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Dentro i telefoni di Pietracatella: “Ci vorrà molto tempo, ma lì dentro può esserci una verità che ancora non vediamo”

Dal sopralluogo del 4 maggio ai nove dispositivi sequestrati, fino alla lunga procedura di copia forense. Il consulente informatico Giovanni Alfonso racconta cosa è stato trovato nella casa dei Di Vita e perché l’analisi digitale sarà decisiva, ma richiederà tempo. Intanto l’inchiesta va avanti tra esami scientifici, verifiche e nuove piste ancora aperte.

C’è un momento, nelle indagini, in cui la scena si sposta. Non è più solo quella fisica – una casa, una stanza, un oggetto – ma diventa invisibile, fatta di dati, tracce digitali, frammenti di vita conservati dentro un telefono. Nel caso di Pietracatella, quel momento è arrivato il 4 maggio. Dopo mesi di accertamenti scientifici e ricostruzioni, con l’ascolto negli uffici della Questura di Campobasso di oltre 100 persone informate dei fatti, gli investigatori sono tornati nella casa della famiglia Di Vita, rimasta sotto sequestro dal 28 dicembre, e ne sono usciti con tutto ciò che poteva contenere informazioni.

Cinque telefoni cellulari, un tablet, un computer portatile e due apparati di rete. Nove dispositivi in totale. Nessun documento cartaceo.

A spiegare cosa è successo dentro quella casa e cosa accadrà ora è Giovanni Alfonso, criminalista specializzato in informatica forense e consulente tecnico che affianca l’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, parti offese nel procedimento.

“I telefoni sono stati acquisiti tutti spenti. Questo è un dato importante, perché significa che da quando la casa è sotto sequestro non c’è stata alcuna possibilità di utilizzo o alterazione dei contenuti”, chiarisce subito. Un dettaglio tecnico, ma fondamentale per delimitare il perimetro dell’analisi.

Non tutto, però, è immediatamente conoscibile. Anzi, in realtà non lo è quasi nulla. “Quando i dispositivi vengono sequestrati restano spenti fino all’acquisizione forense. Non possiamo sapere a chi appartenessero con certezza nell’immediato”. Due telefoni avevano la sim card inserita e potrebbero essere riconducibili ad Antonella Di Ielsi e alla figlia Sara. Gli altri tre, senza sim, sono stati trovati nei cassetti: “Presumibilmente sono i dispositivi più vecchi, sostituiti nel tempo o non più utilizzati. Ma questo lo si potrà verificare solo dopo l’accensione e l’analisi”.

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La mappa degli oggetti, più che una prova, restituisce uno spaccato di quotidianità interrotta. Un tablet nella cameretta di Sara, il computer portatile in cucina, un telefono in un giubbino femminile, che dovrebbe essere quello di Antonella Di Ielsi, un altro appoggiato in un disimpegno all’ultimo piano.

Tutti elementi che vanno verificati e contestualizzati. Il sopralluogo è stato ampio, metodico. Gli investigatori hanno controllato ogni ambiente, esaminato materiali, aperto cassetti, sfogliato quaderni, visionato documenti medici e carte fiscali. Ma alla fine hanno portato via solo ciò che poteva contenere dati, secondo l’indicazione della procuratrice di Larino Elvira Antonelli che ha in mano le redini dell’indagine.

“È stata una perquisizione completa, ma il sequestro ha riguardato esclusivamente dispositivi informatici. I documenti sono stati visionati, non acquisiti” chiarisce Alfonso.

Tra gli oggetti sequestrati ci sono anche due router. Una scelta che può sembrare secondaria, ma che ha una logica precisa. “Alcuni router mantengono log di connessione, cioè registrazioni dei dispositivi che si sono collegati alla rete nel tempo. Non è certo che questi li conservino, dipende dal modello e dalle impostazioni, ma se presenti possono indicare quali dispositivi erano collegati alla rete domestica in un determinato momento”.

Non cosa abbiano fatto, però. “Dal router non si può sapere se qualcuno ha fatto una ricerca su internet o ha consultato un contenuto. Quello resta nel dispositivo. Il router può dirti che un certo dispositivo – identificato da un codice, il MAC address – si è collegato, ma non rivela l’attività svolta”.

