Dal 2003 a oggi, il Biferno senza difese: fondi per gli argini mai utilizzati e una piena che riapre i nodi irrisolti – FOTO D’EPOCA
Dal disastro del 2003 a oggi nulla è cambiato: milioni stanziati per gli argini mai utilizzati e progetti rimasti sulla carta. Tra i progettisti anche l’ingegnere Francesco Roberti, che poi in qualità di presidente della Provincia di Campobasso riuscì a ottenere 2,5 milioni per la progettazione del sistema di sicurezza della diga contro il rischio di esondazione. Ma i lavori non sono stati fatti, non ancora. E oggi il territorio affronta ancora lo stesso rischio
C’è un filo diretto, concreto e niente affatto rassicurante, che lega quello che sta accadendo oggi nel Basso Molise all’alluvione del 25 gennaio 2003. Non è solo una somiglianza meteorologica, né un semplice ritorno ciclico del maltempo. È qualcosa di più profondo: è la sensazione che, dopo oltre vent’anni, il territorio si trovi ancora esposto agli stessi identici rischi, con le stesse fragilità mai risolte.
Nel 2003 tre giorni di pioggia incessante saturarono il bacino del Biferno e portarono l’invaso del Liscione a livelli critici.
La decisione di aumentare gli scarichi, necessaria per salvaguardare la diga, si sommò a una piena già in atto e generò un’onda che travolse tutta la valle fino al mare. Il fiume esondò in più punti, sommerse campagne, aziende, strade e intere aree urbane. A Termoli l’acqua invase il nucleo industriale e lo stabilimento Fiat, con operai costretti a rifugiarsi sui tetti e una produzione ferma per settimane. La ferrovia e le principali arterie si trasformarono in barriere, creando un effetto “catino” che fece salire l’acqua fino a cinque metri in alcune zone. I danni furono enormi, nell’ordine di un miliardo di euro.
Ma quella tragedia non è solo memoria. È anche il punto da cui partire per capire ciò che non è stato fatto. Perché già allora emerse con chiarezza il problema strutturale: gli argini del Biferno non erano in grado di reggere portate elevate. Una criticità nota, documentata, affrontata – almeno sulla carta – con finanziamenti e progetti che però non hanno mai trovato una concreta realizzazione.
Già nel 2006 (con la Giunta di Michele Iorio) e poi nel 2009 vennero stanziate risorse importanti – circa 15 milioni di euro – per la messa in sicurezza idraulica del tratto terminale del fiume, tra la diga e la foce. Un intervento considerato strategico non solo per la sicurezza del territorio, ma anche per lo sviluppo industriale dell’area. Quei fondi, come è stato più volte denunciato negli anni, sono rimasti sostanzialmente inutilizzati, bloccati tra passaggi burocratici, cambi di competenze e rinvii continui.
Il tema della messa in sicurezza del sistema Liscione-Biferno incrocia anche il percorso professionale e istituzionale dell’ingegnere Francesco Roberti. Nella fase iniziale fu infatti tra i progettisti degli interventi sugli argini del fiume, previsti dopo l’alluvione del 2003 ma mai concretamente realizzati, al punto che gli stessi progettisti non arrivarono neppure a essere remunerati.
Negli anni successivi, durante il mandato da presidente della Provincia di Campobasso, Roberti riuscì a ottenere dal Ministero circa 2,5 milioni di euro destinati alla progettazione esecutiva di un intervento più ampio, che unificava precedenti finanziamenti – tra cui i 15 milioni stanziati già nel 2009 – in un piano complessivo da oltre 30 milioni di euro. Tra le soluzioni tecniche previste figurava anche la realizzazione di una cosiddetta “valvola a sfioro”, un’infrastruttura pensata per regolare in modo più controllato i livelli dell’invaso, evitando il ricorso a manovre emergenziali come quelle che nel 2003 contribuirono alla piena.
Resta però il nodo delle opere mai avviate. Gli interventi sugli argini, individuati già nell’immediatezza dell’alluvione come prioritari dopo i cedimenti registrati lungo il Biferno, non sono mai stati portati a compimento. I finanziamenti iniziali, nel tempo, si sono dispersi tra riprogrammazioni, passaggi amministrativi e cambi di competenze, lasciando di fatto irrisolta una delle principali vulnerabilità idrauliche del territorio.
