Logo
“Chiedo l’ergastolo per chi ha ucciso mia figlia. Il mio è vivere senza Sonia, una condanna che non finirà mai”

Nel giorno in cui Sonia Di Pinto avrebbe compiuto 50 anni, la madre Antonietta ha parlato durante il memorial a Petacciato. Le sue parole sono diventate una richiesta di giustizia per la figlia assassinata nel 2022 in Lussemburgo: “Mi aspettavo l’ergastolo. Invece il mio ergastolo è questo: vivere senza di lei”. Intanto la famiglia ha presentato ricorso contro la sentenza che ha condannato i due imputati a 30 anni di reclusione.

“Il mio ergastolo è vivere senza miglia, io non finirò mai di scontare questa pena”. Sono parole che Antonietta Aniello pronuncia sul belvedere che abbraccia il mare, mentre regge tra le mani una lettera appena letta ad amici e cittadini di Petacciato, indossando una maglietta bianca con stampata l’immagine sorridente di sua figlia.

Sonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorialMemorial Sonia di pintoMemorial Sonia di pintoMemorial Sonia di pinto antonietta

E’ giovedì 7 agosto. Sonia Di Pinto avrebbe compiuto cinquant’anni e “se fosse stata qua avremmo fatto insieme le piccole cose che amavamo fare, avremmo festeggiato questa ricorrenza in famiglia”. Invece da tre anni la vita di Antonietta è sospesa, galleggia in quel vuoto che divora il futuro, lasciato da un omicidio. Un vuoto che non si riempie. “Chi commette crimini non uccide solo una persona, uccide una famiglia intera. E non solo la mamma e il papà. Ci sono i fratelli, i cugini, gli zii, le persone che ti vogliono bene. Il dolore appartiene a tutti”.

Sonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorial

La voce della madre di Sonia attraversa Petacciato durante il memorial organizzato dall’associazione “Il Cuore di Petacciato APS”, con il patrocinio del Comune. Oltre l’evento pubblico: è stato un atto civile, una chiamata collettiva alla memoria e alla giustizia. Proprio in questi giorni, la famiglia Di Pinto ha ufficializzato il ricorso contro la sentenza del tribunale di Lussemburgo, che ha condannato i due imputati Abdou S. e Lamine M. a trent’anni di carcere, cinque dei quali sospesi, per l’omicidio volontario di Sonia. Il terzo imputato, Edu, è stato assolto. “Mi aspettavo l’ergastolo. Era il minimo. Ma la Procura, pur riconoscendo che il carcere a vita sarebbe stato giusto, ha detto che sono giovani. Si è accontentata di 30 anni. Ma io faccio una domanda: e io? Il mio ergastolo è questo, vivere senza Sonia”.

Antonietta non cerca vendetta. Cerca giustizia. E lo dice con parole limpide, semplici: “Non lo faccio per mia figlia. Non lo faccio per me. Lo faccio per tutti. Perché finché chi commette violenza non viene punito in modo giusto, non finirà mai. La violenza nasce da un vuoto dentro. Questi giovani non hanno nessuno che li accompagna. E allora si sfogano nel modo peggiore, calpestano vite e futuro”.

Sonia è stata uccisa durante una rapina nel locale in cui lavorava. Si sarebbe dovuta spostare da lì a poco, proprio a Petacciato, dove c’è il compagno Sauro, l’uomo che è sempre rimasto vicino alla famiglia. “La mia forza, mio genero a tutti gli effetti” precisa Antonietta, mentre si abbracciano con le lacrime agli occhi. A Petacciato, la comunità ha risposto con una giornata dedicata alla memoria, “perché ricordare significa evitare che la falce dell’oblio”. Dopo la messa nella chiesa di San Rocco, adulti e bambini hanno camminato in corteo per le strade del paese, reggendo in mano le fotografie di Sonia, fino al belvedere dove un cuore d’acciaio porta il suo nome. Proprio lì, di fronte al mare, le immagini di Sonia sono state appese con delle mollette, come panni stesi: frammenti di una vita piena, solare, generosa. Un volto che sorride, che balla, che abbraccia, che viaggia, che ride con gli amici. Un volto che manca.

Sonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorialSonia di Pinto memorial

Nel giorno in cui avrebbe compiuto cinquant’anni, Antonietta ha letto una lettera alla figlia, mentre la popolazione ha ascoltato commossa. “Ogni anno facevamo qualcosa. Quando ho compiuto quarant’anni mi ha organizzato una festa con le amiche, a sorpresa. Anche oggi la festa la facciamo, ma in un altro modo”. Intorno a lei, il silenzio commosso della comunità, gli occhi lucidi, le mani intrecciate, l’abbraccio del presidente dell’associazione Gianna Di Lena e il pensiero, immenso, che non c’è perdita più innaturale di una madre che sopravvive a una figlia, ammazzata per giunta. La condanna peggiore. “Con la malattia ti rassegni di più, hai tempo per curare, abbracciare. Con un incidente puoi dire: è successo. Ma questo no. Questo è un omicidio volontario. E allora cambia tutto. Cambia la vita. Stravolge tutto”.

Memorial Sonia di pintoMemorial Sonia di pintoMemorial Sonia di pintoMemorial Sonia di pinto

Antonietta Aniello non si arrende e lotta per la sopravvivenza di Sonia attraverso il suo ricordo e la celebrazione della bellezza che ha incarnato, che continua a splendere nelle immagini accarezzate dai raggi del sole al tramonto e dalle luci serali quando, dopo una pausa, il memorial si sposta in piazza Belgioioso, dove il dibattito pubblico ha dato voce alla cultura, all’impegno e al dolore trasformato in consapevolezza. Sono intervenuti, tra gli altri, lo scrittore Giovanni Mancinone, con un focus emozionante sul diritto alla vita delle donne, l’insegnante Paola Di Iacovo, la scrittrice Laura D’Angelo. L’obiettivo è stato uno solo: tenere viva la memoria di Sonia e trasformarla in azione concreta contro la violenza e la discriminazione di genere.

Sonia Di Pinto era emigrata in Lussemburgo per lavorare. La notte tra il 16 e il 17 aprile 2022, mentre chiudeva il ristorante Vapiano dove lavorava, è stata aggredita e uccisa da due colleghi che volevano impossessarsi dell’incasso. Da allora, la madre Antonietta non ha mai smesso di chiedere giustizia. Ha seguito ogni udienza, ha guardato negli occhi gli imputati. “Li ho guardati in quell’aula di Tribunale, per la prima volta. Ho incrociato i loro occhi che mi hanno evitata, sono rimasta quasi indifferente. Non sono arrabbiata, ma non posso perdonare. Non adesso, non finché non sentirò che è stata fatta giustizia”. La sentenza è arrivata come una nuova ferita. “Non basta – ripete – perché io l’ergastolo lo vivrò fino alla fine dei miei giorni”.