West Nile, l’infettivologo Auricchio: “In Molise pronti a fronteggiare l’emergenza. Virus già presente e favorito dal clima, niente allarmismi”
Sintomi, categorie a rischio e misure di prevenzione secondo il dottor Antonio Auricchio, in servizio nel reparto di Infettivologia dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. “Trasmissione tramite zanzare comuni, la maggior parte delle infezioni è asintomatica. Con il cambiamento climatico il periodo di attività si allunga e si estende a nuove aree. Terapia solo di supporto, nessun farmaco specifico”.
Il virus West Nile continua a circolare in Italia, con una curva in crescita nella seconda settimana di agosto: dall’inizio della stagione 2025 sono stati confermati almeno 179 casi e circa 20 decessi, tra cui 72 forme neuro-invasive. Le nuove segnalazioni, provenienti soprattutto da Lazio, Lombardia, Trentino, Piemonte, Sardegna e Calabria, stanno aumentando la pressione anche nelle aree del Centro-Sud già interessate da focolai, in particolare Lazio e Campania. In Molise, l’Asrem ha confermato la presenza del virus in un pool di zanzare nella provincia di Isernia, ma finora non sono stati registrati casi umani. Antonio Auricchio, dirigente medico del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, spiega in questa intervista cosa significa questa rilevazione, quali sono i sintomi, le categorie più a rischio e come prevenire le punture di zanzare infette.
Dottor Auricchio, in Molise è stata confermata la presenza del virus West Nile in un pool di zanzare nella provincia di Isernia. Quanto è significativa questa rilevazione dal punto di vista epidemiologico?
“È un virus che ha sempre circolato. In questo momento c’è una particolare attenzione per i casi descritti e per i decessi confermati. Lo studio sui pazienti viene fatto quando c’è un forte sospetto, ma non si può escludere che anche in passato ci siano stati casi sintomatici o decessi con concomitante infezione non diagnosticata, perché non è semplicissimo individuarla. Questo dato è quindi significativo perché impone di considerare, nell’epidemiologia locale, anche questa patologia che, ripeto, non sempre viene studiata. I medici richiedono la sierologia o la ricerca del virus nel liquor cefalorachidiano solo quando c’è un sospetto concreto, ma non è un’indagine di routine. Di fronte a un’encefalite o a una meningite, si pensa prima alle forme più comuni e solo in un secondo momento a patologie meno frequenti, ma comunque presenti”.
Quali sono i sintomi più comuni dell’infezione nell’uomo e quali campanelli d’allarme devono spingere a rivolgersi subito a un medico?
“I sintomi più frequenti dell’infezione nell’uomo sono febbre o febbricola, cefalea, dolori articolari e rash cutanei fugaci. Si tratta però di manifestazioni molto comuni, che si possono riscontrare in tante altre patologie stagionali, quindi non sono specifiche. Più del 95% dei soggetti è completamente asintomatico e una piccola quota presenta sintomi lievi come febbricola o un rash cutaneo di breve durata. In alcuni casi si possono osservare anche disturbi gastrointestinali come diarrea o vomito.
Solo meno dell’1% dei pazienti, circa un caso ogni 150 infezioni, sviluppa una forma grave. In questi casi i sintomi sono soprattutto di tipo neurologico e richiedono monitoraggio medico, eventuale ricovero, esami specifici come la puntura lombare e altri accertamenti. Non esiste una terapia mirata, quindi il trattamento è di supporto. Per questo motivo è importante non allarmarsi di fronte a sintomi lievi e aspecifici, ma rivolgersi subito a un medico se compaiono disturbi più severi, in particolare di tipo neurologico”.
Esistono categorie di persone più vulnerabili alle forme gravi della malattia?
“Assolutamente sì, ci sono persone più vulnerabili alle forme gravi, ma più che preoccuparsi bisogna concentrarsi sulla prevenzione dalle punture di insetto, che resta l’unica arma che abbiamo. A dover prestare particolare attenzione sono le cosiddette età estreme della vita, quindi bambini e anziani, e in particolare gli anziani con comorbidità. Anche chi ha patologie che compromettono il sistema immunitario è più a rischio di rientrare in quel meno dell’1% dei casi che sviluppa una malattia conclamata o grave.
