Logo
Ascoltati in Questura padre e figlia come persone informate. Attesa per la conferma dell’avvelenamento da ricina

Gianni Di Vita e la figlia maggiore Alice, sopravvissuto alla tragedia di Natale che ha causato la morte tramite ricina della madre e della figlia minore, sentiti come persone informate sui fatti negli uffici della Questura di Campobasso. La Procura di Larino frena sull’ipotesi di omicidio: “Nessuna conclusione senza i risultati definitivi”. Il caso resta aperto in attesa degli esami tossicologici.

Padre e figlia ascoltati in Questura, mentre l’inchiesta sull’avvelenamento di Pietracatella resta sospesa tra ipotesi e verifiche scientifiche ancora in corso. Nella giornata di oggi, 9 aprile, Gianni Di Vita e la figlia maggiore Alice sono stati sentiti negli uffici della Questura di Campobasso come persone informate sui fatti nell’ambito dell’indagine sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli. Le indagini operative sono coordinate dal capo della Mobile Marco Graziano.

questura volanti polizia

Secondo quanto si apprende da fonti investigative, padre e figlia sono entrati da un ingresso secondario per evitare giornalisti e sfuggire alla pressione mediatica – anche e soprattutto da parte di organi di informazione nazionali a caccia di qualche scoop – che in questa fase così difficile e delicata rischierebbe di creare danni ulteriori alla famiglia . Il loro ascolto – che si è protratto per 10 ore, terminando solo in serata – è ritenuto un passaggio importante per ricostruire con precisione quanto accaduto nei giorni precedenti al malore, in particolare per chiarire eventuali elementi legati ai pasti e alle bevande consumati in ambito domestico.

L’attività degli investigatori si inserisce nella normale ricostruzione dei fatti e nella raccolta di tutte le informazioni utili a definire il quadro della vicenda.

casa pietracatella sotto sequestro

L’inchiesta, ora in capo alla Procura della Repubblica di Larino per competenza territoriale, resta aperta e senza una verità definitiva. La procuratrice capo Elvira Antonelli, contattata, invita alla cautela e non si sbilancia sulle ipotesi investigative: il fascicolo aperto è unico e non esistono procedimenti paralleli tra Campobasso e Larino.

Soprattutto, spiega, ogni valutazione sarà possibile solo dopo l’arrivo dei risultati completi degli esami tossicologici, attesi entro la fine di aprile. Esami che dovranno confermare o meno la presenza di ricina, emersa in uno dei test effettuati dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia e ora oggetto di ulteriori verifiche.

Il caso, che ha sconvolto Pietracatella e l’intero Molise, è al momento ancora un mistero.

Nei giorni immediatamente precedenti al Natale, l’attenzione degli inquirenti si era concentrata sui pasti consumati tra il 22 e il 23 dicembre nell’abitazione della famiglia. In casa erano presenti Gianni Di Vita, la moglie Antonella e la figlia minore Sara. La figlia maggiore Alice non partecipò a quei pasti e non ha mai manifestato sintomi, un elemento che fin dall’inizio ha rappresentato un punto fermo della ricostruzione.

Tra il 24 e il 26 dicembre madre e figlia si erano rivolte più volte al pronto soccorso del Cardarelli accusando malori sempre più gravi. Dopo iniziali dimissioni, il quadro clinico era precipitato fino al decesso, avvenuto a poche ore di distanza.

Anche il padre era stato colpito da una sintomatologia significativa ed era stato ricoverato prima a Campobasso e poi trasferito allo Spallanzani di Roma, dove si è ristabilito. Gli esami effettuati su di lui non avevano fornito indicazioni utili a chiarire l’origine dell’intossicazione.

L’autopsia, eseguita il 31 dicembre, non aveva fornito risposte immediate. Da allora l’indagine si è spostata nei laboratori, tra accertamenti tossicologici e biologici condotti in più centri specializzati, in Italia e all’estero, con l’esclusione progressiva delle ipotesi più comuni come botulino, funghi velenosi e sostanze chimiche note. L’unica cosa emersa, nel corso dei test del centro antiveleno, è stata la positività alla ricina (veleno che si ricava dai semi della pianta del ricino) nel sangue delle due donne e in un capello della madre.

L’ascolto di oggi rappresenta un ulteriore tassello in un’indagine complessa, che procede con cautela e senza scorciatoie, in attesa di quei risultati scientifici che potranno finalmente dare un nome a ciò che ha causato la morte di Sara e Antonella.