La direttrice del Macte Caterina Riva: “Con l’arte contemporanea possiamo riscrivere Termoli e il Molise. Ma è una sfida di tutti”
Alla vigilia dell’audizione al Ministero della Cultura, la direttrice del MACTE racconta la visione di “Traiettorie contemporanee”, il progetto con cui Termoli è finalista per la Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2027. “Serve un impegno collettivo per trasformare la cultura in un motore reale di sviluppo”.
Nelle sale luminose del MACTE, tra i manifesti storici del Premio Termoli e i pannelli colorati della nuova mostra Scollamenti, si respira un’attesa particolare. Il 16 ottobre Termoli sarà a Roma per l’audizione finale davanti alla giuria del Ministero della Cultura, che sceglierà la Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2027. Il progetto Traiettorie contemporanee è uno dei quattro finalisti a livello nazionale, insieme ad Alba, Foligno-Spoleto e Pietrasanta.
A guidare questo percorso c’è Caterina Riva, direttrice del museo dal 2019, curatrice e storica dell’arte con una lunga esperienza internazionale tra Londra, Singapore e la Nuova Zelanda. Da cinque anni lavora per costruire a Termoli un nuovo modello di museo, aperto, accessibile e radicato nel territorio, capace di parlare ai giovani e di trasformare la cultura in un motore reale di sviluppo. Tra opere, progetti e idee che guardano al mare e al mondo, Caterina Riva racconta la sfida che il contemporaneo lancia al futuro del Molise: fare dell’arte non solo bellezza, ma anche cittadinanza, lavoro e visione.
Che cosa significa per Termoli essere tra le quattro finaliste per la Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea e quale sarà il messaggio che porterete domani al Ministero della Cultura?
“È importantissimo esserci, e siamo felicissimi di essere tra le quattro città scelte come finaliste per la Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea. Già questo, di per sé, è un riconoscimento importante. Credo che si parta da una celebrazione del patrimonio che Termoli custodisce, in particolare del Premio Termoli, legato alla storia di questa città dal 1955 a oggi. Allo stesso tempo, è anche un modo per riconoscere le potenzialità della cultura nel rendere un territorio vivo in tutti i sensi: sociale, civico, economico, artistico e culturale.
Significa mettere la cultura, per una volta, non in fondo alle classifiche ma all’inizio, come punto vitale di trasformazione. E riconoscere l’arte contemporanea come un laboratorio del fare, uno spazio di sperimentazione e di apertura. Termoli può abbracciare questa sfida e questa scommessa”.
Come nasce Traiettorie Contemporanee?
“Traiettorie contemporanee”, il titolo del progetto, nasce proprio da questa idea di movimento e connessione. Tiene conto della posizione geografica di Termoli, ma anche degli scambi che da sempre hanno reso vivo e protagonista questo territorio. È un modo per ricordare che il Molise esiste, e che l’arte contemporanea può farlo esistere in maniera ancora più vivace.
Il progetto si fonda sul concetto di 42-15, il nostro incrocio geografico e simbolico di meridiano e parallelo, che rappresenta l’arricchimento che nasce dal mettere insieme esperienze diverse. Non si tratta solo di guardare ai nostri vicini immediati, ma anche di aprirsi verso il mare e al di là del mare. L’arte contemporanea, in fondo, serve anche a questo: ad abbattere barriere e confini, e a creare spazi di dialogo”.
Lei arriva a Termoli con un curriculum internazionale: che cosa di questa esperienza è diventato un metodo di lavoro qui al MACTE?
“Avere avuto un percorso internazionale mi ha permesso di immergermi in comunità e luoghi che non conoscevo prima. Questo vale per esperienze lontane, come quella in Nuova Zelanda, ma anche per Termoli, perché non avevo una relazione precedente con questo luogo. Forse proprio per questo riesco a osservare con maggiore chiarezza alcuni aspetti che, per chi vive qui da sempre, possono diventare più opachi.
L’arte contemporanea è fatta di osservazione ma anche di ascolto. In questi cinque anni a Termoli ho imparato molte cose, ma cerco anche di restituirne altre, di far vedere ciò che forse non si vede più. E vedo che, piano piano, alcuni dei semi piantati tempo fa stanno iniziando a germogliare. Non credo esista un “metodo” vero e proprio: c’è piuttosto la voglia di fare, di sperimentare, di provare strade nuove senza la pretesa di avere sempre la ricetta giusta”.

