L'intervista
|Ebola, è emergenza internazionale. Il dottor Giampaolo: “Paura corre più veloce del virus, conoscenza è prevenzione”
L’intervista concessa a Primonumero dal farmacista Nicolangelo Giampaolo che spiega perché il nuovo focolaio di Ebola Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo richieda attenzione ma non panico. Pur definendo seria la situazione sanitaria, il dottor sottolinea che Ebola “non si diffonde come un virus respiratorio” e che in Italia “non c’è motivo di cambiare le proprie abitudini”. Centrale il richiamo alla corretta informazione: “La conoscenza è la nostra migliore prevenzione”.
C’è una nuova emergenza sanitaria internazionale dichiarata dall’Oms. In Africa, dove al momento è circoscritta l’epidemia di Ebola, crescono i decessi e il numero di contagi e casi sospetti. Il ministero della Salute italiano ha diramato una circolare per quegli operatori (non solo sanitari) impegnati in attività di cooperazione e sostegno alle Ong o altre organizzazioni attive nelle zone in cui è stato individuato il focolaio. Contenere i contagi con misure di vigilanza dei cooperanti e di tutti coloro che provengono dalla Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda è, per ora, l’indicazione di massima.
Ma cos’è Ebola, come si diffonde, cosa possiamo fare noi italiani (e molisani) rispetto a una diffusione del virus che corre veloce? Ne abbiamo parlato col dottor Nicolangelo Giampaolo, titolare dell’omonima farmacia di Piazza Pepe, a Campobasso, in questa interessante intervista.

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di Ebola per una nuova epidemia registrata nella Repubblica Democratica del Congo. Prima di tutto: che cos’è esattamente il virus Ebola?
“Il virus Ebola è un virus che può provocare una malattia molto grave, chiamata malattia da virus Ebola. Appartiene alla famiglia dei filovirus, virus dalla forma allungata, filamentosa, che al microscopio ricordano quasi dei fili. È una malattia nota soprattutto perché può avere un’elevata letalità, ma va spiegata con precisione: non tutti i virus Ebola sono identici, non tutte le epidemie hanno lo stesso andamento e il rischio dipende moltissimo dal contesto in cui il virus circola.
Il virus può passare dagli animali all’uomo, probabilmente attraverso il contatto con animali selvatici infetti, e poi può trasmettersi da persona a persona. Quando entra nell’organismo, può dare febbre, forte debolezza, dolori muscolari, vomito, diarrea e, nei casi più gravi, sanguinamenti e insufficienza di più organi. È una malattia seria, ma non è un virus che si diffonde come un raffreddore. Questo punto è fondamentale per evitare paure inutili”.
In questo caso si parla di un nuovo focolaio legato a una variante rara del virus. Che cosa significa?
“Quando diciamo Ebola usiamo una parola unica per indicare virus diversi, appartenenti allo stesso gruppo. È un po’ come dire automobile: la parola è una, ma poi esistono modelli diversi, con caratteristiche diverse. Le specie più importanti per l’uomo sono Zaire ebolavirus, Sudan ebolavirus, Bundibugyo ebolavirus e Taï Forest ebolavirus. Esiste anche Reston ebolavirus, che ha dato infezioni negli animali e raramente nell’uomo, ma non è noto per causare la stessa malattia grave nell’uomo.
La specie più conosciuta è Zaire ebolavirus, responsabile delle grandi epidemie del passato, compresa quella dell’Africa occidentale del 2014-2016. Proprio contro Zaire ebolavirus sono stati sviluppati vaccini e terapie specifiche. In questo focolaio, invece, si parla di Bundibugyo ebolavirus, una specie più rara, osservata in meno occasioni. Questo è il punto delicato: abbiamo meno esperienza, meno dati clinici e, soprattutto, non abbiamo vaccini o terapie specifiche approvati come quelli disponibili per il ceppo Zaire.
Quindi variante rara non significa necessariamente che sia più contagiosa in senso assoluto. Significa che è meno studiata, meno frequente e che gli strumenti medici specifici disponibili sono più limitati. Per questo la risposta sanitaria deve essere molto rapida e molto organizzata”.
