Falegnameria, cavalli e dischi patriottici: il tempo perduto di Palazzo Crema. (E una poesia)
Lo storico Giovanni De Fanis torna nei luoghi dell’infanzia: il terrazzo demolito, il deposito di calce viva, la passerella dopo i bombardamenti. Scene di vita quotidiana che raccontano l’anima di un edificio che ha fatto la storia di Termoli.
Con il comprensibile coinvolgimento emotivo di chi in quel fabbricato vi ha trascorso una parte importante della propria vita, ho seguito mercoledì sui giornali telematici locali le fasi della demolizione di alcune parti di palazzo Crema.
Parti aggiunte dopo la costruzione del corpo principale, si è scritto, ma anche quella di un lungo terrazzo parallelo al fabbricato, su cui affacciava la parte notte dell’abitazione dei Crema e sotto la quale erano situate la falegnameria e le stalle.
Sull’antistante area scoperta vi era il fosso della calce viva, opportunamente recintato, e accanto sia il deposito di materiali edili vari, che i tubi in cemento che un altro dipendente, il paziente Michele Galasso, allineava giorno dopo giorno dopo averli realizzati. Sull’insieme il fidato magazziniere Pietrino D’Aimmo faceva instancabilmente il suo andirivieni per le varie necessità occorrenti.
Ignoro quando il terrazzo affacciante anche su via Aubry fu costruito, ho però assistito negli anni Cinquanta alla edificazione di quello più a monte di via Carlo Delcroix e sul quale il mastro muratore Peppino Pellegrino con arte e lento ritmo ha rivestito di minuscole piastrelle mosaicate una piccola vasca posta lì per abbellimento.
Il fabbricato fu eretto nel 1928/29 da Giovanni Crema, muratore e piccolo imprenditore, su un’area fino ad allora abbandonata a sé stessa di proprietà della famiglia Campolieto. Quattro anni dopo, appena sposati, i miei genitori affittarono un minuscolo appartamento al primo piano, dotato però di acqua corrente e bagno. Una rivoluzione per quell’epoca a Termoli. Solo che l’acqua, data la penuria, arrivava in città spesso di notte e col contagocce. E il bagno era così striminzito che a stento vi conteneva una persona.
Il fabbricato, se da un lato affacciava sull’area del porto allora in costruzione, da quello opposto era interamente nascosto dal terrapieno nella sua parte inferiore; ostacolo che sarà rimosso con la costruzione della scalinata nel 1941. Fu allora che la parte a ovest abitata dai Crema vide per la prima volta la luce.
Per consentire l’accesso a una parte degli affittuari del primo piano, fu costruita in muratura una scalinata esterna che al momento dello sbarco alleato rimase seriamente danneggiata dallo scoppio di una granata e sostituita da una lunga passerella di legno. Solo più tardi verrà rimossa essendo stata costruita la scala interna.
Non molto tempo fa su questo giornale ho raccontato quanta vita vi fosse all’interno di quel palazzo e intorno a esso e quanto triste silenzio lo avvolgesse dopo l’abbandono dei suoi abitanti e lavoratori. Un tempo dal suo interno voci e suoni continui si rincorrevano tutto il giorno.
Stentorea quella che saliva da casa Crema di Ninetta Di Pietrantonio. Sì proprio lei, la novantenne infortunata sulla barca di San Basso di questa estate. Indimenticabili l’alto volume della radio-grammofono del Cav. Giacinto De Pasqua, grande invalido di guerra, con i suoi dischi patriottici (La leggenda del Piave, l’Inno di Garibaldi), gli spari delle doppiette la notte di Capodanno dello stesso De Pasqua e del Capitano Rosati.
E ancora: i rumori delle pialle nella falegnameria e i nitriti dei cavalli nelle stalle, le grida gioiose dei ragazzi del palazzo lungo la scalinata trasformata in luogo dei loro giochi.
A restituire oggi un po’ di animazione le iniziative dell’Estate termolese per poi tornare muto. Ora, con i lavori avviati sta per cominciare per Palazzo Crema una nuova vita. Quella passata resterà nei ricordi di chi ha amato quel luogo lasciandovi il cuore, e talvolta anche una poesia.
M’ARECÒRDE
P’u tèrze Córse, andó stanne i scalélle,
guardanne ’llu palazze scarefäte,
tutte de bbòtte m’haja recuerdäte
gènde ca ’nd’a memòrie n’ce scangèlle.
Ghi’ dinde a quéòòa cäse ce so’ nate:
affianghe a nü’ stattève Leguesèlle,
sòpe zia Céléstine Agòstinèlle
e quillu gransegnòre de Rósäte.
A quèll’ata parte “Bòttapequere”,
pu’ Marì de Lòrète che Peppine,
Cucume, Cecchine, Rósa Mètere
E sótte a tutte Créme, u padròne.
Andó jecuäve Basse Pellegrine
Mò ce zómbe e ci’abballe de staggiòne.
MI RICORDO
Per il terzo Corso, dove stanno le scalette,
guardando quel palazzo fatiscente,
improvvisamente mi sono ricordato
di persone che nella memoria non si cancellano.
Io in quella casa ci sono nato:
accanto a noi c’era Luisella,
sopra, zia Celestina Agostinelli
e quel galantuomo di Rosati.
Dall’altra parte “Bòtta pécuere”,
poi, Maria di Loreta con Peppino,
Cucumo, Cicchino e Rosa Metere
E al piano sotto tutti Crema, il proprietario.
Laddove giocava Basso Pellegrino,
ora si salta e si balla l’estate.
(da Retratte, anno 2000)