Il MACTE fa parte della rete nazionale dei musei d’arte contemporanea (AMACI). Che ruolo ha questa rete nel progetto e nel vostro lavoro quotidiano?
“Per quanto riguarda il ruolo del MACTE nel sistema museale nazionale, il museo è nato nel 2019 e fin da subito si è posizionato sulla scena italiana come una realtà riconosciuta dai professionisti dell’arte contemporanea, in Italia e non solo. Il radicamento sul territorio richiede tempi diversi, ma la reputazione a livello nazionale è arrivata presto.
Sono stata per un periodo nel consiglio direttivo di AMACI, l’associazione che riunisce i principali musei italiani di arte contemporanea. È stata un’esperienza importante di confronto e dialogo con colleghi e colleghe che dirigono altre istituzioni nel Paese. Pur lavorando in contesti molto diversi, spesso le problematiche sono simili, e sentirsi parte di una rete aiuta a non lavorare in isolamento.
Le collaborazioni, in realtà, fanno parte del modo stesso in cui si concepisce l’arte contemporanea. Al MACTE abbiamo già ospitato mostre arrivate da altri musei, come quella fotografica di Lisetta Carmi proveniente dal MAN di Nuoro, o progetti con artiste italiane che operano all’estero, come Lisa Caldana, le cui opere sono entrate nella nostra collezione grazie a un bando dell’Italian Council del Ministero della Cultura. Questi dialoghi sono sempre attivi e ci auguriamo che diventino ancora più frequenti in futuro”.
L’arte contemporanea non è sempre facile da comprendere. Come si fa a renderla più accessibile e “vicina” alle persone?
“Sì, è vero, ci vuole tempo. Come dicevo, sono serviti cinque anni per iniziare a vedere dei risultati. Serve tenacia e disciplina, ma credo che le persone si abituino anche così: imparando a frequentare l’arte, ad accoglierla, a non averne timore. Non è qualcosa che nasce dall’oggi al domani.
Se Termoli dovesse vincere, sarà importante farsi trovare pronti, perché funzioni davvero. Non può essere il lavoro di una singola persona – come me, o come chi dirige un museo – ma uno sforzo collettivo. Mi auguro che sempre più cittadini diventino protagonisti di queste sfide. “Traiettorie contemporanee” nasce anche per questo: non solo mostre canoniche, ma attivazioni, residenze d’artista, progetti che coinvolgono persone del territorio, dentro e fuori le mura del museo.
So che spesso il museo può incutere un po’ di soggezione, ma l’obiettivo è quello di creare dialogo, di lavorare in coprogettazione, cioè partire non solo da ciò che decide l’artista, ma anche dalle esigenze e dalle esperienze delle persone che vivono qui”.
Uno dei temi centrali oggi, del territorio ma anche del progetto candidato, è quello della fuga dei giovani. L’arte può contribuire a invertire questa tendenza?
“Il tema della fuga dei cervelli ci riguarda da vicino. In Molise tanti giovani si formano, anche in discipline artistiche, ma poi vanno via. Uno degli obiettivi del MACTE fin dalla nascita era proprio quello di offrire un museo di alta qualità in un territorio che soffre di spopolamento giovanile. Mi auguro che anche la candidatura a Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea possa generare una nuova consapevolezza e, insieme, opportunità di lavoro concrete, per trattenere qui le competenze e i talenti”.
L’arte contemporanea dialoga spesso con l’architettura e la rigenerazione urbana. In che modo questo approccio si traduce a Termoli?
“L’arte contemporanea, in fondo, dialoga anche con le contraddizioni urbane. Architettura e design sono parte di un processo più ampio, quello che chiamiamo rigenerazione urbana. Però perché questo funzioni davvero, a livello pubblico, serve una collaborazione tra diversi soggetti che lavorino insieme, non uno contro l’altro. Parlo dell’amministrazione pubblica, che deve voler riqualificare certi luoghi, ma anche del contributo del privato, perché questi progetti richiedono investimenti significativi.
