Pandemia colposa e condotte omissive: la Cassazione riaccende le speranze per una nuova inchiesta
Dopo la sentenza delle Sezioni Unite, pronto un nuovo esposto per le responsabilità legate alla gestione del Covid in Molise
Dopo la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione penale, che ha sancito la configurabilità del reato di pandemia colposa anche in presenza di condotte omissive, si apre un nuovo fronte sul caso molisano della gestione Covid.
Lo studio legale che assiste il Comitato dei familiari delle vittime, rappresentato dall’avvocato Vincenzo Iacovino, ha annunciato l’intenzione di chiedere formalmente la riapertura del fascicolo penale archiviato nei mesi scorsi dalla Procura della Repubblica di Campobasso, sostenendo che le nuove indicazioni della Suprema Corte impongano una rivalutazione alla luce di un orientamento giurisprudenziale oggi radicalmente mutato.
Il riferimento è alla sentenza n. 27515/2025, con cui le Sezioni Unite hanno stabilito che il delitto di epidemia colposa, previsto dal codice penale, può essere integrato anche da omissioni, a condizione che l’agente fosse titolare di un obbligo giuridico di attivarsi e che tale omissione abbia avuto un ruolo causale nella diffusione del contagio. Un principio che ribalta il precedente orientamento, al quale la Procura di Campobasso e il gip Roberta D’Onofrio si erano attenuti nel procedimento penale avviato nel 2020 in seguito al primo esposto del Comitato.
Quel fascicolo, uno dei più rilevanti tra quelli aperti in Italia sulla gestione del Covid, conteneva accuse gravi: omicidio colposo, epidemia, interruzione di pubblico servizio, omissione in atti d’ufficio, delitti colposi contro la salute pubblica. Gli indagati erano dieci, tra cui ex vertici della sanità regionale e dirigenti ospedalieri, compreso l’allora commissario straordinario del sistema sanitario molisano.
Tuttavia, a gennaio 2024, il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta di archiviazione, ritenendo che nessuna delle condotte denunciate integrasse gli estremi del reato. Secondo il gip, non vi era né dolo né colpa nella diffusione del virus, né erano stati omessi interventi organizzativi idonei, seppur in un contesto riconosciuto come fortemente critico.
Ora, però, la nuova sentenza della Cassazione introduce un’interpretazione diversa, che potrebbe cambiare le carte in tavola. I familiari delle vittime, attraverso i loro legali, ribadiscono che durante la pandemia all’ospedale Cardarelli si verificarono episodi gravi e documentati: pazienti sospetti Covid inseriti nei reparti senza attendere il risultato del tampone molecolare, dirigenti che non rispettavano i protocolli, carenze strutturali mai risolte come l’adeguamento dell’impianto di ossigeno, la mancata attivazione del centro Covid, la formazione insufficiente del personale e la gestione improvvisata dei percorsi interni.
In molti casi, riferiscono, i malati entrarono in contatto con altri pazienti o con il personale sanitario senza che fosse nota la loro positività, contribuendo così, in modo colposo, alla diffusione del contagio sia dentro l’ospedale che all’esterno.
“Quella sentenza – dichiara l’avvocato Vincenzo Iacovino – ribalta completamente l’impianto giuridico su cui si era basata la richiesta di archiviazione. Ora è chiaro che anche una condotta omissiva può determinare il reato di pandemia colposa. La Procura e i giudici non potranno ignorarlo. Chiederemo formalmente la riapertura del fascicolo”.
Iacovino annuncia anche che lo studio legale continuerà a rappresentare il Comitato come parte civile: “Non molleremo. Lo dobbiamo alle tante vittime e ai familiari che aspettano giustizia. Chi aveva l’obbligo di intervenire e non lo ha fatto dovrà rispondere delle sue responsabilità, sia in sede penale che civile”.


