo, il primo contagio probabilmente non è nato sulla nave: potrebbe essere avvenuto prima, in Sud America, in zone dove il virus è presente nei roditori selvatici”.

Perché non dobbiamo pensare a un nuovo Covid?
“Perché il modo di trasmettersi è diverso. Il Covid si diffondeva facilmente nella popolazione generale; Andes virus può trasmettersi tra persone, ma di solito richiede contatti stretti e prolungati, come convivenza o assistenza a un malato. Il virus può arrivare all’uomo soprattutto dall’ambiente: per esempio respirando polvere contaminata da urine, feci o saliva di roditori infetti. Il passaggio da persona a persona, invece, è molto meno facile: quando avviene, riguarda di solito contatti stretti e prolungati, come vivere insieme, assistere un malato o condividere per giorni spazi molto ravvicinati. Questa è la grande differenza con il Covid : il Coronavirus si diffondeva facilmente attraverso le goccioline respiratorie e gli aerosol, anche nella vita quotidiana, sul lavoro, a scuola, nei mezzi pubblici. Andes virus non ha questa capacità di circolare rapidamente nella popolazione generale. Una nave è un contesto particolare, perché le persone restano vicine per molti giorni e condividono ambienti chiusi. La città non è lo stesso scenario. Per questo le autorità non parlano di rischio pandemico: CDC lo considera estremamente basso ed ECDC valuta molto basso il rischio per la popolazione generale europea”.

I dati genetici del virus sono rassicuranti?
“Sì, i dati genetici ci tranquillizzano perché mostrano che il virus trovato nei pazienti è quasi uguale da un caso all’altro. Questo fa pensare a un episodio circoscritto, non a un virus che sta cambiando rapidamente. Il primo punto importante è che il virus appartiene a una famiglia già conosciuta: non sembra qualcosa di completamente nuovo. Il secondo punto è che le differenze trovate sono minime. Il terzo è che queste differenze non sembrano cambiare le parti principali del virus. Il quarto è che non si vedono segnali di un rimescolamento genetico inatteso. In altre parole, non emerge l’immagine di un virus diventato improvvisamente più aggressivo o più contagioso. Per questo i dati genetici, pur richiedendo attenzione, vanno nella direzione della prudenza e non dell’allarme”.

Esistono farmaci o vaccini?
“Non abbiamo una pillola specifica né un vaccino disponibile al pubblico contro Andes virus. Questo non significa essere senza strumenti: bisogna riconoscere presto i casi, isolarli, monitorare i contatti e curare rapidamente i pazienti in ospedale”.

Cosa sta dicendo in questi giorni ai suoi clienti e cosa vuole dire, in generale, ai cittadini preoccupati? 
“Attenzione sì, panico no. È un episodio serio per chi è coinvolto, ma non ci sono dati che giustifichino paura da lockdown o nuova pandemia. Chi non ha avuto contatti con quella nave o con persone esposte non ha un rischio particolare. La vera domanda, allora, è un’altra: stiamo usando bene quello che abbiamo imparato con il Covid? Perché il rischio non è questo singolo episodio, che oggi appare circoscritto. Il rischio è dimenticare troppo in fretta. Le autorità sanitarie devono restare pronte: sorvegliare i nuovi focolai, riconoscere presto i segnali d’allarme, comunicare in modo chiaro e proteggere le persone più esposte. Con il passare degli anni è facile rilassarsi, tagliare attenzione, personale, controlli e preparazione. Ma i virus non seguono il nostro calendario emotivo: possono tornare quando noi abbiamo smesso di pensarci. Per questo non serve vivere nella paura, ma serve non abbassare la guardia”.