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Indagati per corruzione: Occhiuto si dimette, Roberti resiste. Sistemi di potere a confronto

In Calabria il Presidente della Regione Roberto Occhiuto di Forza Italia dopo l’iscrizione nel registro degli indagati per il reato di corruzione da parte della Procura di Catanzaro si è dimesso. Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha spiegato che ha scelto così non “perché indagato”, ma per l’impossibilità di governare in un clima avvelenato, rimettendo la decisione agli elettori. Il Consiglio regionale ha preso atto delle dimissioni. La Calabria torna al voto in ottobre.

In Molise il Presidente della Regione Francesco Roberti, anche egli iscritto a Forza Italia, è indagato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso per una presunta corruzione in un filone d’inchiesta relativo a fatti accaduti quando era sindaco di Termoli e presidente della Provincia di Campobasso, che non riguardano reati di stampo mafioso. Roberti ha rivendicato trasparenza e la volontà di continuare a governare il Molise. La sua maggioranza lo ha difeso. L’opposizione in Consiglio Regionale non ha chiesto in modo compatto il passo indietro, preferendo un approccio garantista. Roberti al momento ha evitato le dimissioni e attende la richiesta di rinvio giudizio da parte della Procura. La legislatura prosegue. Il potere in Molise, al momento, è salvo.

In Calabria il potere è invece di nuovo conteso. Le dimissioni del presidente dopo l’avviso di garanzia sono apparse fin da subito dettate dalla necessità di evitare il rischio di una paralisi istituzionale. In Molise, a parità di reato contestato, quello di corruzione, la struttura del potere è rimasta in piedi. Salda. La differenza non sta dunque nella portata del reato contestato, identico, ma nella differente qualità dell’ecosistema politico-mediatico nel quale si opera e nella diversa forza di consenso di cui si gode. In Calabria Roberto Occhiuto, travolto dall’inchiesta su appalti e fondi Pnrr, si è dimesso “per difendersi” e non trascinare la Regione nel caos cercando nella rincorsa alle urne anticipate la sua rilegittimazione. In Molise, dove gli avvisi di garanzia hanno colpito non solo Roberti, ma anche la moglie, la maggioranza non ha vacillato. Nessuno ha davvero pensato di rinunciare allo status di assessore o di consigliere regionale. Zero intoppi nella marcia del calendario politico.

Ci sono dunque due Italie, anche all’interno della stessa coalizione politica di destra: una dove i pesi e contrappesi e gli interessi contrapposti politici ed economici funzionano anche grazie alla pressione data dall’attenzione nazionale che non consentono al leader di turno di reggere l’urto di una inchiesta così infamante. L’altra dove la contrapposizione di interessi economici è più flebile, le relazioni fra avversari politici sono più intricate, sclerotizzate e la coesione del blocco di potere, al di là delle appartenenze politiche, diviene naturalmente più univoca e resistente. In Molise è evidentemente possibile reggere l’urto di un’inchiesta così grave. La presunzione di innocenza del cittadino assorbe e assolve anche le responsabilità della mancata cautela che un politico sarebbe costretto ad assumere se sollecitato con forza e costanza da avversari e opinione pubblica.

Lo stato di salute della democrazia molisana del resto si misura prima di tutto nella partecipazione. Alle regionali 2023 ha votato meno di un elettore su due: affluenza finale al 47,94 per cento. È un dato che non cambia solo i risultati: definisce la stessa legittimazione politica di chi governa, perché riduce la platea del consenso reale e amplia l’area silenziosa dell’astensione che disertando le urne accusa un sistema politico bloccato, incapace di offrire vere alternative. E senza vere alternative l’astensione è destinata a crescere ulteriormente in una regione che perde popolazione, invecchia e si spopola. Gli indicatori demografici sono un macigno: 289 mila residenti nel 2024, –10% circa dal 2000, con stime 2025 ancora in calo. Su territori fragili il sistema della rappresentanza si fonda sulle reti personali: la conoscenza conta più dei programmi; la vicinanza più delle idee. Così la concorrenza politica si fa meno contendibile. E anche chi perde resta saldo al suo posto di flebile oppositore, perché garantire lo status quo equivale a mantenere comunque un ruolo nell’assetto di potere consolidato.

