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Termoli porto del mondo: nella marineria il volto più riuscito dell’integrazione
foto d'archivio

Nel porto adriatico molisano lavorano fianco a fianco marittimi tunisini, indonesiani, albanesi, senegalesi e ucraini. La pesca termolese, un tempo attività esclusivamente locale, è diventata un laboratorio di convivenza e crescita economica. Il Dossier Idos 2025 racconta come la marineria molisana sia oggi un modello di integrazione reale, non solo simbolica.

A Termoli il mare non separa, unisce. Nelle banchine del porto, tra reti e cassette di pesce, si parla arabo, indonesiano, albanese, francese. È la fotografia di una marineria che ha imparato a sopravvivere cambiando pelle e aprendosi al mondo.

Il Dossier Statistico Immigrazione 2025 del Centro Studi Idos dedica un intero approfondimento al ruolo della pesca termolese nell’accoglienza e nell’integrazione dei lavoratori stranieri. Oggi nel porto molisano operano circa 70 pescherecci, e buona parte dell’equipaggio non è italiana. L’attività, pur circoscritta, rappresenta un punto chiave per l’occupazione e per l’incontro tra culture.

A Termoli, spiega il rapporto, la pesca è diventata un “porto sicuro” nel senso più concreto: non solo luogo di transito, ma spazio di stabilità e opportunità per decine di marittimi provenienti da Africa e Asia.

La collettività tunisina è la più longeva e consolidata nella marineria di Termoli. I primi arrivi risalgono alla fine degli anni ’90, quando la mancanza di giovani locali spinse gli armatori a imbarcare marinai del Nord Africa. Da allora, molti tunisini sono diventati parte integrante della flotta, alcuni ottenendo la cittadinanza italiana. I loro nomi compaiono ancora nei registri della Capitaneria di porto del 2024, su imbarcazioni come Nonno Rocco, Mariarita, Matrix o Antares: segni di un’integrazione stabile e professionale.

Termoli porto varie

Negli anni Duemila è arrivata anche la collettività albanese, che ha lavorato a lungo sulle barche termolesi, oggi con presenze più ridotte. Nel 2024, il Dossier registra un solo marittimo albanese imbarcato sulla nave Fulvia I.

La fase più recente riguarda invece i marittimi asiatici, soprattutto indonesiani, che rappresentano l’ondata più nuova e in crescita. Le autorizzazioni rilasciate nel 2024 mostrano la loro presenza su diversi pescherecci, tra cui Nuovo Kondor, Pandora e Mariarita.

Accanto a loro lavorano senegalesi, ucraini, siriani, srilankesi e algerini, segno di una forza lavoro ormai multiculturale e consolidata. Secondo i dati riportati dal Dossier, la distribuzione attuale dei marittimi stranieri a Termoli è 67% africani, 27% asiatici e 5% europei.

È la fotografia di un porto che, pur restando radicato nella tradizione, è diventato un luogo di modernizzazione e convivenza, dove l’immigrazione non è emergenza ma risorsa. La pesca termolese, da sempre simbolo identitario della città, è oggi un esempio concreto di come lavoro e integrazione possano coincidere.

“Questa eterogeneità – si legge nel Rapporto Idos – sottolinea come la pesca termolese non si basi più soltanto sulla
manodopera locale, ma rappresenti un’opportunità concreta di lavoro e integrazione per marittimi che provengono da diverse parti del mondo”.

Le storie dei marittimi stranieri raccontano quindi un Molise che si apre lentamente, in un settore che, più di altri, ha saputo accogliere senza proclami.