Dopo il Pride
|Quella valanga di commenti d’odio sui social. Vittoriano Perris: “Fanno male alla città e ai vostri figli, la vera indecenza di Termoli è altrove”
Dopo aver partecipato con entusiasmo al primo Pride di Termoli, città dove ha scelto di vivere, Vittoriano Perris, giovane professionista omosessuale, parla dei commenti omofobi e discriminatori apparsi sui social. In questa intervista-manifesto afferma con coraggio: “Non sono i ragazzi il problema, ma gli adulti che li giudicano. Chi offende pubblicamente l’identità altrui fa un danno irreparabile, anche ai propri figli. Chi scrive certi post potrebbe spingere qualcuno a farla finita”. E denuncia l’ipocrisia di una città dove si tollera l’indecenza di spiagge che nel fine settimana diventano scenario di sesso a cielo aperto, ma condanna una sfilata pacifica per i diritti umani. “A Termoli non ho mai visto due ragazzi tenersi per mano. E chi partecipa al Pride viene etichettato come pervertito. Serve accoglienza, conoscenza, educazione civica”.
Vittoriano Perris è un professionista brillante che ha scelto Termoli per vivere. Si è trasferito in Molise per motivi di lavoro, entrando in collaborazione con una delle realtà imprenditoriali più attive del territorio. Termoli, l’ha sempre detto, “è una città bellissima, con potenzialità straordinarie”.
Poi è arrivato il Pride. Sabato scorso, per la prima volta, la città ha ospitato la manifestazione per i diritti LGBTQIA+. E con essa, sui social, si è riversato un flusso di odio, pregiudizio, disprezzo. “Un lato di Termoli che non conoscevo, e che mi ha profondamente deluso” racconta Vittoriano, omosessuale dichiarato. La parata, per chi c’era, è stata una festa. “Ho partecipato a Pride in tutta Italia – Bologna, Napoli, Roma, Bari – eventi molto più grandi. Quello di Termoli è stato bellissimo. C’era un’educazione incredibile, entusiasmo, allegria. Era una festa popolare, come quelle patronali. Il Pride è questo: è la voglia di sentirsi liberi. Liberi di vestirsi, di truccarsi, di camminare senza paura. Non c’è ostentazione. E anche quando c’è, e non era il caso di Termoli, nessuno dovrebbe giudicare”.
Per Vittoriano è il dopo che fa più male. La lettura dei commenti. Il veleno. L’odio gratuito. “Se qualcuno oggi si vestisse con una minigonna e andasse in giro, dovrebbe avere il diritto di farlo. E invece leggiamo frasi come ‘che schifo’, ‘che degrado’, ‘carnevale fuori stagione’, ‘un circo’, ‘invertiti’ o ‘depravati’. Parole pesanti, cariche di disprezzo. Io quelle frasi le stamperei su un manifesto 6×3, in piazza, per mostrare alla città che cosa significa davvero l’omofobia e i nomi e i cognomi di chi la pratica. E a scrivere certi commenti non sono i ragazzi. Sono adulti. Padri, madri, gente con figli che cresceranno con l’odio addosso. Genitori, in alcuni casi, di ragazzi che conosco e che hanno paura di manifestare la propria omosessualità per un contesto che sanno già li discriminerà a priori”. Vittoriano racconta con lucidità. Sa che lui può permettersi di reagire. Ma pensa agli altri. Ai ragazzi più giovani. A chi ha paura perfino di entrare in palestra, di camminare per strada, di essere giudicato se è “troppo femminile”.
“Essere gay non è una scelta. Non ti svegli una mattina e dici: oggi voglio essere omosessuale. È la nostra natura. È scienza. È genetica. Dire che è una decisione che si prende significa essere ignoranti e non conoscere. E il giudizio sociale, quando parte da questa ignoranza, è devastante”.
