Abruzzo e Molise insieme, è tempo di ricostruire un ponte, una comunità, una storia comune
Il ponte si è spezzato. E l’acqua scorre sotto i piloni tumultuosa, color rabbia. Due metà di asfalto si tendono una verso l’altra, ma non si toccano più. Il 2 aprile del 2026 alle nove del mattino il ponte sul fiume Trigno, quello che unisce San Salvo e Montenero di Bisaccia, che univa l’Abruzzo e il Molise, è crollato. La struttura ha ceduto. Ha ceduto la promessa che si erano fatte due Regioni 63 anni fa.
Quel ponte di cemento e acciaio era il filo reale e immaginifico che teneva uniti due popoli fratelli, due storie che hanno la medesima memoria, gli stessi monti, lo stesso mare Adriatico come orizzonte. E che pure hanno deciso di separarsi istituzionalmente, convinti di poter vivere meglio ognuno per sé. Ciò non ha impedito che i molisani e gli abruzzesi percorressero quel ponte incessantemente avanti e indietro. Lo hanno percorso le madri per portare i figli da un medico o a praticare lo sport preferito o a trovare un amico o un amore dall’altro versante del fiume. Lo hanno percorso gli operai per raggiungere ogni mattina la fabbrica che dà loro lavoro nella regione vicina. Lo hanno percorso le famiglie per tornare a casa a Natale dai parenti più cari. Dopo il crollo oggi le nostre comunità stanno comparendo in modo reale cosa significhi essere divise.
Il ponte è venuto giù. Ora è il momento della rabbia. Di chi è la colpa? Del cambiamento climatico, dell’imperizia dell’uomo, dell’incuria nella gestione del territorio di chi è chiamato a difenderlo? La giustizia farà il suo corso. Fra vent’anni, quando sarà emessa la sentenza definitiva dei processi che saranno celebrati per fare giustizia, ci saremo dimenticati di questa urgenza che oggi preme così intensamente nelle nostre coscienze per conoscere la verità. Del resto vent’anni di inerzia sono già passati da quando nel 2003 altri giorni di pioggia incessante saturarono il bacino del Biferno. Anche allora l’invaso del Liscione raggiunse livelli critici, fu necessario aprire le paratie e un’onda travolse tutta la valle fino al mare. A Termoli, l’acqua invase il nucleo industriale, gli operai si rifugiarono sui tetti e la produzione rimase ferma per settimane. I danni complessivi allora furono stimati intorno a un miliardo di euro.
Nel 2006 e nel 2009 vennero stanziate ingenti risorse per la messa in sicurezza idraulica del tratto terminale del Biferno tra la diga e la foce. Quei fondi sono rimasti sostanzialmente inutilizzati, bloccati tra passaggi burocratici, cambi di competenze e rinvii continui. Ventitré anni dopo e nonostante lo stanziamento di fondi riviviamo le medesime scene, prigionieri delle medesime condizioni di fragilità. La lezione del passato non ha insegnato nulla. La prevenzione non ha trovato asilo nei provvedimenti di chi ci ha governati. Di chi ci governa.
Mi ostino ad amare questa terra, ma posso farlo solo ad occhi aperti. Ho i chiari i numeri della demografia, dell’economia, della società, delle carenze dei servizi pubblici. Dell’impotenza della classe politica. E dell’elettorato molisano, privato lustro dopo lustro della speranza di un cambiamento reale e possibile. Numeri che dicono che il Molise presto perderà la sua autonomia regionale. Non è un’iperbole. Basta avere il coraggio di guardare l’orizzonte del futuro con il binocolo della previsione statistica: le proiezioni demografiche, economiche, istituzionali sono inequivocabili. Il Molise ha perso abitanti per decenni. I giovani sono partiti. I laureati non tornano. La sanità pubblica, commissariata da anni, è al collasso, schiava di interessi privati che non le consentono di riemergere dalle sabbie mobili del deficit. I fondi, quelli che dovevano proteggere gli argini dei fiumi, come altri fondi per tante altre emergenze, restano in qualche cassetto, in qualche ufficio, in qualche passaggio burocratico che nessuno ha la volontà o la capacità di sbloccare.
La conquista dell’autonomia oggi lo possiamo certificare: è stata una promessa tradita. Consumata dall’inerzia di una classe politica impegnata in altro. Sempre indaffarata per prima cosa a difendere la propria auto-conservazione. Spesso, purtroppo, costretta a difendere se stessa dalle accuse della magistratura. Anche l’attuale presidente di Regione, come il presidente di allora e oggi assessore Michele Iorio, che gestì il post-alluvione del 2003, è indagato. L’accusa è corruzione nell’ambito di un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso. Egli, fino a prova contraria, è innocente, come vuole la legge, come vuole la civiltà. E aspetteremo il corso della giustizia con il rispetto che ogni indagato o imputato merita. Ma la questione dopo questi giorni di dramma collettivo, ancora in modo più evidente, non è giudiziaria. È politica. Come può una Regione che affronta la propria sopravvivenza istituzionale e il dramma di un evento che l’ha messa in ginocchio, essere guidata da una classe dirigente il cui leader deve rispondere delle proprie azioni da amministratore davanti a un giudice? Come può una comunità che ha bisogno di rialzarsi fare affidamento in chi deve prima di tutto proteggere se stesso dalle accuse della magistratura?
