Le indagini informatiche
|Giallo di Pietracatella, concluse le acquisizioni dei dispositivi. Ma dai modem non arriverà la “pistola fumante”
Terminata la copia forense dei dati da telefoni, computer e altri apparati sequestrati nella casa della famiglia Di Vita. Ora comincia il lavoro più lungo: l’analisi dei contenuti. Il consulente informatico Giovanni Alfonso: “Dai router non possono emergere tracce di ricerche effettuate mesi fa”. Intanto proseguono le audizioni: oltre 120 le persone già ascoltate dagli investigatori.
Giallo di Pietracatella, concluse le acquisizioni dei dispositivi. Ma dai modem non arriverà la “pistola fumante”
Chi immagina che il mistero di Pietracatella possa essere risolto da un giorno all’altro grazie a un modem o a un vecchio computer rischia probabilmente di rimanere deluso. Le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita continuano a procedere su più fronti, ma il lavoro degli investigatori è ancora lontano dall’essere concluso.
Nelle ultime ore si è chiusa una fase importante dell’inchiesta: quella dell’acquisizione forense dei dispositivi informatici sequestrati il 4 maggio scorso nell’abitazione di via Risorgimento. Telefoni cellulari, computer, hard disk, modem e altri apparati elettronici sono stati copiati integralmente dagli specialisti incaricati, mettendo al sicuro i dati contenuti al loro interno.
Ma acquisire non significa analizzare. E soprattutto non significa aver già trovato qualcosa.
“Stamattina abbiamo chiuso le operazioni tecniche per le acquisizioni dei contenuti dei dispositivi in sequestro”, spiega Giovanni Alfonso, criminalista specializzato in informatica forense e consulente tecnico che affianca l’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, parti offese nel procedimento. Una fase che, contrariamente alle previsioni iniziali, si è conclusa in tempi relativamente rapidi. “I dispositivi erano tutti senza pin, motivo per cui sono stati acquisiti con una certa facilità. Inoltre si tratta di apparati di anni precedenti, molto probabilmente non più utilizzati da diverso tempo”.
L’attenzione di molti osservatori si è concentrata soprattutto sui modem domestici sequestrati nell’abitazione, quasi fossero una sorta di scatola nera capace di conservare ogni attività svolta in rete. Ma la realtà dell’informatica forense è molto diversa da quella raccontata spesso nelle fiction televisive.

“Acquisire i modem è stata una operazione relativamente veloce”, racconta ancora Alfonso. “Uno aveva la password, l’altro no e non è stato acquisito. Ma dai modem – precisa – non ci si aspettava nulla di particolare. Nei log non ci sono date o riferimenti temporali utili a ricostruire attività svolte mesi fa“.
È un aspetto tecnico importante, perché negli ultimi giorni si è diffusa l’idea che proprio dai router domestici potessero emergere eventuali ricerche online sulla ricina o altre sostanze tossiche. Un’aspettativa che il consulente invita a ridimensionare. “Il massimo che si poteva ottenere era trovare un’evidenza del numero di dispositivi collegati alla rete Wi-Fi in determinati momenti, ma senza sapere chi li stesse utilizzando“. Come dire: non possono esistere tracce di ricerche effettuate mesi prima.
Le vere informazioni, se esistono, saranno quindi cercate soprattutto nei telefoni, nei computer e negli altri dispositivi personali. È lì che gli investigatori stanno concentrando il lavoro di analisi che adesso entra nel vivo. Un’attività necessariamente lunga e complessa, destinata a richiedere settimane.
L’obiettivo resta quello già indicato dalla Procura di Larino: ricostruire contatti, relazioni, comunicazioni, eventuali ricerche online, abitudini quotidiane e ogni elemento utile a comprendere cosa sia accaduto nei giorni precedenti all’avvelenamento di madre e figlia.
Parallelamente continua anche l’altra grande attività investigativa che da mesi accompagna il lavoro tecnico. Negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso proseguono infatti le audizioni delle persone informate sui fatti. Secondo quanto appreso, sono ormai oltre 120 le persone ascoltate dagli investigatori. Molte di loro sono state sentite più di una volta, nel tentativo di verificare dichiarazioni, chiarire incongruenze e ricostruire con la maggiore precisione possibile gli ultimi giorni di vita delle due donne.
Un lavoro paziente e silenzioso che difficilmente produce svolte improvvise, ma che continua ad accumulare tasselli. Per questo motivo gli investigatori invitano alla prudenza. Il caso di Pietracatella resta una delle inchieste più complesse mai affrontate in Molise: un’indagine che procede contemporaneamente sul piano scientifico, medico-legale, tossicologico e investigativo e che, almeno per il momento, sembra richiedere ancora tempo prima di arrivare a risposte definitive.
A scandire i prossimi passaggi dell’inchiesta sarà soprattutto la data del 30 giugno. Entro quel termine la dottoressa Benedetta Pia De Luca dovrà depositare la relazione medico-legale definitiva sulle autopsie eseguite sui corpi di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Nello stesso arco temporale dovranno concludersi anche i nuovi accertamenti affidati al professor Carlo Alessandro Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, e al chimico forense Daniele Merli, entrati ufficialmente a far parte del collegio dei consulenti della Procura.
Ai due specialisti è stato chiesto di approfondire ulteriormente la compatibilità tra le risultanze autoptiche e l’avvelenamento da ricina, sostanza che presenta particolari difficoltà di individuazione a causa della sua elevata degradabilità nelle matrici biologiche. Dovranno inoltre esprimersi sulla riconoscibilità clinica della patologia nei giorni dei ricoveri ospedalieri e sui protocolli sanitari adottati.
Prima di arrivare a quelle conclusioni, però, resta ancora una grande quantità di materiale da esaminare. Da una parte le oltre 120 testimonianze raccolte in questi mesi dagli investigatori; dall’altra migliaia di dati informatici appena acquisiti dai dispositivi sequestrati. Due percorsi paralleli che dovranno essere incrociati e verificati. È da questo lavoro, più che da singoli elementi isolati, che gli investigatori sperano di ricostruire il percorso che ha portato all’avvelenamento di Antonella e Sara e di dare una risposta ai molti interrogativi ancora aperti sul giallo di Pietracatella.