“Penso a chi dice, per esempio, ‘I ragazzi coi tacchi’. All’estero riderebbero. I camperos sono artisti, ballerini, performer. In tv, ad ‘Amici’, ballano sui tacchi. Alcuni sono gay, altri etero. Ma chi guarda quei programmi? Gli stessi che poi giudicano. È ignoranza pura. E questo tipo di giudizio rovina una città”. “E poi ci chiamano ‘gregge’, ci trattano come animali. Tutti i commenti erano pubblici. Hanno giudicato anche chi partecipava come pubblico: se eri eterosessuale e lì presente, eri automaticamente etichettato come gay, lesbica, pervertito. Ma c’erano le drag queen, che rappresentano una cultura, un’arte, come il burlesque. Non è uno status sociale, è spettacolo. È arte”.

Una ignoranza che però, evidentemente, fa breccia in una piccola cittadina di provincia come Termoli. Una cittadina in cui – dice – non ha mai visto una coppia omosessuale tenersi per mano. “Eppure dovrebbe essere la cosa più bella e normale del mondo”.
Chi ha vissuto il Pride, esperienza inedita per Termoli, è rimasto colpito dal clima di dolcezza e gentilezza, oltre che di festosità autentica, che ha pervaso il lungomare. Ma Vittoriano ha avuto anche riscontri nientaffatto positivi. “Molti ragazzi e ragazze venuti da fuori a Termoli per il Pride, alla fine hanno detto: ‘Qui non ci torniamo più’. È un fallimento per tutti. Quel giorno il Pride ha portato turismo, economia, attenzione. Eppure questa città ha mostrato un volto provinciale e discriminatorio. E il mio messaggio è chiaro: Termoli non può permetterselo”. E aggiunge: “Se oggi un mio coetaneo mi dicesse: ‘Mi trasferisco a Termoli’, io lo frenerei. Gli direi: pensa bene, perché potresti non trovare accoglienza. Io sono forte, ma tanti altri no. Tanti ragazzi giovani si possono sentire dire: ‘Fai schifo’. E lì la tua autostima, la tua identità, si schiantano”.
C’è un passaggio che fa male più di altri. Ed è quando Vittoriano mette a confronto due realtà: il Pride da un lato, le zone grigie della città dall’altro. “Su certe spiagge del litorale nord, e lo sappiamo tutti benissimo, si vede di tutto: sesso aperto, uomini adulti che ci provano con ragazzine che potrebbero essere figlie e nipoti. Situazioni, queste sì, di degrado che si consumano soprattutto nel fine settimana tra auto, spiaggia, gabbiotti. Nessuno dice nulla, probabilmente fenomeni come i Calippo tour sono tollerati. Perché? Perché è un contesto eterosessuale. Allora tutto è concesso. Ma se balli con una bandiera arcobaleno, allora sì che diventi un problema”.

La parola che usa è “ipocrisia“. E aggiunge: “Termoli ha locali notturni, night club, tutto quello che vuoi. Ma lì non si tocca, perché è roba ‘di sistema’. Magari ci vanno pure certi politici. Ma se qualche centinaia di persone cammina in corteo col sorriso, balla in abiti colorati, allora quello è lo scandalo”.
Da parte sua anche una inevitabile riflessione sull’aspetto politico del Pride. “Il fatto che il Comune non abbia concesso il patrocinio è una scelta politica. Ma la politica non può discriminare, non dovrebbe. Quando c’è in ballo l’umanità, non ci possono essere doppi pesi. Nessuno ha fatto niente di stravolgente, è stato chiesto solo rispetto. Chi ha partecipato al Pride ha rispettato la città e la gente, mentre sono stati altri a mostrare avversione, intolleranza”.
Lui conosce Termoli e i termolesi, e non fatica ad ammettere che “alcuni ragazzi mi hanno confidato che se la famiglia scoprisse la loro identità li ammazzerebbero. Frasi come: ‘Mio padre mi spara’. Vivono nel terrore. Ecco perché serve accoglienza, empatia, presenza. Accogliamo i turisti, perché fa comodo all’economia. Ma dovremmo accogliere anche chi vive accanto a noi”.
