Termoli - L'INTERVISTA
|L’amore si può insegnare. Il metodo “geniale” di Ornella Marigliano, psicologa, sessuologa e teologa: “Non è istinto, è una competenza”
Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa e oggi anche teologa, Ornella Marigliano racconta perché l’amore non è solo sentimento ma una competenza che si può apprendere. Dallo studio clinico alla riflessione spirituale, un metodo che unisce mente, corpo e dimensione interiore. Il 14 febbraio l’incontro pubblico alla Mondadori di Termoli.
Ornella Marigliano possiede quella capacità rara di tenere insieme rigore professionale ed emozione, senza che una mangi l’altra. Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa. Da sempre, l’amore è la sua “fissazione”, nel senso più alto e meno sentimentale del termine: non come parola romantica, ma come forza che attraversa le relazioni, le crisi, i fallimenti, le rinascite. Da anni lo studia, lo osserva, lo ascolta nei racconti delle persone che entrano nel suo studio. E oggi, a questo percorso, si è aggiunto un tassello che sorprende molti, ma che per lei appare come un passaggio naturale. È diventata anche teologa. Lo dice con semplicità, quasi fosse la cosa più normale del mondo.
Hai preso una laurea in teologia?
“Eh sì. È successo come un’illuminazione. Un giorno mi sono svegliata con una domanda fortissima dentro: ho troppe domande, devo studiare Gesù, perché lì, secondo me, troverò delle risposte. Diciamo che non è stata una decisione razionale, piuttosto una chiamata interiore, così forte da non lasciarmi dormire bene la notte. Ne ho parlato con le amiche più intime. Mi dicevano: guarda che la Chiesa organizza corsi di uno o due anni, puoi approfondire lì. Ma io sentivo che non mi bastava. Volevo qualcosa di più strutturato e ho cominciato a pensare all’Università di Teologia, a un percorso di studi radicale”.
Sei credente? Praticante?
“Sì, come tanti. Ma teologia non mi era mai balenata in testa. Quando ci ho pensato, sette anni fa, a più di trent’anni, con uno studio avviato nel centro di Termoli, un lavoro. Ho perfino riso di me stessa. E ho pensato ‘Ornella, che stai facendo?’. Poi ho guardato il piano di studi. Ho letto i titoli degli esami e ho detto: caspita, mi piacciono. Mi sono presa tutta l’estate per pensarci. Sentivo che dovevo andare e alla fine mi sono iscritta a Pescara, in una sede collegata alla Lateranense di Roma”.
Deve essere stata una fatica enorme conciliare tutto.
“Dal lunedì al giovedì prendevo il treno all’una e quaranta per essere lì alle tre. Finivo verso le sette e alle otto e mezza ero di nuovo a casa. La mattina lavoravo, il pomeriggio studiavo. Nel frattempo mi sono specializzata come psicoterapeuta ad Arezzo. Ma insomma, ho portato a termine tutto, tenendomi impegnata anche tutti i weekend. Ma va bene così, io sono una che le cose non le lascio a metà”.
In tutto questo c’è una data simbolica, perché lo scorso anno hai concluso la Magistrale proprio in questo periodo, con una tesi teologica sull’amore…
“L’ho consegnata l’anno scorso… proprio il giorno di San Valentino. Non l’ho fatto apposta, giuro che è capitato. E non è stato facile, aggiungo, perché l’amore non è un argomento scientifico. Eppure basta accendere il telegiornale per sentire parlare solo di relazioni che finiscono male, violenza, femminicidi. Ma all’università non esiste una vera psicologia dell’amore”.
È anche da qui che prende forma l’appuntamento del 14 febbraio, alla libreria Mondadori di Termoli. Dopo quarant’anni di vita, due lauree, tre master e quindici anni di pratica clinica, quella curiosità che l’accompagna dall’infanzia – il desiderio quasi ostinato di capire come funziona l’amore, perché ci scegliamo e cosa davvero ci tiene uniti – ha trovato una sintesi nuova. “Ho unito i puntini”, racconta. La passione è diventata lavoro, il lavoro si è fatto missione. E quella missione ora prova ad uscire dallo spazio protetto dello studio per incontrare la città. Sabato 14 febbraio 2026, alle ore 18, Ornella Marigliano terrà il suo primo evento formativo gratuito, dal titolo volutamente provocatorio “Si può insegnare ad amare?”. Un incontro aperto, pensato come momento di condivisione e confronto, in cui si parlerà dei linguaggi dell’amore, delle dinamiche uomo-donna e delle tecniche di comunicazione efficace, non solo nella coppia ma anche nel lavoro e nella famiglia. Sarà anche l’occasione per presentare in anteprima “Un Amore Geniale”, il percorso formativo da lei ideato che intreccia psicologia, sessuologia e teologia, fondendo mente, corpo e spirito in un approccio unico nel panorama italiano.