È qui che entra in gioco il lavoro più lungo e meno visibile: l’analisi forense. Perché i telefoni, una volta acquisiti, non “parlano” subito. Devono essere decifrati, ricostruiti, organizzati.

“La prima fase – prosegue l’esperto informatico – è la cosiddetta copia forense ‘mezzo’: una copia integrale del contenuto del dispositivo. È una copia fedele, ma grezza, non leggibile. È come copiare una memoria intera senza poterla consultare”.

Poi arriva la seconda fase, quella che trasforma quei dati in qualcosa di utilizzabile.

“Si procede con il parsing, cioè l’indicizzazione. Il software analizza la copia e la organizza: distingue chat, immagini, video, documenti. A quel punto l’operatore può iniziare a leggere e analizzare”. Solo successivamente si arriva alla copia “fine”, quella che entra nel fascicolo.

“Contiene solo i dati ritenuti rilevanti ai fini investigativi, anche se la copia completa, che cristallizza la vita digitale, resta comunque a disposizione della Procura e a questa, in base a sopraggiunte esigenze investigative, si può attingere man mano”.

Tutte queste operazioni comunque richiedono tempo. Molto più di quanto si immagini.

“Per il telefono di Alice ci sono voluti circa quattro-cinque giorni solo per la prima fase. E parliamo di un solo dispositivo. Considerando che ne sono stati sequestrati nove, è evidente che i tempi si allungano”.

Non si tratta solo di quantità, ma anche di complessità tecnica.

“L’estrazione può durare molte ore, in base alla memoria. E non sempre va a buon fine al primo tentativo: può fallire e va ripetuta dall’inizio. Per questo, mediamente, servono tre o quattro giorni per ogni dispositivo”. Un lavoro che difficilmente sarà rapido. E che potrebbe richiedere settimane. Ma anche quando i dati emergono, non è detto che siano risolutivi.

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Uno dei limiti principali è rappresentato dal cosiddetto “cancellato”, cioè tutti quei file e quelle conversazioni eliminati, come succede nella esperienza comune di ogni persona.

“Non sempre si riesce a recuperare ciò che è stato eliminato. Spesso si rileva che qualcosa è stato cancellato, ma non è possibile identificare cosa lo sia stato. E questo, nei telefoni, è ancora più difficile rispetto ai computer”.

D’altra parte la cancellazione dei messaggi e dei file è un dato che va interpretato, perché “oggi sul telefono passa gran parte della nostra vita digitale. Cancellare contenuti è normale, anche per liberare memoria. E molte applicazioni cancellano automaticamente i messaggi dopo un certo periodo. Senza sapere cosa è stato eliminato, il dato ha un valore limitato”.

In alcuni casi si possono ricostruire informazioni indirette, confrontando i dati presenti con eventuali backup. Ma non è una strada sempre percorribile, e neppure il tempo aiuta.

Intanto l’inchiesta va avanti su più fronti: dalla conferma scientifica dell’intossicazione da ricina, arrivata dagli accertamenti tossicologici del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, agli esami istologici in corso al Policlinico di Bari, affidati al medico legale Benedetta Pia De Luca, che ha chiesto una proroga di 30 giorni per completare la relazione.

Sul piano investigativo, la Procura di Larino procede su un doppio binario: duplice omicidio volontario contro ignoti e omicidio colposo nei confronti di cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, ipotesi che man mano acquista sempre meno forza, soprattutto alla luce di una cerchia di sospettati collegati alla famiglia Di Vita sulla quale si concentra ora l’interesse degli investigatori.

Nel frattempo sono stati ascoltati familiari e conoscenti, analizzati gli ultimi giorni di vita delle due donne, approfonditi elementi come la cena del 23 dicembre, il pranzo e il cenone del 24 dicembre, e le flebo praticate a domicilio il 26 dicembre. La casa resta sotto sequestro e non si escludono nuovi sopralluoghi.

Le certezze, però, restano poche. La presenza della ricina è accertata. Ma non è ancora chiaro come e quando sia avvenuta l’esposizione. Ed è proprio qui che i dispositivi sequestrati potrebbero fare la differenza.

“Dentro quei telefoni può esserci una verità che ancora non è emersa”, sintetizza Alfonso. “Magari non c’è nulla. Ma è giusto cercarla lì, perché oggi la vita delle persone passa anche da lì, forse soprattutto da lì”.