Profugo palestinese chiede asilo politico ma finisce in un carcere per terroristi. “Ahmad libero”: presidio al Tribunale di Campobasso
Presidio domattina davanti al Palazzo di Giustizia di viale Elena per chiedere la scarcerazione di Ahmad Salem, il profugo palestinese che aveva chiesto asilo politico a Campobasso ed è sotto processo per una presunta propaganda jihadista. Nel suo telefonino video sul genocidio a Gaza e immagini della resistenza palestinese, il suo popolo per il quale incitava alla mobilitazione del mondo arabo e musulmano. “Dialoghi innocui” per il suo difensore audito anche alla Camera poche settimane fa.
Al Tribunale di Campobasso si sta celebrando il processo a carico di Ahmad Salem, un 24enne profugo palestinese che da maggio del 2025 si trova in un carcere di massima sicurezza a Rossano, sulla costa ionica calabrese, con l’accusa di essere un terrorista.
Per lui domani, martedì 20 gennaio, dalle ore 12, a Campobasso, ci sarà una presidio del Movimento 4 settembre che ne chiede la liberazione. La manifestazione si svolgerà dinanzi al Palazzo di Giustizia di viale Elena dove è atteso l’arrivo di Ahmad che proprio nel capoluogo molisano aveva chiesto asilo politico.

Nel corso della sua audizione davanti alla Commissione territoriale gli era stato chiesto di mostrare il suo telefonino e da quel momento per Ahmad, giunto in Italia in cerca di protezione internazionale da un campo profughi palestinese (al Baddawi) che si trova dal 1955 nel nord del Libano (vicino Tripoli), è cominciato un vero e proprio calvario giudiziario.
Secondo la Questura di Campobasso (e anche secondo il pm e il gip che ha poi disposto la misura cautelare in carcere) in quel telefonino c’erano le prove che il signor Salem fosse un propagandista jihadista che istigava a delinquere (articolo 414 del Codice penale) e che si stesse addestrando per commettere azioni terroristiche (270 quinquies).
Il 22 dicembre scorso il suo avvocato Flavio Rossi Albertini (lo stesso del caso Alfredo Cospito, Khaled El Qaisi e, più recentemente, del processo per i fondi ad Hamas) è stato audito alla Camera dei deputati. Qui ha raccontato la vicenda Salem dicendo che sono stati i funzionari di polizia di Campobasso a chiedergli di mostrare il cellulare in cui c’erano filmati relativi a cio che avveniva in Palestina: “Video che abbiamo visto tutti in cui c’erano sia azioni di violenza e carri armati sia immagini della resistenza di Gaza. Ma il fatto che li avesse un ragazzo libanese, un musulmano palestinese, lo ha reso un reato”.
Secondo il difensore del 24enne quel materiale sequestrato ha dato adito a un sospetto talmente fondato da giustificare l’arresto in un carcere definito la Guantanamo italiana. E anche lo scambio di opinioni su social usati da Ahmed, come Tiktok, non erano altro che “dialoghi innocui” di chi si stava informando e facendo una opinione.

Di parere diverso la polizia giudiziaria di Campobasso che deve aver ritenuto il linguaggio di Ahmad un modo per incitare alla violenza, diffondere odio o minacciare l’ordine democratico e la sicurezza pubblica (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto dal governo Meloni col discusso Dl Sicurezza).
“Ahmad è detenuto in un carcere massimo sicurezza per essersi interessato di quello che avveniva al suo popolo” così ha detto l’avvocato Rossi Albertini a fine dicembre.
“L’intero impianto accusatorio – questo invece sostiene il centro culturale Handala Ali, una associazione no profit con sede a Napoli impegnata nella promozione della storia e della cultura palestinese – si basa su un paio di frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti pubblicato online, in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, alla sollevazione in Cisgiordania e a scendere nelle piazze in Libano; e per un passaggio del video in cui Ahmad condanna il silenzio e l’immobilismo del mondo arabo e musulmano davanti ai crimini commessi da Israele, diventa, per la Digos di Campobasso, un video di propaganda jihadista. Quanto ai presunti “video istruttivi”, è emerso che si trattava di filmati degli attacchi della resistenza palestinese a Gaza contro mezzi militari israeliani, gli stessi video che per mesi sono circolati su canali e mezzi d’informazione; questi si sono rivelati non contenere alcuna indicazione di natura tecnica o addestrativa come sostenuto dall’accusa; tant’è che gli stessi video diffusi dalla resistenza palestinese a Gaza sono stati a più riprese, negli ultimi due anni, pubblicamente resi accessibili e trasmessi da testate italiane tra cui Rai News, La Repubblica, La Stampa e altre”.
E adesso è proprio su quei messaggi, sul contesto in cui sono state espresse alcune frasi, sulla documentazione sequestrata che si sta lavorando. Interpreti e traduttori, su impulso della Procura molisana, sono al lavoro (compreso oggi pomeriggio) per relazionare su ciò di cui stesse realmente parlando Ahmad. I consulenti tecnici sono due, uno di parte (Berto Vitagliano) e uno per la difesa (Khaled El Quaisi), se la perizia non sarà pronta è ipotizzabile il rinvio dell’udienza di domani mattina.
Intanto Ahmad, che ha chiamato alla mobilitazione contro il genocidio, resta in carcere in attesa di giudizio.