Si tratta, ad esempio, di pazienti oncologici, persone sottoposte a trattamenti chemioterapici, gravi obesi, cardiopatici o affetti da patologie croniche che alterano l’equilibrio del sistema immunitario. Queste condizioni possono ridurre la capacità dell’organismo di rispondere a un’infezione virale come il West Nile. È un po’ lo stesso principio osservato con il Covid: la risposta ai virus dipende molto dall’efficienza del sistema immunitario, e quando questo è compromesso il rischio di sviluppare forme più gravi aumenta”.

Ad oggi non esiste un vaccino per la popolazione generale: quali sono quindi le misure di prevenzione più efficaci per ridurre il rischio di punture da zanzare infette?
“Visto che non esiste un vaccino per la popolazione generale, le misure di prevenzione più efficaci restano quelle indicate dal Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle arbovirosi 2020-2025, già previsto e non introdotto solo adesso. Fondamentale è la corretta gestione del territorio e degli ambienti, sia pubblici che privati. Sicuramente molto può fare il singolo individuo: questo virus è trasmesso da zanzare comuni, attive soprattutto nelle ore notturne, dal tramonto all’alba. È quindi importante indossare, se possibile, indumenti lunghi come pantaloni e camicie, utilizzare repellenti, dormire sotto zanzariere se si è all’aperto in campeggio e installarle anche in casa. Va inoltre evitato ogni ristagno d’acqua, svuotando ad esempio sottovasi e contenitori nei giardini, perché lì le zanzare depongono le uova.
La prevenzione individuale, in molti casi, è più efficace della disinfestazione generale, anche se quest’ultima resta utile se effettuata periodicamente e in maniera mirata. Con il cambiamento climatico, una patologia che prima si concentrava tra primavera e autunno tende oggi ad avere una finestra temporale più ampia”.
In che misura il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature favoriscono la diffusione di questo virus anche in aree dove prima era assente?
“Il cambiamento climatico influisce in modo diretto sulla diffusione del West Nile, sia estendendone il periodo di attività, sia favorendone la presenza in aree dove prima era assente. Temperature più alte, variazioni dell’umidità e cambiamenti stagionali creano condizioni favorevoli alla proliferazione delle zanzare vettori. Patologie come il West Nile, che in passato erano spesso considerate di importazione e venivano studiate solo nei casi più sospetti, oggi sono ormai stabilmente presenti sul nostro territorio.
È lo stesso fenomeno che ha permesso, ad esempio, la comparsa in Italia di casi di Chikungunya: malattie sempre esistite, ma con un’incidenza probabilmente in aumento. Non essendoci trasmissione diretta da persona a persona, non c’è un rischio di epidemia nel senso classico, ma la gestione richiede comunque una stretta collaborazione tra sanità pubblica, amministrazioni e aziende, per attuare le misure preventive più efficaci”.

In caso di infezione, quali terapie sono disponibili e qual è la prognosi nella maggior parte dei casi?
“In Molise, al momento, non ci sono casi di West Nile, ma siamo assolutamente pronti a fronteggiarli. Le linee guida per la gestione sono state aggiornate di recente e non prevedono farmaci specifici, quindi non c’è alcun problema di approvvigionamento: la terapia è di supporto e si concentra sulla gestione dei sintomi e sul mantenimento dei parametri vitali in condizioni stabili e in miglioramento. Tutti i presidi e le terapie necessarie sono già a disposizione del nostro reparto.
L’aspetto più delicato riguarda la diagnosi: ogni caso sospetto segnalato dal pronto soccorso viene valutato con attenzione e confermato tramite esami sierologici. A differenza di altre situazioni, come per esempio il botulismo – per il quale esiste un antidoto alla tossina botulinica che va reperito rapidamente, seguendo procedure già ben collaudate – nel caso del West Nile non c’è un farmaco mirato e nessuna terapia specifica ha dimostrato efficacia. Questo significa che la gestione clinica si basa interamente su interventi di supporto che conosciamo bene e che sappiamo applicare con tempestività ed efficacia”.
È possibile che in passato si siano verificati casi di infezione da West Nile passati inosservati perché privi di sintomi evidenti?
“È assolutamente possibile che in passato ci siano stati casi legati alla puntura di questa zanzara che non hanno dato alcun sintomo evidente. Se potessimo ipoteticamente effettuare una sierologia a tappeto sulla popolazione, sono certo che molte persone risulterebbero già positive, a dimostrazione del fatto che la maggior parte delle infezioni decorre in modo paucisintomatico o completamente asintomatico”.