L’OMS ha parlato di emergenza sanitaria internazionale. Perché gli esperti stanno seguendo questo focolaio con così tanta attenzione?
“L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato questa epidemia un’emergenza sanitaria internazionale e questo ha inevitabilmente colpito molto l’opinione pubblica. Però bisogna capire bene che cosa significa. Non vuol dire automaticamente “pandemia” e non vuol dire che siamo davanti a uno scenario simile al Covid. Significa che l’OMS ritiene che il focolaio abbia caratteristiche tali da richiedere una risposta coordinata internazionale, perché alcuni elementi stanno attirando molta attenzione tra gli esperti.
E qui il punto interessante è proprio questo: non è il singolo dato a preoccupare, ma la combinazione di tanti fattori che, messi insieme, costruiscono un quadro delicato.
Prima di tutto il virus coinvolto non è il classico Zaire ebolavirus, quello per cui oggi esistono vaccini e terapie specifiche. Qui si parla di Bundibugyo ebolavirus, una specie rara, molto meno studiata e per la quale non esistono vaccini specifici approvati.
Poi c’è il fattore tempo. Le ricostruzioni indicano che il virus potrebbe avere circolato per giorni o settimane prima di essere riconosciuto ufficialmente. E nelle epidemie il tempo è tutto. Se un focolaio viene identificato tardi, il rischio è che nel frattempo si siano create catene di trasmissione difficili da ricostruire.
C’è poi un altro elemento che gli epidemiologi osservano sempre con grande attenzione: alcune persone sarebbero morte fuori da percorsi sanitari controllati. Questo significa che familiari, caregiver e comunità possono essere entrati in contatto con pazienti infetti senza protezioni adeguate.
Un altro segnale considerato importante è il coinvolgimento di operatori sanitari. Quando medici, infermieri o personale di assistenza si ammalano, significa che il sistema di contenimento è stato messo sotto pressione.
E infine c’è il contesto. L’epidemia si sviluppa nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo: un’area con forti spostamenti di popolazione, attività minerarie, confini vicini a Uganda e Sud Sudan, difficoltà logistiche, aree di conflitto e strutture sanitarie spesso fragili. Un virus non si diffonde mai da solo: si diffonde dentro una società. E se quella società vive instabilità, povertà o difficoltà sanitarie, anche il contenimento diventa più complesso.
Secondo i dati ufficiali al 18 maggio 2026 la base più solida parlava di 246 casi sospetti e 80 decessi in Ituri, con 8 conferme di laboratorio, oltre a 2 casi importati a Kampala, in Uganda, con un decesso. Sono numeri che vanno interpretati con prudenza, perché in queste situazioni cambiano rapidamente e non tutti i casi sospetti vengono poi confermati. Però bastano a spiegare perché l’OMS abbia deciso di alzare il livello di allerta internazionale”.
Come si trasmette il virus Ebola? È corretto paragonarlo a virus respiratori come il Covid?
“No, il paragone con il Covid va usato con grande cautela. Il Covid è causato da un virus respiratorio, che si trasmette soprattutto attraverso le vie respiratorie: parlando, tossendo, respirando nello stesso ambiente, soprattutto in spazi chiusi. Ebola non si comporta così.
Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue, vomito, diarrea, urine, saliva, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di una persona malata o deceduta. Può trasmettersi anche attraverso oggetti contaminati, per esempio aghi, strumenti sanitari o superfici sporche di fluidi biologici. Il rischio è particolarmente alto quando si assiste un malato senza protezioni adeguate, quando si lavora in una struttura sanitaria non preparata, oppure durante pratiche funerarie in cui si tocca il corpo di una persona deceduta per Ebola.
La differenza, detta in modo semplice, è questa: un virus respiratorio può viaggiare con molta facilità nella vita quotidiana; Ebola richiede normalmente un contatto stretto con una persona sintomatica o con i suoi fluidi biologici. È molto più grave per chi si infetta, ma non ha la stessa capacità di circolare silenziosamente tra la popolazione generale come un virus respiratorio”.
