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Trattori e proteste per il mega impianto agrivoltaico su 12 ettari. Ma il vero scontro è tra conservare o cambiare rotta

Presidio di Coldiretti lungo la provinciale 40 contro il mega impianto da 6,56 megawatt su 12 ettari. Agricoltori e residenti temono la perdita di terreni di pregio e chiedono alla Regione regole chiare sulle aree idonee. Ma c’è anche chi invita a non chiudere alla transizione energetica e a valutare le ricadute economiche dell’agrivoltaico in un territorio che si spopola.

C’è una linea, sull’asfalto della provinciale 40 tra Campomarino e Portocannone, che oggi divide due idee diverse di futuro. Da una parte i trattori schierati, gli agricoltori della zona che indossano i giubbotti gialli, i contadini e la popolazione che quei campi li conoscono da sempre. Dall’altra un progetto già autorizzato: un impianto agrivoltaico da 6,56 megawatt che occupa 12 ettari di terreno, che ora è al centro di un ricorso al Tar e di una polemica sull’argomento più scottante e controverso del momento: l’energia.

Il presidio oggi organizzato da Coldiretti ha portato sul posto imprenditori agricoli, amministratori e diversi cittadini. Non è stata una protesta improvvisata, ma una mobilitazione costruita attorno all’interrogativo: dove e come collocare gli impianti per la produzione di energia?

“Chiediamo al legislatore regionale di indicare con chiarezza le aree idonee e non idonee”, spiega il vicepresidente regionale di Coldiretti, Adamo Spagnoletti, il quale parlando a nome della categoria dice di non avere un rifiuto aprioristico per rinnovabili, ma di essere contrario alla loro realizzazione su terreni agricoli considerati di prima classe. “Come facciamo a produrre cibo se ci vengono tolte queste terre?”, è la domanda che rilancia.

protesta trattori agrivoltaico

Il punto della questione è duplice. Da un lato la qualità dei suoli: aree irrigue, produttive, su cui negli anni sono stati investiti milioni. Dall’altro l’assenza di una pianificazione chiara. “Qual è la strategia della Regione?”, chiede il direttore Coldiretti Aniello Ascolese, sottolineando anche un altro aspetto che in realtà da sempre ormai accompagna come un ritornello le questioni energetiche: il Molise produce già più energia di quella che consuma.

Sul campo, però, la questione si fa concreta. I terreni interessati appartengono alla famiglia Musacchio e in parte sono già utilizzati per coltivazioni, come la produzione industriale di finocchi. Il progetto prevede una convivenza tra energia e agricoltura: uliveti lungo il fronte strada per ridurre l’impatto visivo, apiari e altre colture nella parte interna. Però sul progetto incombe un grande dubbio, una incognita non secondaria: non è ancora definito chi coltiverà realmente quelle superfici.

È proprio su questo equilibrio, ancora teorico, che si innesta il timore di molti. “Il nostro non è un no alle rinnovabili, ma temiamo l’impatto ambientale e la perdita di suolo agricolo”, è il sentimento raccolto tra i presenti. A preoccupare è anche l’effetto sul mercato dei terreni, con prezzi alterati dall’interesse energetico più che dalla vocazione agricola.

Accanto al fronte del no però c’è anche un’altra lettura, perché c’è chi invita a non fermarsi alla contrapposizione e a guardare all’agrivoltaico come a una possibile integrazione, non a una sottrazione di terra. “L’energia, oggi, è diventata una risorsa strategica e il territorio – dicono alcuni – non può restarne fuori”.

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Il tema è più grande dei 12 ettari tra Campomarino e Portocannone, anche perché – come è emerso durante il presidio – le richieste per nuovi impianti interessano centinaia di ettari tra San Martino in Pensilis, Larino e lo stesso territorio di Campomarino, cuore della protesta di oggi. Numeri che fanno capire perché la discussione sia destinata a crescere.

Il Molise è una delle regioni che perde più abitanti in Italia, con un calo demografico tra i più alti e una natalità tra le più basse. I giovani partono, le campagne si svuotano, le aziende agricole faticano a reggere. In questo contesto, ogni investimento viene letto in modo opposto: da una parte come rischio di consumo di suolo, dall’altra come possibile occasione economica. L’agrivoltaico si inserisce esattamente in questa frattura.

“Difendere la terra è giusto”, è il punto su cui tutti concordano. Ma il significato di quella difesa cambia a seconda dello sguardo. Per alcuni significa preservare integralmente la vocazione agricola. Per altri vuol dire trovare un equilibrio nuovo, capace di tenere insieme produzione, energia e reddito.

Intanto, la decisione passa ai giudici amministrativi. Il Tar dovrà esprimersi sul progetto, e mentre i trattori tornano lentamente a casa la domanda resta aperta: cosa diranno i giudici amministrativi?

“Ma tanto – commenta un agricoltore – non è solo quello il punto. Di impianti così ne arriveranno altri, ci sono un sacco di progetti simili perché oggi l’energia è un bene primario”. E si ripropone la questione che oggi tocca in profondità il Molise: non solo se quell’impianto si farà oppure no, ma quale direzione sceglierà un territorio che oggi si trova a decidere tra conservazione e trasformazione, tra paura e possibilità, tra quello che è stato e quello che potrebbe (o giocoforza dovrà) diventare.