Negli anni il progetto è stato ripreso, rimodulato, annunciato più volte come imminente. È stato inserito nei patti istituzionali, rilanciato politicamente, aggiornato, ma le opere sono in attesa di essere realizzate.
Eppure quella del 2003 fu l’alluvione più devastante della storia recente del Molise. E per capire perché la diga continui a far paura bisogna tornare a quei giorni, quando l’invaso del Liscione arrivò a una soglia critica e fu necessario aprire le paratie per alleggerire la pressione sulla diga.
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La manovra, sommata alla piena già in atto, generò un’onda eccezionale che scese lungo tutta la valle fino alla costa. Il Biferno esondò in più punti e l’acqua invase l’intera piana, trasformando il territorio in un unico fronte allagato. Furono colpiti Termoli, Campomarino e l’intero basso corso del fiume, con danni diffusi e immediati. E’ lo stesso territorio oggi in sofferenza, dove si registrano evacuazioni e piani ‘straordinari’ per la messa in sicurezza delle persone.
A Termoli la situazione più grave si registrò nella zona di Rio Vivo e nel nucleo industriale, dove l’acqua raggiunse livelli molto elevati. Lo stabilimento Fiat venne completamente invaso: gli operai presenti si rifugiarono sui tetti mentre la produzione si fermò per settimane, con ripercussioni pesanti sull’economia locale.
L’impatto sull’agricoltura fu altrettanto drammatico. Campi sommersi, raccolti distrutti e allevamenti colpiti segnarono un colpo durissimo per l’intera area. L’acqua cancellò in poche ore confini e tracciati, sommergendo strade, terreni e canali.
Anche le infrastrutture andarono in crisi. L’autostrada A14, la statale 16 e diversi collegamenti locali furono interrotti, così come la linea ferroviaria adriatica. Il territorio rimase isolato, con difficoltà anche per i soccorsi.
Certo, non ci furono vittime, ma centinaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case. I danni complessivi furono stimati intorno al miliardo di euro, tra industria, agricoltura e infrastrutture.
Dopo l’alluvione si aprì un lungo confronto sulla gestione della diga e sulle modalità di rilascio dell’acqua. Furono avviate indagini per accertare eventuali responsabilità, concluse senza condanne, ma il dibattito su prevenzione e sicurezza non si è mai spento.
È da quella giornata che nasce la preoccupazione che accompagna ogni nuova piena del Biferno. Perché quando l’invaso cresce e le paratie entrano in gioco, il ricordo del 2003 torna immediatamente a pesare su ogni decisione.
Oggi, mentre il Molise è in pieno scenario 4 e la diga del Liscione scarica centinaia di metri cubi al secondo (oltre 500, compatibilmente con uno scenario classificato come 4, il più grave, per la portata del Biferno) per evitare il peggio, quella storia torna con forza. Non come un ricordo lontano, ma come una responsabilità ancora aperta.
A raccontare la dimensione reale di quei giorni è anche il ricordo diretto di Gianfranco Vitagliano, allora assessore regionale, braccio destro di Iorio, che descrive un territorio già in allarme prima ancora che l’emergenza esplodesse. “Pioveva da giorni e il livello dell’invaso preoccupava”, ricorda, con le prime telefonate che segnalavano l’aumento degli scarichi e il rischio concreto di esondazione. Nelle ore successive la situazione precipitò: lo scarico della diga superò complessivamente gli 850 metri cubi al secondo, a cui si aggiunsero le acque superficiali dei terreni e del torrente Cigno. Il Biferno non resse. Gli argini cedettero nei tratti più fragili e l’acqua invase l’intera area industriale e agricola fino alla costa. “Era chiaro che il problema erano proprio gli argini”, è la sintesi di una testimonianza che oggi torna centrale, perché individua con precisione il nodo mai risolto: la fragilità strutturale del sistema di difesa del fiume.
Perché se è vero che la natura segue i suoi cicli, è altrettanto vero che la prevenzione – quando c’è – può fare la differenza. E qui, nel Basso Molise, quella differenza non è mai stata costruita.