Quando si parla di Ebola, emergenza internazionale e casi importati, molte persone pensano subito a una possibile diffusione globale. Dobbiamo preoccuparci davvero? E quanto sarebbe preparato un Paese come l’Italia ad affrontare eventuali casi?
“È una reazione comprensibile. La parola Ebola richiama immagini molto forti: epidemie drammatiche, isolamento, paura. E quando l’OMS parla di emergenza sanitaria internazionale, molte persone pensano subito a uno scenario simile al Covid. Però bisogna distinguere.
Questo focolaio merita attenzione perché coinvolge una variante rara del virus, Bundibugyo, per la quale non esistono vaccini specifici approvati. Inoltre il virus potrebbe avere circolato per giorni prima di essere riconosciuto, in un’area del Congo con forti movimenti di popolazione, strutture sanitarie fragili e difficoltà logistiche.
Detto questo, Ebola non è un virus respiratorio come il Covid. Non si trasmette semplicemente stando nella stessa stanza o prendendo un autobus. Richiede normalmente contatti stretti con persone malate o con fluidi biologici infetti.
Ed è qui che cambia completamente il quadro. Nelle aree colpite dell’Africa centrale il rischio è serio, soprattutto per operatori sanitari, familiari dei pazienti e comunità coinvolte direttamente. In Italia, invece, il contesto sanitario è molto diverso.
Abbiamo reparti di malattie infettive, protocolli di isolamento, dispositivi di protezione e sistemi di tracciamento dei contatti. Se un caso sospetto venisse riconosciuto rapidamente, il paziente potrebbe essere isolato e gestito in sicurezza.
Quindi bisogna essere seri senza essere allarmisti. Possibili casi importati non si possono escludere del tutto, ma un caso importato non significa automaticamente epidemia diffusa. In farmacia molte persone chiedono giustamente: “Dobbiamo preoccuparci?” La risposta è che, per un cittadino italiano senza viaggi o esposizioni specifiche, oggi non c’è motivo di modificare la propria vita quotidiana.
La cosa più importante è informarsi bene. Una notizia senza contesto può creare panico; una fake news può deformare completamente la percezione del rischio. La conoscenza, oggi più che mai, è la nostra migliore prevenzione”.
Quanto conta oggi avere informazioni corrette e affidarsi a fonti scientifiche ufficiali invece che ai social o alle fake news?
“Conta moltissimo. Le epidemie non si combattono solo con farmaci, vaccini e ospedali. Si combattono anche con le parole giuste. Una parola sbagliata può creare panico. Una semplificazione eccessiva può far sottovalutare un pericolo reale. Una notizia falsa può spingere le persone a comportamenti inutili o dannosi.
I social spesso funzionano come una lente deformante: ingrandiscono il dettaglio più impressionante e cancellano il contesto. Invece il contesto è tutto. Dire “emergenza internazionale” senza spiegare che non significa “pandemia” crea paura. Dire “Ebola come il Covid” è scorretto, perché sono virus con modalità di trasmissione molto diverse. Dire “non esistono cure” senza spiegare il valore delle cure di supporto è incompleto.
Bisogna affidarsi a fonti come OMS, Ministeri della Salute, ECDC, istituti di sanità pubblica, Medici Senza Frontiere e organizzazioni presenti sul campo. Poi serve qualcuno che traduca quelle informazioni in un linguaggio comprensibile. Questo è anche il compito dei professionisti sanitari sul territorio”.
Qual è il consiglio più utile che si sente di dare ai cittadini in questo momento?
“Il consiglio è: restiamo informati, non spaventati. Ebola Bundibugyo è un evento serio, soprattutto per le popolazioni coinvolte nella Repubblica Democratica del Congo e per i Paesi vicini. Va seguito con attenzione perché il ceppo è raro, perché mancano vaccini specifici approvati e perché il contesto locale rende il contenimento più difficile.
Ma per un cittadino italiano senza viaggi o contatti a rischio non c’è oggi motivo di cambiare le proprie abitudini. La cosa più utile è non alimentare allarmismi, non condividere messaggi non verificati e cercare informazioni da fonti scientifiche ufficiali.
La paura corre più veloce dei virus. La conoscenza, però, è la nostra migliore prevenzione”.


