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Mercoledì autopsia su mamma e figlia, Asrem: “Aperte tutte le ipotesi, dal fungo velenoso alla tossinfezione chimica. Protocolli in Ps rispettati”

Saranno eseguite mercoledì mattina all’ospedale Cardarelli le autopsie su Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sulla figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte a poche ore di distanza tra la serata di sabato e la mattina di domenica dopo il ricovero nel nosocomio del capoluogo. Il dg Asrem Di Santo ha parlato di tossinfezione e non di tossinfezione alimentare “perché specificarlo avrebbe significato formulare già una ipotesi. La verità è che non sappiamo ancora cosa sia accaduto”. Secondo i vertici dell’azienda sanitaria le azioni poste in essere al Pronto Soccorso erano coerenti con i sintomi aspecifici che hanno indotto a pensare che si trattasse di una sindrome gastrointestinale.

Non c’è ancora una spiegazione ufficiale per la gravissima tossinfezione che ha portato alla morte la quindicenne Sara Di Vita e sua madre, Antonella Di Ielsi, di 50 anni, decedute a poche ore di distanza l’una dall’altra all’ospedale Cardarelli di Campobasso tra il 27 e il 28 dicembre.
Sarà l’autopsia, già fissata per mercoledì mattina nel nosocomio di contrada Tappino, a determinare cosa ha provocato per entrambe la Coagulazione Intravascolare Disseminata (CID), “una devastante condizione patologica che fa crollare le piastrine e venire meno la funzionalità di più organi” come ha spiegato questa mattina il direttore generale dell’Asrem Giovanni Di Santo nella conferenza stampa indetta “per dare informazioni su una vicenda triste e drammatica”.

Giorgetta e Di Santo
L’esame irripetibile, disposto dalla Procura della Repubblica di Campobasso, sarà un passaggio decisivo per chiarire le cause esatte della doppia tragedia che ha colpito una famiglia di Pietracatella, scosso l’intero Molise e la stessa azienda sanitaria regionale.
“Siamo psicologicamente sconvolti” ha detto ancora il numero uno dell’Asrem Di Santo accompagnato dal direttore sanitario Giovanni Giorgetta, dall’infettivologa Alessandra Prozzo, dalla risk management Gabriella Ruzzi e da Carmen Montanaro, direttrice del Dipartimento Prevenzione.
Prima ancora di riportare la loro versione dei fatti hanno posto le condoglianze a Giovanni Di Vita, padre e marito delle pazienti decedute, e ad Alice Di Vita, l’altra figlia, quella che non si è mai recata al Cardarelli perché asintomatica e attualmente ricoverata, in via precauzionale, allo Spallanzani di Roma, dove è sotto osservazione anche il padre in condizioni stabili, ma non ancora fuori pericolo.

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Le salme invece, già sequestrate, restano nella esclusiva disponibilità dell’autorità giudiziaria. Gli esami autoptici saranno affiancati da approfondimenti tossicologici e clinici, destinati a verificare la natura della tossinfezione.
“Agenti virali, batterici, farmacologici, chimici e, naturalmente, alimentari, potrebbero averla causata, ad oggi una causa certa della morte non c’è e ci conforta, almeno in parte, sapere che neppure lo Spallanzani, col quale siamo costantemente in contatto, l’ha ancora stabilita. Insomma, un punto sulla vicenda non possiamo metterlo oggi, ma posso dire che ci siamo attivati a 360 gradi senza lasciare nulla al caso e con strategie decise e pertinenti. Abbiamo aperto tutte le ipotesi – ha spiegato ancora il dg – e non ne escludiamo nessuna”.