L’attivazione che deriverebbe dal titolo di Capitale dovrà costruire alleanze solide e durature, altrimenti il rischio è quello di realizzare interventi che si spengono dopo poco. L’obiettivo di “Traiettorie contemporanee” è invece quello di lasciare tracce permanenti nello spazio pubblico, opere e azioni che restino e diventino parte del patrimonio della città”.
Come vi siete preparati per l’audizione al Ministero della Cultura? Ci può anticipare qualcosa?
“La preparazione per l’audizione è stata molto attenta e condivisa tra tutti i membri del gruppo di lavoro. Ognuno avrà un ruolo preciso nei trenta minuti di presentazione davanti alla giuria. Il sindaco Nico Balice aprirà l’incontro portando il saluto della città, il presidente del MACTE Paolo De Matteis Larivera e Gianfranco De Gregorio illustreranno la parte progettuale e strategica del dossier, mentre io parlerò più nello specifico del programma culturale. Sarà presente anche la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, perché uno dei punti chiave di questa candidatura è proprio la dimensione comunitaria: Termoli è il centro, ma il progetto si allarga alle associazioni e alle altre città e paesi che collaboreranno nella realizzazione degli eventi.
Durante l’audizione mostreremo anche il video realizzato da Klaus e il girato della performance che si è tenuta di recente tra Termoli e Casacalenda, con la partecipazione dei ragazzi: due momenti simbolici di costruzione e dialogo con le persone che abitano questi luoghi”.
Quando ha saputo che Termoli era tra le quattro finaliste, che cosa ha provato?
“Sono stata davvero felice. Non sapevo bene cosa avrebbe deciso la giuria, pensavo che potessero invitare tutte e sei le città della short list, invece hanno scelto solo quattro finaliste. Conosco molte persone che hanno lavorato alle altre candidature, so quanto impegno c’è dietro, quindi sono doppiamente orgogliosa di questa opportunità di presentare il nostro progetto con la consapevolezza di aver costruito qualcosa di serio”.

Se Termoli dovesse vincere, da dove si ripartirebbe concretamente?
“Nel caso in cui Termoli vincesse, non ci sarebbe da reinventare nulla: il dossier contiene già un budget, un cronoprogramma e un piano dettagliato di eventi nei vari luoghi. Bisognerebbe semplicemente “accendere” tutto, dare avvio a quanto previsto. Però, come dicevo prima, non bisogna aspettare il 2027: bisogna iniziare subito, perché progetti di questa natura hanno bisogno di tempo per maturare e radicarsi”.
E se invece non dovesse vincere?
“E anche se non dovessimo vincere, il valore di questo lavoro resterebbe comunque altissimo. Si sono create alleanze nuove, e credo che questa candidatura abbia avvicinato molto la cittadinanza e le realtà culturali del territorio, come il MAACK di Casacalenda. Mi auguro che questo patrimonio di relazioni non vada disperso”.
In questo periodo il MACTE ospita la mostra “Scollamenti”. Che legame ha con la candidatura?
“In questa mostra, “Scollamenti”, c’è anche la volontà di ridare visibilità alla collezione permanente del museo, riportandola al centro del racconto. È un modo per ricordare l’importanza storica e artistica del Premio Termoli e di molte opere che ne fanno parte. Allo stesso tempo, la rotonda del museo continua a essere uno spazio vivo, dedicato agli eventi, al dialogo e alle pratiche condivise. È un segnale di apertura, un primo passo di conversazione e di celebrazione di ciò che si può fare insieme”.
C’è un’opera del Premio Termoli alla quale è particolarmente legata o che rappresenta meglio lo spirito della città?
“E’ difficile rispondere. Sarebbe come chiedere qual è il tuo libro preferito: dipende dal giorno in cui si fa la domanda. Forse la verità è che non esiste ancora l’opera che meglio rappresenta lo spirito del tempo di questa città. Mi auguro che arrivi presto, magari proprio nel 2027, quando celebreremo la 65ª edizione del Premio Termoli. Sarebbe il segno perfetto: un allineamento di pianeti, o forse di costellazioni, per così dire, che raccontano un nuovo inizio”.





