Tra marzo e maggio chiuderanno un punto nascita e un’emodinamica. Isernia-Termoli, è guerra tra poveri
Il POS 2026-2028 fissa scadenze e criteri: entro marzo la chiusura di un punto nascita, entro maggio la scelta su una emodinamica. Il sindaco di Isernia, in tenda da due mesi, parla di “alibi costruiti ad arte” e denuncia il rischio di uno “scippo programmato”. Da Termoli, finora, nessuna presa di posizione del sindaco Nico Balice.
Non ci sono proroghe, né formule che ci girano attorno. Il piano operativo 2026-2028 approvato dai commissari alla sanità Bonamico e Di Giacomo scrive nero su bianco che la sanità pubblica molisana perderà un punto nascita e un laboratorio di emodinamica. La prima scadenza è il 15 marzo, la seconda il 31 maggio. In entrambi i casi la scelta è tra Isernia e Termoli.
Per i punti nascita il documento parla di “adozione del documento di riordino della rete con il supporto di Agenas” e di chiusura di “almeno uno dei due punti nascita substandard”. Il parametro è noto: 500 parti annui. Nel 2025 l’ospedale San Timoteo di Termoli ha registrato 351 nati, con un incremento del 42% rispetto all’anno precedente, ma ancora lontano dalla soglia. A Isernia, al Veneziale, i parti sono stati 234, in calo del 18% rispetto al 2024. Anche qui numeri sotto standard, nonostante in passato fosse stata concessa una deroga.
Il secondo capitolo riguarda l’emodinamica. Anche in questo caso i dati sono inferiori ai parametri ministeriali di 250 angioplastiche coronariche l’anno: 174 al Veneziale, 107 al San Timoteo. Isernia resta comunque la seconda realtà molisana per numero di interventi, pur contando su un numero limitato di emodinamisti. Sotto soglia anche l’indicatore relativo all’angioplastica eseguita entro 90 minuti dall’accesso – standard fissato al 60% – con percentuali del 38% a Isernia e del 30% a Termoli. Numeri che si intrecciano con un altro dato strutturale: i medici del 118 sono meno di un terzo rispetto ai 96 previsti, in un territorio segnato da viabilità difficile e distanze complesse.
Il risultato è un meccanismo che, in assenza di un intervento politico diverso, porterà comunque a un taglio per ciascun presidio. Due ospedali Spoke messi di fronte a una scelta che rischia di trasformarsi in un confronto tra territori già fragili, mentre l’unico hub regionale resta il Cardarelli di Campobasso.
È dentro questo scenario che la reazione politica, in provincia di Isernia, si è già trasformata in una linea di trincea. Piero Castrataro, che da due mesi dorme in tenda davanti all’ospedale Veneziale per tenere accesi i riflettori sulla crisi della sanità pubblica, legge il Piano e parla di “battaglia di trasparenza” contro tagli “basati su omissioni, alibi costruiti ad arte e ritardi gestionali”. Il sindaco respinge in anticipo l’idea che la chiusura possa essere giustificata da numeri “deboli” prodotti da disfunzioni amministrative: nel mirino finisce soprattutto l’emodinamica, rimasta inattiva dall’8 dicembre perché l’angiografo previsto da mesi non è ancora entrato in funzione. “È inaccettabile che una inefficienza amministrativa venga usata come grimaldello per lo smantellamento di un’eccellenza”, scrive, sostenendo che Isernia “vanta maggiori volumi di attività e un inferiore tasso di mortalità”, serve un’area di circa 80 mila abitanti e rappresenta un riferimento anche per pazienti da fuori regione.
Sul punto nascita il sindaco ricorda un passaggio che, nella dinamica tra territori, pesa: il Tavolo tecnico romano, sottolinea, aveva indicato il Veneziale come presidio oggetto di deroga, quindi da salvaguardare. E anche qui l’allarme è lo stesso: “Non accetteremo statistiche al ribasso”, soprattutto se – sostiene – il calo dei numeri è “frutto di palesi azioni di potenziamento adottate negli ultimi mesi in favore di un ospedale e a discapito di un altro”. Castrataro insiste sul punto politico: non è una guerra tra territori, ma una richiesta di programmazione “basata su dati oggettivi” e non su scelte già scritte.
Nel suo intervento entra anche Agnone: il declassamento del Caracciolo a ospedale di comunità viene definito “un colpo mortale” per le aree di montagna, l’ennesimo segnale – nella lettura del sindaco – di una sanità che arretra proprio dove le distanze e la viabilità rendono l’emergenza-urgenza una questione di minuti. “La salute dei cittadini della provincia di Isernia non è una variabile d’aggiustamento contabile”, scrive, e denuncia quello che definisce uno “scippo programmato”: togliere ossigeno ai reparti e poi dichiararne il “decesso clinico” per giustificare il taglio.
Se a Isernia la posizione è ormai esplicita e combattiva, sul fronte bassomolisano la scena politica resta, per ora, vuota. Il sindaco di Termoli Nico Balice – espressione dello stesso centrodestra che governa la Regione – non si è ancora pronunciato pubblicamente sui due dossier più delicati che chiamano in causa direttamente il San Timoteo: punto nascita ed emodinamica. Un silenzio che, nel momento in cui il Piano impone scadenze e mette i due ospedali spoke l’uno contro l’altro, diventa esso stesso un dato politico.
In questo quadro, la “guerra tra poveri” evocata da Castrataro non è soltanto un rischio retorico ma la conseguenza naturale di un Piano che chiede di scegliere dove tagliare, mentre la domanda che resta sullo sfondo è sempre la stessa: quale sanità pubblica possa reggere in Molise, dopo vent’anni di piano di rientro, con personale insufficiente e servizi tempo-dipendenti appesi a deroghe e numeri che – in una regione piccola e dispersa – rischiano di essere una trappola più che un parametro di qualità.