In questo quadro rientrano anche test altamente specialistici, tra cui quelli sull’amanita falloide, il fungo velenoso responsabile delle più gravi intossicazioni epatiche. Si tratta di esami che vengono effettuati in pochissimi centri in Italia.
“A tale scopo un campione di urine è stato inviato al Policlinico Gemelli, ma, ripeto, certezze non ne abbiamo anche perché se pur è vero che i funghi sono stati ingeriti nella cena del 24 questi erano certificati e confezionati”.
Questa certezza Asrem ce l’ha perché prima che la Procura aprisse un fascicolo congelando ogni loro iniziativa, compresa quell’indagine diagnostica disposta per Sara Di Vita (inizialmente il fascicolo era contro ignoti, ora ci sono 5 nomi di indagati e diverse ipotesi di reato: omicidio colposo plurimo, lesioni personali colpose e responsabilità sanitaria), erano stati prelevati campioni di cibo in casa della famiglia Di Vita.
Da qui si è scoperto cosa avevano mangiato nel pranzo e nella cena del 24 “assieme ad altri 7/8 commensali tra cui alcuni fragili che non hanno accusato alcun sintomo”, come ha ribadito Di Santo, e anche ciò che avevano ingerito il 23: pasta al pomodoro. “Non è stato ancora definito cosa abbiano mangiato dopo o all’ora della cena del 23”.
Ma a quanto ha riferito il dg nella sua ricostruzione Alice, la più grande delle due figlie, non avrebbe pranzato con la sua famiglia il 23. Insomma, c’è una data in cui appare più probabile che si sia verificata l’intossicazione.

Al momento la possibilità restano ampie: “Potrebbe essere stata assunta una sostanza, ma non si può escludere nemmeno una esposizione per inalazione o una causa ambientale. Le ipotesi spaziano da una tossinfezione di natura alimentare a una di natura chimica”.
Il fatto che più persone della stessa famiglia abbiano manifestato sintomi ha inizialmente orientato i medici verso quadri comuni come una gastroenterite, ma l’evoluzione clinica – rapidissima e devastante – ha poi aperto scenari molto più complessi.

Sul tema più delicato, quello della gestione dei primi accessi al Pronto soccorso, Di Santo ha ribadito che, secondo i primi approfondimenti interni, i protocolli sono stati rispettati. Nei giorni 25 e 26 dicembre, quando madre e figlia si sono presentate in Ps con sintomi prevalentemente gastroenterici, “le pazienti sono state assistite, idratate e sottoposte alle indagini diagnostiche previste dalle linee guida e dalle best practices”. In presenza di sintomi definiti aspecifici, caratterizzati soprattutto da vomito, si è arrivati a una “dimissione condivisa con i familiari”, con l’indicazione a mantenere un costante contatto con l’ospedale.

Anche la risk management Ruzzi ha sostenuto che quanto fatto per Sara e Antonella in ospedale sia stato “coerente” con la situazione che si presentava nel momento in cui le due donne sono arrivate al Cardarelli: una sindrome gastrointestinale con sintomatologia aspecifica. Stesso discorso per Giovanni Di Vita.

“Sarà la magistratura a stabilire eventuali condotte poco diligenti – ha detto Ruzzi -, non spetta a noi giudicare, sicuramente non c’era un iperafflusso di utenti o carenza di personale in quei giorni giorni”.

“Nella mattinata odierna, ha aggiunto il direttore generale, sono stati ascoltati anche i direttori delle unità operative complesse coinvolte, convocate per un primo approfondimento interno”. Da tutti sarebbe arrivata la conferma che “sono state adottate le normali pratiche previste in questi casi”. Un’analisi che, ha sottolineato Di Santo, non può però prescindere dal principio che “la medicina non è una scienza esatta” e che parlare “ex post è sempre più semplice rispetto all’analisi ex ante”.

Ora la parola passa agli accertamenti disposti dalla Procura: autopsie, esami tossicologici, consulenze medico-legali e la ricostruzione puntuale dell’intero percorso sanitario. Solo da questi elementi potrà emergere una risposta definitiva su cosa abbia provocato la morte di una ragazza di 15 anni e di sua madre, e se vi siano eventuali profili di responsabilità.