Caso Pietracatella
|Ricina trovata nel sangue di madre e figlia: “Letale anche in piccole dosi”. Cos’è e come uccide la potente tossina
Una tossina difficile da trovare, per la quale non c’è un antidoto e che lascia pochissime tracce: la potente ricina, diventata popolare per la serie televisiva americana Breaking Bad, è la sostanza che ha portato alla morte Sara di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi. Capire come è entrata nel loro organismo e per quale ragione è ciò che resta ancora senza risposta.
Non è stata l’autopsia, non ancora depositata, a spiegare la morte di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi, ma le indagini condotte in laboratorio. La ricina, la potentissima tossina senza antidoto che ha ucciso madre e figlia di Pietracatella, è stata ritrovata nei campioni di sangue di entrambe esaminati dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia (e da un istituto svizzero). Tracce anche in un capello della donna cinquantenne spirata il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso, a poche ore di distanza dal decesso di sua figlia quindicenne.
A tre mesi da quella tragedia, che oggi si sospetta sia stata causata da una mano umana, la lunga e articolata fase di indagine condotta tra provette, vetrini e reagenti, ha ‘parlato’: le due donne sono decedute per avvelenamento.
Ma che cos’è la ricina e in che modo può uccidere un essere umano?
La ricina è una tossina naturale altamente potente contenuta nei semi della Ricinus communis, una specie diffusa anche in Italia come pianta ornamentale dai frutti rossi e spinosi.
Può causare la morte cellulare bloccando l’attività di sintesi proteica dei ribosomi.
Proprio per la sua pericolosità la ricina non è una sostanza facilmente reperibile in forma pura. È soggetta a forti limitazioni e non viene venduta liberamente, anziha dei palatti assolutamenti stringenti ed è illegale ovunque. L’accesso è confinato a contesti altamente regolamentati, come laboratori di ricerca autorizzati, oppure a circuiti illegali complessi e organizzati.
“La ricina è letale già a bassissime dosi. Si estrae dai semi della pianta di ricino e la procedura di estrazione può avvenire pestando i semi con un mortaio. Non è un’operazione semplice da effettuare, ma per le istruzioni basta consultare il web o interrogare l’intelligenza artificiale”. Questo ha detto a LaPresse il tossicologo forense dottor Enrico Maria Pagnotta.
Dai suoi semi si può ricavare olio di ricino che con diverse tecniche (estrazione a freddo o bollitura) può essere prodotto anche in casa ed è indicato principalmente per uso cosmetico (capelli, ciglia, sopracciglia) o come forte lassativo. Si tratta di processi che richiedono molta cura e attenzione per certificare l’assenza di tossine.
Una possibilità per procurarsela è quella del dark web che generalmente compare spesso quando si parla di sostanze rare o pericolose, ma nel caso della ricina questa pista è considerata poco probabile nella pratica. In teoria non si può escludere, ma nella maggior parte dei casi non rappresenta la via più plausibile. La via più semplice resta quella dei semi di ricino che, come dicevamo, sono facilmente reperibili e contengono naturalmente la tossina.
L’ingestione dei semi può provocare avvelenamento, soprattutto quando vengono masticati o frantumati, perché in questo modo la sostanza interna è più facilmente assorbita dall’organismo. Anche la quantità ingerita e le condizioni della persona incidono in modo determinante sugli effetti.
In linea teorica, anche la triturazione dei semi e la loro dispersione in altre sostanze può aumentare il rischio rispetto al consumo del seme intero. Si tratta però di un meccanismo non lineare: la quantità di tossina varia, la sostanza può degradarsi e gli effetti risultano difficilmente prevedibili.
L’avvelenamento da ricina si manifesta con sintomi che variano in base alla modalità di esposizione. In caso di ingestione si osservano disturbi gastrointestinali anche severi, con vomito e diarrea, che possono portare a disidratazione e a danni a organi come fegato e reni.
La gravità dipende dalla dose e dalle condizioni individuali.

A rendere popolare la ricina negli ultimi anni è stata la serie tv americana Breaking Bad che racconta la storia di Walter White, un insegnante di chimica che si ammala di cancro e finisce per produrre metanfetamine per guadagnare soldi da lasciare alla sua famiglia. L’attività lo coinvolge al punto da trasformarlo anche in un omicida: decide di sbarazzarsi della concorrenza ricorrendo proprio a questo veleno.
Terroristi islamici e Kgb hanno fatto ricorso alla potente tossina: è nel 1978 che viene fuori il primo caso noto di avvelenamento da ricina usata dal servizi segreti russi per uccidere un oppositore al regime sovietico (un giornalista bulgaro). Ed è invece un caso più recente (2019) quello di quattro ragazzi di Torino che hanno tentato di uccidere rivali in amore ispirati proprio da Breaking bad.
Il caso di Pietracatella, invece, per ora resta ancora avvolto nel mistero: non si sa in che modo la ricina sia entrata nell’organismo di madre e figlia portandole al collasso multiorgano che ne ha decretato la fine tra il 27 e il 28 dicembre del 2025.
Gli inquirenti e gli investigatori, che hanno il quadro più completo anche delle diverse risultanze investigative, propenderebbero per l’omicidio volontario premeditato senza escludere neppure l’ambito familiare. Ciò non significa, necessariamente, che abbiano fondati sospetti su parenti prossimi di Sara e Antonella (tanto che, al momento, il nuovo fascicolo aperto è contro ignoti), ma che quel campo va necessariamente incluso proprio per la tipologia di morte di cui si sta parlando.
Bisogna ricordare che la famiglia Di Vita al completo ha pranzato e cenato alla vigilia di Natale con diverse persone. Nessuno di loro, oltre a padre, madre e figlia minore ha accusato malori. Se la data del 24 dicembre poteva sembrare troppo ravvicinata per una tossinfezione alimentare che ha manifestato i suoi sintomi gravi dal 25 dicembre, (data del primo accesso in ospedale) oggi, alla luce della novità sulla causa del decesso, non è più cosi: la ricina, infatti, se inalata, iniettata o ingerita, anche in una piccola quantità, può uccidere una persona in 36-48 ore.