Come funziona la politica in Molise lo spiegò in modo perfetto l’eurodeputato Aldo Patriciello durante la campagna elettorale alle Europee del 2024 intervistato da Il Fatto Quotidiano. Patriciello è da anni il kingmaker del centrodestra regionale, ma quando è stato necessario ha saputo offrire il sostegno elettorale e politico necessario per consentire di governare anche al centrosinistra. Nel 2023 la sua lista civica “Il Molise che Vogliamo” è stata la terza forza della coalizione e ha contribuito alla vittoria di Roberti con circa il 10% dei voti. Una dote politica che pesa non solo in aula, ma nella formazione degli equilibri economici del territorio, dove gli interessi del gruppo Patriciello sono noti, in particolare nella sanità. Nell’inverno 2024 Patriciello ha lasciato Forza Italia per passare alla Lega. Ma il segnale politico più rilevante in Molise è stata la continuità del suo sostegno alla giunta anche dopo l’inchiesta: “Continueremo a sostenere Roberti”. La sostanza del sodalizio è lì: filiere di potere che attraversano sigle di partito e portano voti, consenso, mediazione amministrativa ad un leader che determina da oltre 25 anni le sorti delle maggioranze di governo di destra o di sinistra in Molise grazie alla sua forza elettorale ed economica. Forse sta qui la ragione per cui un’inchiesta può arrivare a lambire i piani alti del potere regionale senza mutare, almeno nell’immediato, la geografia del vero comando.

L’altra mezza luna oscura della democrazia molisana è la sfera pubblica. In una regione piccola l’offerta informativa è inevitabilmente concentrata. Il pluralismo “del mercato informativo” tende a volte al monologo o all’auto-censura. Poca concorrenza, pochi investimenti, scarsa copertura nazionale delle vicende locali. Non è una colpa, è un’evidenza sistemica che le stesse analisi dell’Autorità per le comunicazioni segnalano quando descrivono le fragilità strutturali dell’informazione locale che portano inevitabilmente alla concentrazione del potere mediatico. In questo contesto un’opinione pubblica davvero libera fa più fatica a formarsi e a pesare sulle scelte dei decisori.

Sul piano istituzionale il Molise attraversa da anni criticità che erodono fiducia: sanità sotto piani di rientro e provvedimenti commissariali, conti pubblici in affanno, servizi riorganizzati per scarsità di risorse. Sono leve che aumentano la dipendenza dai centri decisionali regionali e nazionali e rendono ancora più prezioso il controllo politico degli snodi amministrativi. Anche qui la stabilità del governo locale, pure sotto pressione giudiziaria, diventa un bene negoziato tra élite, più che un bene contendibile dalle risultanze del dibattito che si svolge nell’arena pubblica.

C’è poi il tema, oggi tutt’altro che di mera natura accademica per costituzionalisti, della stessa autonomia regionale. Nel 2024 è nato un comitato referendario per accorpare la provincia di Isernia all’Abruzzo, esplicitamente pensato come primo passo verso l’unione Molise-Abruzzo. L’idea, rilanciata da commentatori e politici di peso e persino oggetto di analisi giornalistiche nazionali, ha riaperto una discussione che attraversa ciclicamente il Paese: le regioni piccole hanno la massa critica per reggere funzioni e servizi? In Molise le eventuali dimissioni di un presidente, in questo quadro, non sarebbero un passaggio politico certamente drammatico, ma costituzionalmente neutro: diventerebbero un detonatore simbolico in una ridefinizione identitaria già in corso, alimentando l’argomento di chi sostiene l’accorpamento come risposta “efficientista” a spopolamento, debolezza fiscale, inefficacia amministrativa. La continuità, al contrario, offre l’immagine di una Regione, in tutte le sue componenti politiche, impegnata a “reggere il fronte” anche nelle tempeste giudiziarie, per evitare che una crisi politica si trasformi in una crisi sistemica e istituzionale.

Perché dunque in Calabria un presidente inquisito per corruzione cade e in Molise no? In Calabria la pressione d’opinione pubblica regionale e nazionale, la dimensione del sistema politico e l’impatto immediato sull’uso dei fondi europei hanno reso insostenibile la permanenza del presidente, almeno nella logica del “non contagiare le istituzioni”. In Molise, dove l’arena è più ristretta e l’architettura del potere si è consolidata attorno a una regia politico-personale, il costo della crisi di governo appare a tutto il ceto dirigente superiore a quello della permanenza al vertice della Regione di un inquisito per corruzione. In più, con un astensionismo strutturalmente alto e un mercato dell’informazione specchio della dimensione demografica della Regione, la sanzione democratica arriva debole e lenta. Il tempo gioca per chi governa, per chi detiene il potere.

L’equilibrio dell’alternanza democratica può cambiare solo se tornano partecipazione e pluralismo effettivi: affluenza, concorrenza politica vera, trasparenza su appalti e sanità, più “editori puri”, maggiore attenzione della politica nazionale sulle sorti di una popolazione, dunque di elettori, così esigua. Senza questi ingredienti, anche le inchieste più dirompenti rischiano di scivolare sulla superficie del potere, che in Molise, per ora, resta immune da qualsiasi  giudizio proveniente dall’esterno del Palazzo.