Una scrittrice lombarda (che ha scelto il Molise) riscrive la storia con carte e documenti: l’Unità d’Italia fu un assalto al Mezzogiorno
Nel libro “L’assalto alle Due Sicilie. La riduzione del Mezzogiorno a colonia interna” (Magenes, 2025), Patrizia Morlacchi rovescia la narrazione ufficiale del Risorgimento. Partendo da una lettera del 1860 di Agostino Depretis, l’autrice ricostruisce l’unificazione come una conquista militare ed economica che spogliò il Sud della propria autonomia, dando origine alla “questione meridionale”. Un saggio documentato che lega il passato ai divari di oggi, tra squilibri industriali, protezionismo e diseguaglianze mai risolte.
Nelle pagine di “L’assalto alle Due Sicilie. La riduzione del Mezzogiorno a colonia interna”, Patrizia Morlacchi affronta una delle grandi rimozioni della storia italiana: l’Unità d’Italia vista in una prospettiva diversa e ribaltata, quella del Sud.
Scrittrice lombarda di origine ma molisana d’adozione, sposata con l’ex sindaco di Termoli e notaio Vincenzo Greco, Morlacchi ha presentato il suo ultimo lavoro nella Biblioteca comunale di Petacciato il 23 ottobre. Un saggio di 284 pagine, edito da Magenes, che parte da un documento ritrovato tra le carte di famiglia per arrivare a una rilettura radicale della nascita dello Stato italiano.
“Questo libro – racconta l’autrice – nasce da una lettera datata 25 agosto 1860, scritta da Agostino Depretis, allora prodittatore a Palermo nominato da Garibaldi, e indirizzata a Mauro Macchi, che a Genova organizzava i soccorsi per l’impresa dei Mille. Una lettera che lessi e pubblicai anni fa, ma che solo dopo ho iniziato a guardare con occhi diversi: non dalla parte dei vincitori, ma da quella di chi fu invaso”.

Da quella rilettura prende forma un’analisi impietosa ma supportata da dati e carteggi di archivi storici: la costruzione dell’Italia unita non come “marcia trionfale verso la libertà”, ma come “guerra di aggressione” che privò un intero popolo della propria patria. “Contadini, notabili, borghesi e commercianti – spiega Morlacchi – si ritrovarono improvvisamente senza una patria, senza voce e senza diritti. La storia l’hanno scritta i vincitori, e i vincitori hanno raccontato la loro versione”.
Nel libro, la studiosa ricostruisce i passaggi chiave del decennio 1850-1860 e le sue conseguenze: il brigantaggio non come ribellione di criminali, ma come insurrezione civile contro l’occupazione piemontese; la legge Pica del 1863, simbolo di una repressione feroce; i plebisciti del 21 ottobre 1860, presentati come voto unanime ma celebrati, racconta, “sotto le armi dei soldati e tra le ceste del sì e del no nelle piazze dei paesi meridionali”.
Il tono del saggio non è polemico, ma documentato. Morlacchi si muove tra lettere, decreti e testimonianze, svelando gli aspetti meno noti e talvolta appositamente celati dell’annessione. “Il Parlamento piemontese – spiega – aveva già deciso l’unione quattro giorni prima del plebiscito, mentre nel Sud ancora si combatteva a Gaeta, a Messina, a Civitella del Tronto. I risultati furono poi annunciati in tempi miracolosi: in meno di due settimane il Regno delle Due Sicilie era diventato Italia”.

La seconda parte del volume allarga lo sguardo alla nascita dell’Italia industriale e alla genesi della “questione meridionale”. Dopo l’Unità, ricorda Morlacchi, la politica economica liberista imposta da Cavour travolge l’industria del Sud, fino ad allora protetta da dazi doganali. La successiva svolta protezionista del 1887 – pensata per difendere le industrie settentrionali – condanna l’agricoltura meridionale, chiusa nei suoi mercati e travolta dalla fame. “I dazi cerealicoli fanno salire il prezzo del pane – scrive – e nel 1898 il generale Bava Beccaris fa sparare sulla folla a Milano. Nel frattempo il Mezzogiorno sprofonda nella miseria e comincia l’emigrazione di massa”.
L’autrice attraversa due secoli di storia economica, citando economisti, dati e politiche che, a suo avviso, hanno consolidato la disuguaglianza tra Nord e Sud: “Le tariffe doganali, i dazi, la localizzazione delle industrie, la sostituzione delle leggi borboniche con quelle piemontesi. Tutto contribuì a creare una colonia interna, un territorio di consumo e di manodopera”.
È un lavoro che si colloca nel filone del revisionismo meridionalista, ma con un taglio più documentario che ideologico. Morlacchi dialoga con le ricerche di Antonio De Viti De Marco, con le analisi di Gramsci e con gli studi più recenti di Stefano Fenoaltea, arrivando a collegare il passato alle attuali disparità commerciali tra Nord e Sud, dagli accordi internazionali ai dazi europei. “Le stesse logiche – osserva – sopravvivono ancora oggi. Anche nei rapporti con gli Stati Uniti o la Cina, le produzioni del Sud restano marginali. È come se, da un secolo e mezzo, una parte del Paese fosse sempre sacrificabile in nome del progresso dell’altra”.
Autrice di romanzi gialli e vincitrice di diversi premi letterari, Patrizia Morlacchi in questo saggio ha scelto un terreno più complesso. Vive a Termoli, dove si è trasferita dopo aver conosciuto in India Vincenzo Greco, con cui ha due figli. “In qualche modo – spiega – ho sposato anche la visione del Mezzogiorno contro la storia raccontata a livello istituzionale, quella che nasce dal punto di vista dei vincitori, dei piemontesi. Ho cominciato da tempo a vedere le cose diversamente”.
Un punto di vista condiviso anche dal marito e dal movimento di Equità Territoriale, in sintonia con il pensiero di Pino Aprile, che l’ha recentemente intervistata anche sui suoi canali social.
Nel libro, Morlacchi torna più volte sul nodo economico del protezionismo ottocentesco: una politica che, dopo aver favorito l’industria del Nord, lasciò il Sud senza mercati e senza prospettive. “Le tariffe doganali del 1887 – osserva – crearono benessere in alcune aree e miseria in altre. È in quegli anni che nasce il triangolo industriale Milano-Torino-Genova e che il Mezzogiorno diventa una periferia economica. Il protezionismo avrebbe dovuto difendere le regioni più deboli, ma fu costruito su interessi clientelari e scelte miopi, ignorando del tutto le potenzialità agricole e commerciali del Sud”.
Un divario, conclude la scrittrice, che “non si è mai colmato perché si continua a non leggere la storia per quella che è stata. Senza una consapevolezza delle origini di questo squilibrio, ogni politica di sviluppo è destinata a ripetere gli stessi errori”.