“I social sono diventati un posto dove si sfoga la frustrazione offendendo la dignità umana. Ma quelle parole restano. Anche se cancelli il post, restano. Come la lettera scarlatta. E possono far male. Possono spingere un ragazzo a fare gesti estremi, e a questo bisognerebbe pensare prima di mettersi a leoni da tastiera e a scaraventare odio su persone delle quali non si conosce nulla, definendole pervertiti, negando loro il diritto a essere considerate persone, con la loro identità anche sessuale che, ripeto, non è una scelta”.
Il cambiamento, dice ancora Vittoriano Perris, deve partire da azioni concrete. Come l’idea di un “telefono amico” per ragazzi in difficoltà, per chi sta affrontando un percorso di transizione e ha paura anche solo di parlarne. “Esiste per le donne, ma non per gli uomini gay o le donne lesbiche, a Termoli non c’è nulla. Chi prova a parlarne spesso viene deriso. E questo non è accettabile.”
Sabato scorso, dal camion del Pride “Alla Luce del sole”, è stato detto che i Pride cambiano le città e che anche Termoli è stata cambiata dal pride. Lui non è così convinto che si sia arrivati a questo risultato. “Ne serviranno 120 di Pride, forse. Come gli anni massimi di vita di un essere umano. Il 98% dei commenti che ho letto erano d’odio. E dopo la bellissima festa in spiaggia, la sera, dove c’erano anche famiglie e che è stata una festa simile a tante altre che si fanno in estate, anzi più pacifica e colorata, pochi hanno avuto il coraggio di dire: ‘Che bello, io c’ero’. Eppure tanti erano lì, a ballare. Ma se poi gli chiedi, negano. Perché c’era un Pride”.
“La verità – dice – è che non mi interessa se sei etero, gay o bisessuale. Ma non puoi permetterti di distruggere l’identità di un’altra persona. L’omofobia non è libertà di pensiero, punto”.
“Chi ci odia – conclude – trasforma tutto in sessualità. Ma sai cos’è davvero sessuale? La volgarità eterosessuale che vediamo ogni giorno. Noi, se siamo fortunati, troviamo una persona da amare per tutta la vita. Ma tante ragazze trans non trovano nemmeno un lavoro come cameriere. Nei piccoli centri è ancora più difficile”.
Il suo messaggio, forte e chiaro, è questo: “La guerra c’è già nel mondo. Non serve crearne un’altra dentro casa nostra. Solo perché qualcuno si mette il fondotinta o i tacchi. Ma io vorrei chiedere agli autori di questi commenti: che cosa vi cambia? Se domani mi faccio i capelli blu, continuo a lavorare, a pagare le tasse. Qual è il problema?”
Persino mentre sfilava, ha sentito risolini e battute pesanti da parte di alcuni presenti. “Ma in quei momenti dovremmo tirare fuori il meglio di noi. E io spero che il prossimo Pride – e magari anche questo articolo – possano servire. Anche solo a far esitare qualcuno prima di scrivere un altro commento d’odio”. Tanto più se – come nel caso dei commenti che purtroppo abbiamo letto anche sotto gli articoli di Primonumero, e che la prossima volta pubblicheremo, provengono da persone adulte che si sentono protette dal ‘vetro’ inesistente dei social. “Leoni da tastiera, codardi, vigliacchi. Io ho le spalle larghe, so cosa significa reagire. Ma prendi un ragazzino di 16 anni, magari che pesa 50 chili, impaurito dalla famiglia, dal gruppo sociale, dagli amici che lo abbandonano appena fa coming out: quella persona si nasconderà, non avrà mai la forza di rispondere. Sarà infelice e potrebbe anche arrivare a un gesto estremo. E la responsabilità è anche di chi scrive certe cose, teniamolo a mente”.


