Verso il Festival del Sarà
|Energia alle stelle e stipendi fermi: perché la guerra in Medio Oriente può costare cara all’Italia
Il petrolio iraniano come leva geopolitica, l’Europa costretta a comprare gas dall’estero. Spina: “Rischio nuova fiammata dei prezzi”. Barone: “È lo scontro per l’egemonia mondiale”. E l’Italia parte già svantaggiata.
L’escalation in Medio Oriente può tradursi in un nuovo shock energetico per l’Europa. Paolo Spina avverte: “Rischio fiammata dei prezzi e perdita di potere d’acquisto per le famiglie”. Antonello Barone legge il conflitto dentro la sfida Usa-Cina per l’egemonia mondiale. L’Italia, già penalizzata dai costi dell’energia, potrebbe subire un contraccolpo pesante su crescita ed export.
Non è solo una guerra regionale. È una partita globale che passa dall’energia, dall’inflazione e dagli equilibri di potere. L’escalation tra Israele e Iran, con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, rischia di riaprire per l’Europa una stagione già vissuta 4 anni fa con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: quella dello shock energetico e della fiammata dei prezzi. A lanciare l’allarme è Paolo Spina, presidente della Camera di commercio del Molise, intervenuto a margine della presentazione romana del Festival del Sarà.
“Ci ritroviamo come anni fa”, osserva Spina. Allora fu il gas russo a far esplodere bollette e inflazione. Oggi al centro c’è il petrolio. L’Iran è il quarto produttore mondiale di greggio e, secondo l’analisi di Spina, la leva energetica potrebbe diventare lo strumento principale per rafforzare la propria posizione negoziale. “L’unica arma di sopravvivenza dell’Iran è colpire i settori petroliferi e industriali del Medio Oriente per far salire il prezzo del petrolio e avere maggiore forza contrattuale nei confronti dell’Occidente”.
Il rischio per l’Europa è diretto. “Noi europei non possiamo produrre gas, siamo costretti a comprarlo. Aumentando petrolio e gas finiamo per fare gli interessi degli americani, a spese nostre”, afferma Spina. Una nuova impennata dell’energia significherebbe inflazione e perdita di potere d’acquisto, soprattutto per le famiglie a reddito fisso. “Se l’inflazione schizza al 7, all’8 o al 15 per cento, in trent’anni hai eroso fino al 25 per cento del potere d’acquisto”.
La lettura economica si intreccia con quella geopolitica. Per Antonello Barone, organizzatore del Festival del Sarà ed esperto di analisi politica, il conflitto va inserito dentro “lo scenario della perdita di potere imperiale degli Stati Uniti”, impegnati a riequilibrare la competizione con la Cina. Venezuela e Iran – fornitori strategici rispettivamente per Russia e Pechino – diventano così pedine di un confronto più ampio, con l’obiettivo di evitare che la Cina diventi l’egemone mondiale entro il 2050.
Non è solo una questione di leader o di singole decisioni. “È un sistema che cerca di mantenere il proprio potere”, spiega Barone, evidenziando come l’Europa appaia oggi priva di una linea strategica autonoma. Dopo ottant’anni di pace e welfare consolidato, il continente fatica a immaginare uno scenario bellico e a dotarsi di una visione comune.

Per l’Italia le conseguenze potrebbero essere pesanti. Il Paese sconta già un costo dell’energia superiore rispetto a molti competitor e basa la propria forza sulla capacità esportatrice. Un aumento strutturale dei prezzi energetici inciderebbe su produzione, logistica e competitività. “Non ci aspettano mesi semplici”, conclude Barone. E spina rincara: “Non ci aspettano anni semplici”.
La guerra, d’altronde, non si combatte solo con le armi. Si combatte sul prezzo del petrolio, sulle rotte energetiche, sulla capacità di reggere l’urto inflattivo. E in questo scenario l’Europa, e l’Italia in particolare, rischiano di trovarsi nel punto più vulnerabile.