Anche a Roma la destra al potere, dopo la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, ha compreso che le situazioni giudiziarie di alcuni suoi esponenti erano indifendibili e non potevano più reggere l’urto dell’indignazione popolare. Non occorre una sentenza definitiva di colpevolezza per suggerire la necessità di un passo di lato a chi si trova costretto a dividere il proprio tempo fra il governare e il doversi difendere da accuse così penalmente rilevanti. Gli italiani hanno detto al governo di destra che il conflitto tra il dovere di governare e il diritto di difendersi non è più accettabile. Gli italiani hanno preteso che la politica eserciti il dovere della decenza. Una pretesa civica. Una pretesa democratica. La pretesa di essere governati da chi ha testa e mani libere. Libere per costruire il futuro di tutti, non impegnate a difendere la propria libertà.
Il Molise merita una classe politica libera, perché ora è il momento delle scelte. Il Molise si trova davanti a un bivio che si presenta poche volte nella storia di un popolo. Possiamo subire la fine dell’autonomia. Schiacciati dal peso di un fallimento istituzionale, certificato da commissari liquidatori che un giorno molto vicino arriveranno da Roma e archivieranno la nostra storia. Oppure possiamo decidere di governare questo processo. Possiamo aspettare che qualcuno in un ufficio della Capitale decida cosa fare della nostra terra. Oppure possiamo essere noi, noi cittadini, sindaci, imprenditori, lavoratori, giovani rimasti qui, giovani partiti ma che non hanno smesso di sognare il ritorno, a tracciare la nuova rotta verso il futuro. La storia non perdona chi lascia che le cose accadano. La storia premia chi ha il coraggio delle scelte. Abbiamo per troppo tempo demandato ad altri la responsabilità del futuro del Molise. In cambio abbiamo ottenuto la sua dissoluzione, la perdita del diritto di essere curati, di viaggiare in sicurezza, di essere formati con qualità, di avere opportunità concrete di occupazione basate sul merito. Ora chiediamoci cosa siamo disposti a fare. Non per il Molise come entità astratta, ma per le persone che abitano questa terra e decidono ogni giorno di non abbandonarla. Se siamo disposti a restare, siamo chiamati anche a pretendere l’inizio di una storia diversa, che chiuda questa parentesi lunga 63 anni.
Il ponte sul Trigno è crollato. Va ricostruito, presto e bene. Ma prima ancora, va ricostruito il patto tra questa comunità e chi la governa. La “Questione Molise” ha scenari chiari: possiamo perseverare nella ostinata volontà di essere autonomi; impegnarci per la rapida riunificazione con l’Abruzzo; attendere l’istituzione delle macro-regioni; procedere con i referendum comunali di aggregazione dei paesi di confine con le regioni limitrofe. Tutto è sul tavolo a disposizione delle istituzioni, dei cittadini e delle comunità per una valutazione e una scelta. La classe dirigente che anima questa Regione ha la responsabilità esistenziale di immaginare ora, non quando sarà troppo tardi, un futuro nuovo e sostenibile per i cittadini che oggi si definiscono molisani. Deve essere la nostra comunità, con la sua storia, con la sua identità, con la sua dignità a scegliere il proprio futuro. Se non lo faremo noi lo farà l’inerzia istituzionale. L’incapacità politica. La difesa delle priorità personali che prevaricano gli interessi collettivi.
È tempo di ricostruire un ponte nuovo che ci conduca dall’agonia di questo presente alla speranza di un futuro che mantenga la promessa di 63 anni fa: vivere meglio, diffondere il benessere, abbattere le diseguaglianze. Ricostruiamo un ponte su un fiume e allo stesso tempo ricostruiamo un ponte di fiducia reciproca fra popolo e istituzioni.
C’è una strada che si interrompe sul nulla. Le acque sono in tumulto. Sul ponte sospeso, lontani ma presenti, alcuni uomini in giubbotto catarifrangente hanno il dovere di prendere decisioni. Urgenti. Ora è il tempo di scegliere una classe dirigente capace di comprendere la gravità delle sfide, vicine e internazionali, che dobbiamo affrontare. Pronta a prendere scelte coraggiose. Impopolari, se necessario, ma indispensabili per garantire un futuro, non ad un’entità astratta, ma alle vite reali di chi abita questa terra che chiamiamo Molise