“Non un corso motivazionale – precisa – ma un cammino strutturato che punta a trasformare la qualità delle relazioni e a restituire dignità all’essere umano, partendo dalla consapevolezza di sé”
Ma tu come lo definiresti, l’amore?
“Per me l’amore è una delle energie più potenti che governa l’universo, compresi noi stessi. È qualcosa che fa paura e destabilizza, proprio per la forza che ha. Ma è anche ciò che ti dà energia. L’amore tiene insieme razionalità e mistero, perché dentro l’amore c’è la ragione, ma c’è anche la magia. E secondo me è eterno: trascende lo spazio e il tempo. Una relazione può finire, ma se hai vissuto un vero amore, quell’amore resta dentro di te”.
Come funziona il tuo metodo sull’amore geniale?
“L’amore si manifesta a piccole dosi, per quello che in quel momento sei in grado di capire. Ho cercato di costruire un metodo molto concreto, costruito in quindici anni di lavoro con le persone e basato su quello che faccio da anni nella pratica clinica. Definirei questo approccio tridimensionale: mente, corpo e dimensione energetico-spirituale. Mi approccio alla mente come psicologa e psicoterapeuta, al corpo come sessuologa ed esperta psicosomatica, e alla parte spirituale grazie alla teologia. Si può imparare ad amare, certamente. Anche se nessuno ci educa davvero all’amore: né la scuola, né la famiglia”.
Chi ha più paura oggi di amare davvero?
“Paradossalmente non sono gli adolescenti quelli che hanno più paura di amare davvero, nonostante tutto quello che si dice su di loro. I ragazzi, proprio perché hanno meno sovrastrutture, spesso sono più coraggiosi. La fascia più fragile oggi è quella tra i 30 e i 45 anni, un’età in cui iniziano a pesare le aspettative, le scadenze autoimposte, l’idea che ‘si debba’ fare in fretta. Arriva l’orologio biologico, arriva il confronto con gli altri, con chi si è sposato, con chi ha avuto figli, e l’amore finisce per essere vissuto come una tappa da raggiungere più che come un’esperienza da attraversare. Ma l’amore non segue le scadenze, non funziona con le tabelle di marcia: può arrivare a qualsiasi età, anche molto avanti nella vita. È la paura di restare soli, spesso, a confondere i piani e a creare illusioni, portandoci a scelte che non nascono da un desiderio autentico”.
Sono più le donne o più gli uomini a vivere queste paure?
“Una volta erano soprattutto le donne a temere di restare sole. Oggi vedo una sorta di inversione. Con la lunga rivoluzione femminile che stiamo vivendo da anni, giustissima sul piano dei diritti, molte donne si sono però fatte prendere troppo la mano. È come se avessimo perso un equilibrio. Abbiamo smarrito un po’ l’energia femminile, che non ha nulla a che fare con la debolezza: è sensibilità, accoglienza, intuizione, capacità di ascolto. Invece ci sentiamo sempre chiamate a dimostrare, a competere, a essere performanti, e questo ci rende stanche, rigide, meno in contatto con noi stesse”.
A un certo punto il discorso sull’amore inevitabilmente incrocia quello che ogni giorno leggiamo nelle cronache. Come si arriva, secondo te, a quel punto di non ritorno?
“Quando arriviamo alla violenza, siamo già alla fine del percorso. Quella è la punta dell’iceberg. Alla base c’è quasi sempre una mancata educazione emotiva: persone che non hanno imparato a riconoscere le proprie emozioni, a stare nella frustrazione, nella rabbia, nella gelosia senza esserne travolte. Ma io rifiuto l’idea di persone cattive, credo che esistano soprattutto persone non amate. Persone che non hanno mai sentito davvero l’amore, che non sanno cosa sia, e che vengono lasciate sole dentro le proprie ferite”.
In una società che spinge sempre a mostrarsi forti, positivi, performanti, che spazio hanno le parti più difficili di noi nelle relazioni?
“L’ombra è fondamentale, e spesso viene fraintesa. Siamo abituati a pensare che l’amore debba essere solo luce, serenità, armonia, sorrisi. Ma la vita non funziona così, e nemmeno le relazioni. Se io sono in pericolo, se mi sento minacciata, fragile, spaventata, non posso tirare fuori solo la parte luminosa. In quel momento mi serve anche quella più dura, più protettiva, quella che sa difendersi. E non va giudicata, non va repressa. Fa parte dell’essere umano. L’amore autentico nasce proprio da qui, dal riconoscimento della complessità. Io non posso innamorarmi di te solo per le tue parti belle, per ciò che funziona, per ciò che è facile da amare. Devo conoscere anche le tue parti difficili, quelle che magari fanno paura, che mettono alla prova. Se ti arrabbi, per me è fondamentale perché è lì che si vede se io so contenerti, sostenerti, accompagnarti senza scappare. È lì che si vede se so restare”.
Insomma, con il mare calmo siamo bravi tutti, no?
“Esatto. Quando tutto fila liscio, quando non ci sono scosse, quando va tutto bene, è facile stare insieme. È nella tempesta che capisci davvero chi hai accanto, se quella persona è in grado di reggere il movimento, il caos, l’imprevisto. L’amore non è solo cuori, cioccolatini e fiori, anche se tutto questo ha il suo spazio ed è bello. Ma se ci fermiamo lì, restiamo in superficie. L’amore vero chiede presenza, coraggio, capacità di stare anche nelle zone meno comode di sé e dell’altro”.
E quando dal piano emotivo si passa al corpo, alla sessualità, che cosa vedi oggi nel tuo lavoro? Che rapporto abbiamo, davvero, con il desiderio?
“Il corpo è centrale, perché comunica sempre, anche quando pensiamo di no. Comunica con i gesti, con i silenzi, con il modo in cui ci muoviamo, con i vestiti, con i colori che scegliamo. Il sesso è uno dei linguaggi più profondi che abbiamo a disposizione, non è un accessorio dell’amore, è una sua espressione fondamentale. Ovviamente cambia con l’età. Da giovani c’è la fase della scoperta, della sperimentazione, della curiosità. È un tempo in cui si prova, si esplora, si capisce cosa ci piace e cosa no. Poi arriva una fase più matura, in cui si diventa più selettivi: non si cerca più tanto la quantità, ma la qualità. Ma il sesso resta un collante potentissimo. Stare nudi uno accanto all’altro riequilibra mente, corpo e spirito. È un ‘ti amo’ che non si dice, si sente. È una comunicazione non verbale che va molto più in profondità delle parole. Ma anche qua ribadisco quello che ho detto prima: non è sempre dolce, non è sempre romantico. A volte è passionale, a volte ruvido, a volte più istintivo. Ed è giusto così, perché è sempre diverso. È il modo in cui, in quel preciso momento, comunichi chi sei, cosa provi, cosa l’altro ti smuove dentro”.
E’ vero, secondo te e sulla base della tua esperienza clinica, che oggi il rapporto con la sessualità è solo apparentemente più facile, ma in realtà è molto complesso?
“Sì, è diventato complicato soprattutto per una fascia precisa di età, quella tra i 35 e i 50 anni. È l’età del dovere: lavorare, fare, produrre, reggere. Si perde il contatto con il desiderio. Lo dico spesso: abbiamo il ‘devo’, ma non abbiamo più il ‘voglio’. E questo pesa tantissimo anche sulla vita sessuale. C’è un paradosso che vedo sempre più spesso nel mio lavoro: chi vive il sesso in modo più libero e sereno sono spesso le persone più mature. Hanno superato certe tappe, non hanno più l’ansia dell’orologio biologico, si concedono di più. I giovani adulti invece sono stanchi, compressi, pieni di aspettative, di ruoli da sostenere. Sembra assurdo, ma a volte sono i nostri genitori, persino i nonni, ad avere un rapporto più autentico con il desiderio rispetto a chi ha 35 o 45 anni. Ed è un segnale che dovrebbe farci riflettere molto”.
San Valentino, per molti, è diventato una festa vuota o addirittura fastidiosa. Secondo te cos’è questa ricorrenza?
“San Valentino non è la festa delle coppie perfette, né degli accoppiati, come spesso viene raccontata. È la festa degli innamorati, e questo cambia tutto. Innamorati della vita, del proprio lavoro, di una persona, di un figlio, ma anche di sé stessi. Io l’ho sempre vissuta così, a prescindere dal mio stato sentimentale. È un giorno simbolico che ci ricorda che l’amore non è qualcosa da dare per scontato, ma qualcosa su cui fermarsi a riflettere. Forse abbiamo smesso di farci domande sull’amore, e invece è proprio da lì che bisognerebbe ripartire”.
E da qui nasce anche l’incontro del 14 febbraio alla Mondadori di Termoli?
“Sì, nasce da questo bisogno. Dal desiderio di creare uno spazio in cui fermarsi e porsi delle domande vere. ‘Si può insegnare ad amare?’ non è una provocazione, è una domanda che mi accompagna da anni ed è stata anche il cuore della mia tesi. Ho sentito il bisogno di uscire dallo studio e condividere questo percorso in modo semplice e accessibile, senza formule magiche o risposte preconfezionate. L’idea è quella di aprire un confronto, di mettere al centro l’esperienza dell’amore così com’è, con le sue difficoltà e le sue possibilità. Se anche solo qualcuno uscirà da quell’incontro con uno sguardo un po’ più consapevole sulle proprie relazioni, per me sarà già un risultato importante”.


